Alice guarda i gatti, e i gatti guardano nel sole mentre il mondo sta girando senza fretta...Il 21 luglio 1953 Gaetano Salvemini scriveva su Il Mondo: "...La realta' e' che quando un clericale usa la parola liberta' intende la liberta' dei soli clericali (chiamata "liberta' della Chiesa") e non le liberta' di tutti. Domandano le loro liberta' a noi 'laicisti' in nome dei principi nostri, e negano le liberta' altrui in nome dei principi loro" (Dalla liberta' religiosa alla peste vaticana, Maurizio Turco). |
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I miei racconti
Raccolta dei miei racconti VAI AL blog TI AMO "...Benché il mio obiettivo sia comprendere l'amore, e benché io soffra a causa delle persone a cui ho concesso il mio cuore, vedo che coloro che hanno toccato la mia anima non sono riusciti a risvegliare il mio corpo, e coloro che hanno accarezzato il mio corpo non sono stati in grado di raggiungere la mia anima..." P. C. Mi piace leggere
Ho fancazzato molto
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Tropico del...
E sentite questo: “Tutti mi cercano, tutti mi vogliono parlare, tutti chiedono di me a me e agli altri. Uno mi domanda come sto, se mi son rimesso, se mi è tornato l’appetito, se vado a far passeggiate; un altro mi chiede se lavoro, se ho finito quel tal libro, se ne comincerò uno nuovo.” “Quello sparuto scimmiotto tedesco vuol tradurre le opere mie: quella stravolta ragazza russa vuole che le scriva la mia vita; la signora americana vuol sapere le mie ultime notizie; il signore americano mi manda la carrozza alla porta perché vada a mangiare e a confidarmi con lui; il mio compagno di scuola e di chiacchiere di dieci anni fa vuole ch’io gli legga quel che via via scrivo; l’amico pittore pretende ch’io stia fermo davanti a lui per ore e ore a farmi il ritratto; il giornalista vuol sapere dove sto di casa; l’amico mistico in che stato è l’anima mia; l’amico pratico come è pieno il mio portafogli; il presidente della società ordina ch’io faccia un discorso; la signora spirituale si raccomanda ch’io vada a prendere il tè a casa sua più spesso che posso per conoscere il mio parere su Gesù Cristo e sul chiromante arrivato in questi giorni…” “Ma cosa son diventato, perdio! Che diritto avete voi altri d’ingombrar la mia vita, di rubare il mio tempo, di frugarmi nell’anima, di succhiarmi il pensiero, di volermi vostro compagno, confidente e informatore? Per chi mi avete preso? Son forse un attore salariato per recitare tutte le sere, dinanzi ai vostri musi da schiaffi, la commedia dell’intelligenza? Son forse uno schiavo comprato e pagato che debba inchinarmi ai vostri capricci di sfaccendati e offrire in omaggio tutto quello che so e fo?” “Io sono un uomo che vorrebbe vivere una vita eroica e render più sopportabile il mondo ai suoi occhi. Se in qualche momento di debolezza, di abbandono o di bisogno, scaglio nel mondo qualche sdegno raffreddato in parole, qualche sogno infagottato in immagini, pigliatelo o buttatelo via, ma non mi seccate.” “Sono un uomo libero; ho bisogno della libertà, ho bisogno di star solo, ho bisogno di rimuginare fra me e me le mie vergogne e le mie tristezze, di godermi il sole e i sassi della strada senza compagnia e senza discorsi, colla sola musica del mio cuore. Cosa volete da me? Quel ch’io voglio dire lo stampo; quel che voglio dare lo do. La vostra curiosità mi fa stomaco; i vostri complimenti mi umiliano; il vostro tè mi avvelena. Non debbo nulla a nessuno e ho da fare i miei conti soltanto con Dio; se esiste”.
Henry Miller, Tropico del cancro Il gatto
(foto di un tale)
Nel cervello mi passeggia,
così tenero è il suo timbro discreto;
Voce che penetra e stilla (Baudelaire, I fiori del male) Articolo 3
Il principio di eguaglianza
L’eguaglianza formale. A norma del I comma dell’art. 3 Cost., “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. In via preliminare, va precisato che, sebbene soggetto lessicale della disposizione siano “tutti i cittadini”, è opinione ormai comune (confortata, d’altra parte, dal disposto dell’art. 2 Cost., a noma del quale “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”) che soggetto giuridico siano anche, per alcune situazioni, gli stranieri e gli apolidi. La “pari dignità sociale” consacrata nella norma in esame sta a significare che non esistono più distinzioni in base al titolo, al grado od all’appartenenza ad una classe sociale (per cui, di conseguenza, la XIV disp. trans. e fin. dispone che “I titoli nobiliari non sono riconosciuti”) ma che l’unico titolo di dignità, in una Repubblica fondata sul lavoro, è ormai da rinvenire nello svolgere una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (art. 4, comma II, Cost.). Il riconoscimento del principio di eguaglianza davanti alla legge (contenuto già nelle costituzioni liberali del 1800; v., ad esempio, l’art. 24 dello Statuto albertino: “Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo e grado, sono eguali dinanzi alla legge”) è adesso arricchito e rafforzato dalla previsione costituzionale delle situazioni di fatto alle quali deve essere applicato. Infatti, sia per la trascorsa esperienza autoritaria (si pensi alle discriminazioni, avvenute in regime fascista, sulla base dell’appartenenza alla razza ebraica o ad una minoranza linguistica, ovvero, ancora, per le opinioni politiche o per la fede religiosa) sia per l’evoluzione della coscienza sociale (che vede ormai le donne poste sullo stesso piano degli uomini), l’Assemblea costituente ritenne che fosse necessario prestabilire dei limiti ben precisi alla attività dei pubblici poteri, al fine di evitare incertezze interpretative, che sarebbero state sempre possibili qualora il principio fosse stato enunciato puramente e semplicemente, lasciando, per ciò stesso, un certo margine di discrezionalità al legislatore. Occorre, a questo punto, chiedersi quale sia il significato e la portata del principio di eguaglianza. Ora, la norma contenuta nell’art. 3, comma I, vale a statuire che il legislatore (ma – come vedremo – non esso soltanto) non può operare discriminazioni fra i cittadini (e, più generalmente, fra i soggetti dell’ordinamento), a seconda del loro sesso, della loro razza, lingua, religione, delle loro opinioni politiche e delle loro condizioni personali e sociali. Ciò non significa però – si badi bene – assoluta parità di trattamento, sia perché possono esistere circostanze obiettive che la impediscono sia perché la stessa Costituzione ha apportato delle deroghe al principio, ritenendo che esso dovesse cedere di fronte ad un altro valore riconosciuto prevalente. […] Il principio, inoltre, non può significare assoluta parità di trattamento anche perché, se così fosse, contraddirebbe se stesso. E’ evidente, infatti, che in tanto il principio può dirsi integralmente applicato in quanto la legge tratti in modo eguale situazioni eguali e in modo diverso situazioni diverse. Tuttavia, lasciare alla assoluta discrezionalità del legislatore la valutazione della diversità delle situazioni avrebbe potuto trasformare tale discrezionalità in arbitrio; senza dire che, in regime di costituzione rigida, le scelte del legislatore non sono del tutto libere nel fine ma sono vincolate alle disposizioni costituzionali ed al raggiungimento dei fini in esse determinati. Per cui la Corte costituzionale (che in un primo tempo aveva ritenuta legittima la disparità di trattamento in presenza di situazioni diverse, senza alcuna specificazione) ha successivamente precisato che l’art. 3 mira ad impedire che a danno dei cittadini siano dalle leggi operate discriminazioni arbitrarie, senza che la disposizione obblighi il legislatore a fissare per tutti una identica disciplina; di modo che gli è consentito di adeguare le norme giuridiche ai vari aspetti della vita sociale e, in conseguenza, di dettare norme diverse per situazioni diverse. Tale principio – sempre secondo la Corte – rientra nel piano di una inderogabile esigenza di logica legislativa. Un ordinamento che non distingua situazioni da situazioni e tutte le consideri allo stesso modo non è nemmeno pensabile: finirebbe col non disporre regola alcuna (sent. n. 217 del 1972; ed in questo senso, fra le altre, la sent. n. 62 del 1972, secondo la quale il legislatore può disciplinare in modo eguale le situazioni eguali ed in modo diverso quelle differenti sempre che in contrario non ricorrano logiche e razionali giustificazioni; e la sent. n. 200 del 1972, secondo la quale la discrezionalità legislativa trova sempre un limite nella ragionevolezza delle statuizioni volte a giustificare la disparità di trattamento tra cittadini). L’uso del canone della ragionevolezza da parte della Corte costituzionale mira a valutare le discipline normative che contengono o determinano disparità di trattamento tra categorie di soggetti in modo che siano soddisfatte tre esigenze diverse: a) la salvaguardia della discrezionalità del legislatore; b) la tutela del principio di pari trattamento in situazioni uguali (esame della norma sotto controllo alla luce di un tertium comparationis, costituito dalla (e) norma (e) regolatrice (i) di situazioni uguali o assimilabili; c) il bilanciamento di valori costituzionali diversi e contrastanti, allo scopo di individuare un equilibrio valido per la fattispecie normativa considerata. Lo strumento del giudizio di ragionevolezza è molto utile per consentire alla Corte flessibilità di analisi e di decisione in situazioni complesse e mutevoli, in cui la riconduzione ad unità di discipline normative frammentarie non può essere realizzata con mezzi logici e formali, ma con ragionamenti di tipo empirico, legati alla concretezza storica dell’ordinamento. […] Altro problema è quello relativo all’applicabilità del principio di eguaglianza formale a situazioni di fatto diverse da quelle espressamente indicate nell’art. 3. Ad esso va data soluzione positiva ove si considerino le ragioni storico-politiche che hanno indotto il Costituente a precisare le situazioni che non ammettono disparità di trattamento ed ove si rifletta che la legge può operare discriminazioni fra i cittadini che si trovino in situazioni diverse da quelle previste nell’art. 3 o parificarli fra loro tutte le volte che la disparità o la parità di trattamento trovino il loro fondamento in motivi logici e razionali o si rendano necessarie per il perseguimento di fini costituzionali. Quanto, poi, ai destinatari della norma, sembra che essa si rivolga non soltanto al legislatore ma anche agli amministratori ed ai giudici che sono chiamati ad osservarla, nell’esercizio del loro potere discrezionale, in sede di attuazione e di applicazione (e, dunque, di interpretazione) della legge. Essa trova applicazione, inoltre, anche nei confronti delle persone giuridiche e delle associazioni di fatto e nei rapporti di diritto privato, soprattutto quando questi si svolgano nell’ambito di formazioni sociali, intervenendo in tal caso il principio contenuto nell’art. 2 Cost., secondo il quale “i diritti inviolabili dell’uomo” (dei quali la eguaglianza costituisce il presupposto essenziale) sono in esse riconosciuti e garantiti (MORTATI).
L’eguaglianza sostanziale. Il passaggio dallo Stato di diritto (che vede affermato il principio dell’eguale soggezione alla legge di tutti i cittadini) allo Stato sociale è segnato, nella nostra Costituzione, dal II comma dell’art. 3, che enuncia uno dei principi fondamentali in essa contenuti e che assume il valore di canone interpretativo dell’intero sistema. Il principio di eguaglianza formale rischierebbe, infatti, di rimanere (almeno in parte) una pura affermazione teorica se non fosse integrato da quello di eguaglianza sostanziale. La lettera dell’art. 3, comma II, è, al riguardo, molto chiara: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Il Costituente ha cioè riconosciuto che non è sufficiente stabilire il principio dell’eguaglianza giuridica dei cittadini (art. 3, comma I), quando esistono ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la loro libertà ed eguaglianza, impedendo che siano effettive; ed ha, pertanto, coerentemente assegnato alla Repubblica (vale a dire al legislatore ed a tutti i pubblici poteri) il compito di rimuovere siffatti ostacoli, affinché tutti i cittadini (ed, in particolare, i lavoratori che si trovino in situazione di inferiorità a causa delle loro condizioni economiche e sociali) siano posti sullo stesso punto di partenza, abbiano le medesime opportunità, possano godere, tutti alla pari, dei medesimi diritti loro formalmente riconosciuti dalla Costituzione. Che valore ha, infatti, riconoscere il diritto al lavoro (art. 4), quando, di fatto, esistono larghe sacche di disoccupazione; […]. Il carattere innovativo del principio in esame dovrebbe, a questo punto, apparire evidente. Esso mira a promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i cittadini alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese in un regime di effettiva libertà ed eguaglianza, di modo che le discriminazioni fra i cittadini si operino non a causa delle loro condizioni economiche e sociali bensì soltanto per le loro capacità naturali […]. Il principio di eguaglianza sostanziale ha carattere programmatico; esso, cioè, si indirizza al legislatore ed agli altri pubblici poteri, non soltanto dello Stato-soggetto ma anche degli enti – soprattutto territoriali, per le competenze ad essi attribuite (si pensi, in particolare, alle regioni) – diversi dallo Stato e li impegna a porre in essere tutte le misure idonee a conseguire i fini da esso indicati (od a non porre in essere misure contrastanti con il raggiungimento di detti fini). Ciò, però, non sminuisce per nulla il suo significato. Ed, infatti, se la Costituzione si fosse limitata a statuire – come conseguenza di un diverso modo di intendere il valore della persona umana e l’organizzazione politica, economica e sociale del Paese – il principio dell’eguaglianza formale (proprio, come si è detto, della società liberale ottocentesca), noi avremmo avuto un diverso tipo di Stato. Fondato, sì, sul diritto, ma non giuridicamente impegnato ad eliminare – mediante la sua azione – le condizioni di privilegio e ad assicurare la piena e libera espansione della persona umana, ponendo a tal fine le necessarie premesse, vale a dire la liberazione dal bisogno, l’eguaglianza sostanziale, la partecipazione effettiva di tutti i cittadini alla vita associata. Il principio in esame viene, inoltre, precisato in tutta una serie di norme che valgono sia a meglio specificarlo in relazione a determinate situazioni, sia a porre alcuni limiti all’autorità privata a tutela della libertà e della dignità della persona umana e per stabilire equi rapporti sociali, sia, infine, a imporre a carico dello Stato obblighi a favore di categorie di cittadini che si trovino in particolari condizioni di inferiorità economica e sociale. (Temistocle Martines, Giuffrè 1997) Ultimi 5 post
La fodera del mondo!
Quando moriro', vedro' la fodera del mondo. L'altra parte, dietro l'uccello, la montagna, il tramonto. Il vero significato che vorra' essere letto. Cio' che era inconciliabile, si conciliera'. E sara' compreso cio' che era incomprensibile. Ma se non c'e' una fodera del mondo? Se il tordo sul ramo non e' affatto un segno ma solo un tordo sul ramo, se il giorno e la notte si susseguono senza badare ad un senso e non c'e' nulla sulla terra, oltre questa terra? Se cosi' fosse, resterebbe ancora la parola suscitata un giorno da effimere labbra, che corre e corre, messaggero instancabile, nei campi interstellari, nei vortici galattici e protesta, chiama, grida. (C. Milosz) Lettura sull'Indifferenza
INDIFFERENTI - Antonio Gramsci Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani" (1). Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. "La Città futura", pp. 1-1 Raccolto in SG, 78-80.
(1) Cfr. Friedrich Hebbel, Diario, trad. e introduzione di Scipio Slataper, Carabba, Lanciano 19I2 ("Cultura dell'anima"), p. 82: "Vivere significa esser partigiani" (riflessione n. 2127). Questo stesso pensiero di Hebbel era stato pubblicato nel numero del "Grido del Popolo" del 27 maggio 1916, insieme con le seguenti due "riflessioni" tratte dalla medesima opera: " 1. Un prigioniero è un predicatore della libertà. 2. Alla gioventù si rimprovera spesso di credere che il mondo cominci appena con essa. Ma la vecchiaia crede anche più spesso che il mondo cessi con lei. Cos'è peggio? "
Pippo non lo sa
Pippo non lo sa, (Kramer - Sartelli - Panzeri, rivisitata) |
lun, 31 marzo 2008 23:31
Un'Italia moderna SI PUO' FARE :-)
12 azioni per cambiare l'Italia (dal pieghevole) 1) Invita a cena cinque amici e amiche indecisi. Sarà una buona occasione per spiegare perché è importante votare PD... (ho già in mente i 5 2) Ritaglia la bandierina che trovi in fondo al pieghevole e poi esponila sul tuo mezzo di locomozione: bici, auto, motorino... 3) Con il tuo cellulare fai una foto al simbolo del PD e inviala a cinque persone che conosci. 4) Organizza un aperitivo nel tuo condominio. Se nel tuo caseggiato esiste uno spazio comune, puoi invitare i condomini con un breve messaggio scritto da inserire nelle cassette della posta, oppure organizzare un incontro più ristretto a casa tua. 5) Fai 5 telefonate a persone che sai ancora indecise su chi votare. Potrai chiarire qualche dubbio. Può essere utile ripetere la telefonata il giorno prima delle elezioni. 6) Con un gruppo di amici che la pensano come te organizza una festa “elettorale”. Ognuno porta qualcosa da mangiare e si convincono degli invitati indecisi. La festa si può anche organizzare in un locale per coinvolgere il maggior numero possibile di persone. 7) Le elezioni comportano un grande impegno e i nostri mezzi sono limitati, abbiamo però la forza delle idee, con le quali cambiare il Paese. Il tuo aiuto è fondamentale per portarle avanti, senza condizionamenti. Puoi farlo con un contributo sul c/c postale n° 87349882 intestato a: Partito Democratico, Piazza S. Anastasia, 7, 00186 Roma, oppure con carta di credito sul sito www.partitodemocratico.it. 8) Realizza e manda su youtube.com e democratica.tv un breve video casalingo in cui spieghi perché per te è importante votare. I video migliori saranno pubblicati ogni giorno in homepage del sito del PD. 9) Manda alla tua rubrica un messaggio in cui spieghi in pochi minuti perché votare PD. Sul sito www.partitodemocratico.it puoi trovare degli spunti per i testi. 10) Anche se votare è semplice, è sempre bene aiutare qualcuno e spiegare come si deve fare. E se vuoi aiutarci a garantire la regolarità delle elezioni per conto del PD, puoi diventare il nostro rappresentante di lista presso un seggio elettorale. Vai sul sito o al circolo più vicino del PD e dai la tua disponibilità. 11) Dal sito www.partitodemocratico.it puoi stampare un volantino che puoi distribuire dove vuoi. Al mercato, in piazza o in tutte le occasioni che ritieni più opportune. 12) I due talloncini qui accanto sono predisposti per essere compilati sul retro con un desiderio o una proposta per il PD. Ritagliali e restituiscili alla bella facciotta di Weltroni.
(Seguite bene le istruzioni, ci conto! Investite, investite, investite, che chi semina raccoglie per come ha seminato!) lun, 24 marzo 2008 10:39
Il partito delle tette (PT o Pittì) Il “partito delle tette” DALLO STAFF di Alice Sono 13 i punti del Programma del Partito delle Tette o PT o Pittì, presentato questo pomeriggio a Roma nella Sala delle Colonne di Palazzo Mariannini. Lo Staff di Alice, che lo ha promosso, lo ha presentato come «ambizioso e realistico», in linea con il «profilo innovativo» che vuole avere il nuovo partito che si propone così agli elettori in vista del voto del 13 e 14 aprile.
Il secondo punto reca il titolo «Per una tetta amica dello sviluppo» e prevede per il 2008 una detrazione più alta per le lavoratrici dalla quarta misura in su, l’abbassamento delle aliquote Irpef dal 2009 di due punti l'anno per tre anni, una dote fiscale di 4500 euro, oltre che una congrua detrazione per l'affitto pagato.
«Riconoscimento dei diritti della tetta» è il titolo del quarto punto: in questa parte del programma il PT o Pittì promuove il riconoscimento dei diritti delle donne di rimarchevole voluminosità di seno a convivere con altre donne di pari requisiti e financo ad adottare figlie di equipollente rilevanza senologica.
L'undicesimo punto prevede l'istituzione di un registro - aggiornato - di tutti i "rampolli" italiani, in modo tale che le donne "di tutte le taglie" (qui vige la par condicio) possano sistemarsi senza il problema del precariato e quant'altro.
Mancando la segretaria del Partito (neo-eletta): sig.ra BiBi, il programma è emendabile e si attendono gli altri due punti - asap -.
Giunti tempestivamente e approvati a maggioranza (il voto della sottoscritta è stato determinante, anche se i punti che seguono sono in netto contrasto con quanto sopraespresso e votato! Sostengo con vigore e fermezza la tetta naturale. Grazie BiBi! Un vero programma sposa tante piccole diversità e noi siamo capaci di contenere tutto! Vero? Vero!)
Il dodicesimo punto - BiBi - "Garanzie e diritti per tutti: contro la falsa tetta". Per promuovere un movimento che garantisca un'equa ripartizione delle tette su tutto il globo terracqueo, attraverso lo stanziamento di fondi finalizzati alla ricerca scientifica, nella fattispecie per la ricerca genetica così da favorire lo sviluppo della clonazione di tette vere per liberarsi finalmente di protesi. Più dignità alle donne: sostituiamo le protesi con vere tette.
Il tredicesimo punto - Bibi - "Ambiente e tutela dei consumatori". Ovvero l'ecologia e la natura come nuova strada per garantire un processo di sviluppo non più basato sull'idea quantitativa di crescita ma bensì qualitativa, tutelando le biodiversità della Tetta Italiana riconoscendole un ruolo primario nella società odierna, arrivandone alla certificazione DOPDT [Denominazione Origine Popputa Della Tetta].
Prossimamente vi comunicheremo i nomi delle nostre candidate alla Camera e al Senato… purtroppo non potremo essere presenti in tutte le regioni italiane L. Per iscrivervi al PT o Pittì e/o per dichiarare la vostra intenzione di voto alle prossime elezioni politiche del 13 e 14 aprile, scrivete senza indugio alcuno allo Staff di Alice: igattidialice@leonardo.it. Vi ricordiamo che l’iscrizione è gratuita. Tutte le iscritte e gli iscritti riceveranno in dono, a stretto giro di posta, un bellissimo calendario illustrato a colori, valevole dall’aprile 2008 all’aprile 2009. (Affrontiamo le situazioni di petto! Vi aspetto!
lun, 24 marzo 2008 10:28
Il partito delle bionde
La nuova formazione punta ad attrarre le donne dalla chioma chiara «e chi le ama» Russia, adesso il «partito delle bionde» si lancia all’assalto del Cremlino DAL NOSTRO CORRISPONDENTE MOSCA — Quando passano fanno spesso girare la testa, e nessuno finora aveva pensato che avessero bisogno di essere difese. Da pochi giorni però le bionde russe hanno un partito tutto per loro. Anzi, un partito aperto anche alle brune e perfino agli uomini che hanno un debole per le bionde: «E’ il partito delle bionde, di quelle che sono bionde dentro e di chi ama le bionde», ha detto al Times di Londra il segretario generale del partito Marina Voloshinova che, peraltro, è bruna. Al di là delle battute, non si tratta solo di difendere le bionde dalla cattiva fama che da sempre le vuole belle ma oche. Marina, che stupida non è (ha due lauree, di cui una in economia), vuole fare del suo partito la prima organizzazione politica che si occupa su larga scala dei problemi veri delle donne (bionde o brune che siano), dalla mancanza di pari opportunità nel lavoro alle difficoltà legate alla cura dei figli da conciliare con il lavoro. E gioca sull'idea delle bionde. All'inizio, in effetti, tutto era nato come uno scherzo, con la creazione in internet del «Club degli amanti delle bionde», fondato da un imprenditore che ora è il presidente del neonato partito, tale Sergej Kushnerov. La segretaria del partito ammette di essersi tinta i capelli una volta, ma aggiunge che «il risultato è stato disastroso». Comunque l'importante, giura, è essere «biondi» dentro: «E’ un modo di accettare la vita in maniera più leggera, di divertirsi», aggiunge. Per ora il partito avrebbe cinquemila iscritti in sei città e regioni, da Mosca a Novosibirsk, in Siberia. Naturalmente Marina sta cercando di attirare personaggi famosi per fare pubblicità all'iniziativa. La tennista Maria Sharapova, il governatore di San Pietroburgo Valentina Matviyenko (putiniana di ferro), la giovane Paris Hilton russa Ksenya Sobchak, figlia del defunto governatore della città baltica. Ksenya, personaggio televisivo e ospite fisso di tutte le feste, sarebbe il personaggio adatto. Tempo fa aveva fondato a sua volta un movimento che si chiamava «tutti liberi»: ognuno dovrebbe poter fare ciò che gli pare. La segretaria del nuovo partito non lo dice, ma il colpo grosso sarebbe ottenere la solidarietà della nuova bionda per eccellenza in Russia, Svetlana Medvedeva, moglie del presidente eletto, che pure si occupa molto dei problemi legati all'istruzione. L'idea è quella di arrivare tra quattro anni a mettere in campo un candidato per le elezioni presidenziali, da opporre a Medvedev o a Putin se questi deciderà di tornare al Cremlino. Non è facile, perché per registrare il partito ci vogliono 50 mila iscritti in tutto il paese e per lanciare un candidato due milioni di firme. Ma una bella bionda potrebbe dare del filo da torcere a chiunque: «Anche gli uomini correranno a frotte a votare per lei», dice convinta Marina. «Specialmente se sarà anche intelligente ». Fabrizio Dragosei 23 marzo 2008 (www.corriere.it ) gio, 20 marzo 2008 22:20
"EROTALCNEMON"Tanti bambini in cerchio. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9 … tocca a Marco. Marco si alza e dice: la mia parola è “cuore” e indica Rosa. Mentre gli altri contano il tempo, Rosa dice “cuore” al rovescio: “erouc”! Ne sceglie poi una nuova: “politica”. Subito indica Mario che immediatamente dice “acitilop” e subito dopo Mario dice “corpo” e indica Claudia che in men che non si dica urla “oproc” e subito dopo Claudia dice “malati” e indica Alice che in due istanti strilla “italam”. A questo punto Alice dice “nomenclatore” e indica Livia, ma Livia fa scorrere il tempo e non risponde. Non ce la fa. Livia perde. Quel tempo che non passava mai quando non era il suo turno le è sfuggito di colpo di mano. Nel frattempo che gli altri giocatori continuano a “vociare”, Livia si dirige verso Alessandra che è seduta in disparte a scrivere. “Cosa fai?” “Scrivo!” “Posso giocare anch’io?” “Io non sto giocando!” “Giochiamo ai perché?” “Ok!” Ale: “Perché perché non tutti i disabili possono votare?” Livia: “Perché sono infermi, costretti in casa!” Ale: “Alcuni sì… e proprio per questi alcuni… perché perché non è previsto per loro un ‘sistema’ di voto alternativo?” Livia: “Perché p. es. quello domiciliare sarebbe difficoltoso.” Ale: “Perché perché non prevederne allora uno per corrispondenza?” Livia: “Cosa significa ‘per corripondenza’?” Ale: “Mi piaceva di più il gioco del rovescio!” Il Gioco del Rovescio è rubare alla nostra stessa anima l'essenza più segreta e rovesciarla. Quando morirò vedrò ciò che avvolge realmente il mondo: la fodera. Tutto ciò che oggi mi sembra lontanissimo diventerà in un istante il tessuto dove appoggerò me stessa. Il tramonto, Katmandù, i gabbiani… vedrò tutto ad occhio nudo, il vero volto, e sarà a due passi da me. Tutto quello che ho sempre ritenuto essere impossibile diventerà possibile, e tutto quello che non so diventerà sapienza, tanto che conoscerò persino me stessa. E se “veramente” non esistesse alcuna fodera? Se il mondo fosse tutto qui? Se “i cento sensi segreti” fossero solo cinque? Conosciamo il “dritto” o il “rovescio”? E’ giusto dire “cuore” o il suo rovescio “erouc”? Dice Tabucchi di essersi accorto un giorno, per le imprevedibili circostanze della vita, che una certa cosa che era così era invece anche in un altro modo. Il “gioco del rovescio” è un gioco che capovolgendo (proprio come gli specchi), l’immediata esperienza del reale, apre all’immaginazione nuove prospettive. La protagonista femminile del racconto, proprio come nel quadro di Velazquez diventa la “figura di fondo” della realtà, quella che è uscita dalla cornice e può vedere tutto da una prospettiva che proprio perché non è completamente esterna, riesce a mediare tra il dentro e il fuori, ma è anche una specie di allegoria della finzione, in particolare quella di cui si fa portatore il poeta Pessoa, poeta di cui Tabucchi è grande estimatore e traduttore in Italia. Perché leggere Il gioco del Rovescio? Perché in un mondo in cui ci impongono posizioni forti e dualistiche, dove si sta naturalizzando l’abitudine a vedere ogni cosa categorizzandola in “bene” e “male” è bello trovare ancora un po’ di dubbio, di sana incertezza e di moltiplicazione dei finali e dei punti di vista.
lun, 17 marzo 2008 21:04
In chat con Stefanuccio!
Ecco a voi due cazzoni in chat a... [...] sab, 15 marzo 2008 12:34
Buongiorno!
Qualche anno fa, la rivista Psychologies Magazine riportava un articolo interessante “Quello che la casa dice di noi”, e come cambia seguendo la nostra evoluzione personale e quella dei tempi. Buongiorno mondo. Mi sono svegliata. Parola d’ordine: “Relax”. Musica: I’m looking to “My father’s eyes” “In the presence of the Lord”… “After midnight”… “Wonderful tonight”. Mostrami la tua “camera” e ti dirò chi sei! Secondo la rivista, la camera da letto è il vero cuore privato della casa; alcuni amano avere nella stanza solo il letto e quasi nient’altro, e c’è anche chi vi ricava uno spazio molto privato e quieto per praticare la meditazione. Si sa da tempo che io medito. Il primo post che scrissi su un vecchio blog, anni fa, ritraeva una Penelope che invece di far la tela faceva yoga. La mia stanza è azzurra! Ogni colore ha un significato e una valenza energetica: il blu è un colore femminile, l’azzurro maschile, il viola spirituale. La mia stanza è azzurra, l’ho già detto, forse!; è più che altro un deposito: ci sono libri, libri, fogli, libri. C’era qualcuno, e se ne parlava nella rivista, ma non ricordo chi 'fosse', che aveva una quantità industriale di libri in casa, di cui si diceva autore. In realtà erano solo pagine bianche. I miei non sono miei, e sono pieni, e sono ovunque. Stamani si è aggiunta anche l’Agenda Coscioni. Evviva il disordine che, a dire il vero, mi stuzzica. “Attizza” come quando affondi la lama del coltello nel barattolo di nutella e poi la fai scorrere sulla lingua, “perché non so perché” ma non c’è nutella più buona di quella che rimane appiccicata sul cucchiaino o coltello. La puoi spalmare ovunque ma non puoi gettare il coltello nel lavabo senza averlo prima leccato. E’ una tentazione irresistibile anche quando stai per sbigozzare. Buon mini weekend a tutti. gio, 13 marzo 2008 13:17
Nell'alternanza Mi è impossibile stare senza te. Mi sono abituata a star senza te. Quale delle due? Ho il “mal di vivere” e non so a cosa o chi attribuirlo. E’ una sensazione inspiegabile, la carenza, l’assenza, l’inganno di stare bene, per poi ritrovarmi immotivatamente assediata da un esercito di nostalgia che rifluisce dal cuore fino a diffondersi alle periferiche del corpo, per poi tornare al cuore. E per un attimo vado a ritroso, giungo a te. Ti genero di nuovo, come nella favola di Esodo, secondo cui una montagna dopo tanto agitarsi per le doglie del parto, dette alla luce un topo. Mi muovo nello spazio tracciato da un “noi” distante e lo percorro in tutta la sua estensione: ritrovo le persone, le vie, ogni sassolino gettato più lontano da una graziosa vista panoramica. Ti invito nuovamente, ti chiedo di penetrare la mia anima e tornare dove non siamo più. Questa passione è un supplizio, è un sentimento impetuoso che impedisce il controllo della ragione; rimango inerte di fronte ad essa e aspetto che passi. Una volta finito il “tuffo” perlustro la successione disordinata di eventi e persone davanti a me, e mi ritrovo come un profugo, dopo un’inondazione, nella mia stanza dove niente ha più senso. Persino ciò che sto scrivendo diventa una lettura difficile e incomprensibile, un geroglifico, una traslitterazione per meglio dire. Allora è vero: mi sono abituata a star senza te! Quello appena vissuto, è stato solo uno sregolato impulso verso il piacere di ricordarti. Te lo dico in tutta libertà e franchezza: non sei il mio giogo, non mi attanagli il collo, né sono stata mai una tua prigioniera: mi attizza solo l’idea di ravvivarti, come un’operazione tecnica, un esercizio… dimostranti la mia schiacchiante superiorità. Non posso accettare l’idea di essere soltanto “surgelata”! Non è vero che tornando nell’ambiente che ci apparteneva riprenderei ad essere quella di sempre. Anzi, sai cosa ti dico? Ho un’altra idea! Mi infilo nel letto e non rispondo più al telefono e chiudo tutte le “finestre” così nessuno viene più a cercarmi e la smetto anche io di mettere le ganasce ai ricordi. Li lascio definitivamente volare nell’aria tra i pollini della primavera, tra le stelle del cielo, fino a scomparire con la prima pioggia e per evitare che parole o nodi restino impigliati nella gola faccio anche un bel gargarismo (guarda un po’!). Ecco la soluzione, è proprio questa! Però dovrei ammettere anche ciò che ho escluso fino a quest’istante e cioè che “mi è impossibile stare senza te”. E allora, quale delle due? Sono due prospettive identiche che tendono verso un difetto, una mancanza. Dov’è l’alternativa al “mal di vivere”? mer, 12 marzo 2008 12:49
Notizie da Dharamsala
di Sergio D'Elia
Di solito il Dalai Lama nelle celebrazioni di questo anniversario interviene alla fine ma oggi ha preso la parola per primo. Mi è apparso un uomo molto provato, stanco. Lascia la cerimonia subito dopo l'intervento con cui ribadisce la linea del dialogo nonviolento con le autorità cinesi, nonostante la repressione continui, per giungere al riconoscimento dello status di autonomia del Tibet. Negli ultimi tempi sta riducendo l'impegno "temporale" diretto nella politica per dedicare maggiore cura a quello spirituale. La linea del Dalai Lama è condivisa dal governo e maggioritaria nel Parlamento mentre tra gli oltre diecimila giovani manifestanti si respira una tensione per l'indipendenza. Ma tra loro non sono pochi i monaci tibetani che, oltre alla foto del Dalia Lama, issano quella del Mahatma Gandhi segno di un'anima nonviolenta anche nel movimento prò indipendenza.
Il Riformista, 12 marzo 2008 lun, 10 marzo 2008 21:47
Pensieri e parole in viaggio
(Gandhi, in Indian significa "droghiere") Alice come sono tante, Alice Ho ritrovato un vecchio cd nella tasca del sedile posteriore dell’auto; l’ho ascoltato mentre percorrevo una strada piena di curve e tanti pensieri, come l’intreccio dei rami di un albero che non ce la fa a fiorire. La neve intorno ammorbidisce le vette. E’ marzo. Ho inserito il cd perché Anna Finocchiaro ha iniziato a parlare ad intermittenza: radio disturbata. Il 10 marzo, ore 17.00. Oggi se la memoria non fa cilecca la Bonino ha un anno di più: ieri è stato il suo compleanno. Penso ad Anna, la Anna di Lucio Dalla, non quella politica, alla Anna di una canzone ascoltata, cantata, suonata quasi da tutti, alla Anna più conosciuta dalle menti, disegnata, inventata ... la stella di periferia, che a ballare non perdeva un ballo. Penso anche a Marco, in verità, a Marco grosse scarpe e poca carne, con il cuore in allarme, donne intorno, poca vita: sempre quella. Anna e Marco. La variante è data dalla “checca” che fa il tifo, mentre i sessi opposti, con le loro molteplici diversità, ballano, si guardano, si scambiano la pelle, allontanandosi mano nella mano. E la checca che fa? Il tifo! Non balla, non guarda, non scambia la pelle con nessuno. E l’America è lontana, dall’altra parte della luna. Qualche volta la luna si avvicina, qualche volta cade un mucchio di stelle dal cielo, su una Anna, allegra, giocosa, divertita e divertente che “avrebbe voluto morire”. Perché? Che bello “tradurre” le canzoni… anche quelle in lingua italiana: c’è sempre, come in una poesia, un paesaggio da scomporre e ricomporre, un gioco con la fantasia… l’interpretare un artista chiuso in una stanza alla ricerca di musica e parole. La prima domanda che feci al mio insegnante di chitarra fu: “secondo te, nasce prima la musica o nasce prima il testo?”. Lui rispose: “dipende… a volte mancano le parole ma hai pronta la base strumentale; aspetti solo l’ispirazione!”. Adesso è in Giappone (quel pezzo di terra che sin da piccolo ha sentito suo e che ha sempre visto nascosto dietro la luna!). Una bella persona! Sono assolutamente convinta del fatto che se un uomo sa suonare (e/o cantare) “è un uomo diverso”, o meglio costituisce la differenza, in quanto ha sensibilità e determinazione diverse… già solo la pazienza e la passione che occorrono per ripetere centinaia di volte lo stesso accordo pur di impararlo o variarlo, fino a non sentire più le dita (nel caso specifico della chitarra) o altro (se riferito ai vari strumenti). A me erano venuti i calli, eppure non ho mai imparato bene. Ero come sorda: incaponita sul dover a tutti i costi rendere agili le dita e non sentivo più il suono. La strada è ancora lunga. La strada mi viene addosso come una pioggia dal basso, a tratti. Lo sguardo si sposta verso un piccolo “accumulo” di case, tutte diverse. Non capisco perché “quelli dell’Urbanistica” rompono tanto il cazzo e poi permettono, come nel caso di specie, una cagata simile. “Vincolo”: che bel termine. Il vincolo costituito dalla parola data. Poi quando scoprirono i furbi si cercò il vincolo attraverso la carta. La carta: che prezioso strumento insieme alla penna. Quando vedo un foglio bianco ho subito la tentazione di scriverci, e dopo tante parole lo straccio in tanti minuscoli pezzettini che rendono illeggibili persino le lettere. Il padrone della casa dove abitavo da bambina, ogni volta che mia madre accendeva il fuoco (evento raro), si presentava con una busta piena di cartacce da bruciare perché secondo lui quello era l’unico modo per far sparire tutto. A dire il vero era un po’ fissato (quella fissità tipica degli ottusi che un po’ mi riguarda!)! Qualche volta, non contento, “strituzzava” persino la cenere. Diceva sempre: “la carta è ‘immortale’ e anche ‘stracciata’ può essere ricomposta… meglio farla ardere”. Amava viaggiare. Sognava l’America, ma si limitava a poche gite in Europa. Al suo ritorno mi portava sempre una bambolina: una di quelle con l'allegria malinconica stampata sul viso e con in mano una bandierina che, ancora oggi, trovi nelle tabaccherie degli aeroporti di fianco alle cartoline. L’ultima fu una bellissima spagnoletta che, come tutti i giochi, diventò la mia migliore amica per una settimana, dieci giorni circa. Poi la mollai nel mucchio. Cazzo! Oggi tutti i semafori sono rossi. O sono tutti verdi e io li scambio per rossi? C’è il mio capo che ogni volta mi chiede di portargli il “libro” viola. In realtà è arancione, ma ormai tutti lo conosciamo come “viola”, tanto che a volte mi illudo persino che lo sia davvero. Probabilmente anche il colore è un punto di vista. Ognuno di noi può vederlo come vuole. Così è se così vi ‘appare’! Ecco un altro “agglomerato urbano”, con una squallida scuola elementare in pompa magna; poveri bimbi tra quelle mura ammuffite! Il pensiero va alla mia “cantastorie” preferita, perdipiù bugiarda. Quando è in vena mi chiede: “zia, quanto sei disposta a pagare per una poesia?”. “Brutta stregaccia, mi chiedi i soldi in cambio delle tue cavolate?” E lei: “Ogni mia parola è arte”. Così finisco sempre per regalarle lo stesso taglio di banconota. Un volta non mantenne la promessa: scrisse una poesia a metà e allora le diedi mezza banconota (la tagliai in due pezzi) con l’impegno di riattaccare l’altra metà a lavoro ultimato. La poesia fu finita nel giro di tre minuti e mezzo con un banalissimo “Mangiare. Danzare. Che felicità.”. Laddove finisce l’arte inizia il “folklore”. Ma anche il folclore è arte. Dipende sempre dai punti di vista. Queste tre pagine diventeranno carta straccia perché io le trancerò in cento pezzi (o in due: fa lo stesso!). Le mie mani sono intenzionate ad ucciderle. Un’eco dice di non farlo perché a prescindere da come sono mal scritte conta ciò che di esse è stato realmente vissuto. “Dici? Anche se non mi hanno condotto da nessuna parte e non ci condurranno neanche voi che perderete tempo a leggerle?” So fare autocritica. E accetto ben volentieri ogni critica perché la trovo utile per costruirci una riflessione e non per fare da base ad un’angosciante e snervante e inutile risposta. sab, 01 marzo 2008 13:47
Coop di pensieri
A ruota libera. “Cosa sono io per te?” “Sei la donna da tenere nel cassetto, chiusa come i sogni.” “Perché?” “Perché così è come possederti per sempre.” “Appartengono al nostro dominio l’opinione, il sentimento, l’avversione”, diceva qualcuno. Questi “tre” se chiusi dentro noi stessi possono essere di qualsiasi entità, quando, invece, li condividiamo con un’altra persona dobbiamo mettere dei paletti per non incorrere in una violenza sull’altro. L’opinione personale è senz’altro il personale pensiero. Mi fa specie chi chiede (e capita di frequente!) “ti sei fatta un’opinione personale, no?”. Come non avrei potuto. Io anche di fronte ad una mia opinione personale mi faccio un’opinione personalissima. L’avversione è una “sottocategoria” del “reato” più grave dell’odio. Odiare è un delitto. E già! Ma anche amare è un delitto… a volte. Dall’odio sorgono i sentimenti (guarda caso!) più disparati perché “luogo comune” impone di definire l’odio “il risvolto dell’amore”, come anche l’“amore”. Mah. L’avversione di solito si prova verso qualcuno di cui abbiamo una certa opinione, non sempre, fra l’altro, esatta. Capita penso a tutti di esprimere tra sé e sé un parere personalissimo e di constatare col tempo che l’avversione sempre espressa verso quel soggetto, quell’opinione, quel cibo, quel “tutto”, non è nient’altro che una nostra incapacità di andare oltre la superficie. Troppo spesso le opinioni si fermano con la nostra mente pigra. Invece, ragionando ogni opinione risulterebbe utile ai fini della conoscenza. So di non sapere! E’ giustissimo. So di non sapere! E tutto quello che sapeva, povero Socrate!, fu costretto ad ingoiarlo con la cicuta. E pensare che non esiste alcun verbale di quel memorabile processo. Chissà cosa direbbe oggi Socrate guardando l’ammasso di saccentoni “semprevivi”? Sono tempi diversi, è vero. Il suo periodo anticipava la nascita di Cristo. Per noi, invece, è già morto quasi duemila volte. Quelli di Socrate erano tempi in cui bastava osservare un fiore sul margine della strada per fare trattati eterni sul concetto dell’amore, dell’odio, della libertà, etc… Opinioni negate. Beh questo è un altro bel concetto. Ci vorrebbe “un mare” di tempo per farlo naufragare o galleggiare. Non ne ho. Ma mi piacerebbe conoscerne qualcuna, perché c’è bisogno anche di quelle taciute o per meglio dire “messe a tacere”. Perché per poter dire che un discorso è distorto, non condiviso, errato (secondo il proprio parere) bisogna conoscerlo altrimenti si genera solo un’inutile avversione e da qui deriva l’ignoranza. “Cosa sono io per te?” “Sei la donna dei miei sogni chiusa nel cassetto.” “Perché?” “Perché è l’unico modo, questo, in cui riesco ad amarti.” I sentimenti. Benedetto Iddio che li hai creati. Potrei partire dalla nutella bianca mangiata all’alba e il sentimento profondo che ho nutrito per essa fino ad arrivare al mio amore per te, caro Dio. Ma risulterei banale e scontata. “Io ti amo”, ti dissi. E te lo dissi che ancora non ti conoscevo. Come si può dire ti amo ad una persona che non si conosce? “Non finirai mai di conoscere l’altro! Sono 50 anni che stiamo insieme e ogni giorno mi rendo conto di non conoscerlo, ogni giorno scopro cose nuove di lui”, diceva mia nonna. Non mi ha mai parlato di Socrate - forse non ne aveva mai sentito parlare lei stessa -; fatto sta, però, che Socrate era anche in lei, nella sua vita di tutti i giorni. “Sto soffocando, ti prego fammi uscire!” Ti dissi ti amo e non sapevo ancora con esattezza il colore dei tuoi occhi. Ma te lo dissi perché ero convinta che anche dopo 50 anni mi sarei ritrovata al punto dei 50 anni precedenti. “Sono anni che ti chiedo di farmi uscire. Apri questo cassetto.” E le due “n” di anni stanno lì a fagiolo. Altrimenti sarebbero “ani” e purtuttavia non sarebbe manco quella una malvagia definizione visti i “culi” che mi sto facendo per forzare l’apertura. “Dai amore mio, apri questo cassetto.” “Me ne sbatto il cazzo di te, e non chiamarmi amore mio.” “Scusami se ti chiamo ‘amore mio’ ma ci chiamo anche il mio gatto.” Ero giunta a questo punto. Poi, col tempo, ho capito che amare l’altro significa amare tutto dell’altro: quello che è e quello che non è. E allora mi sono accomodata nel tuo cassetto, insieme ai tuoi sogni. Questi ultimi, addirittura, sono diventati anche i miei. Vivo con loro ogni giorno, lontana da te. E’ come se ti avessi vicino. E’ come se tu fossi sempre qui con me. Adesso andiamo così d’accordo che stento a crederci. Ti stupisci anche tu, vero? Ho imparato a vivere senza te pur vivendo con te. Tutto sta nell’isolare l’altro. Avevi ragione, amore mio - e scusami di nuovo se ti chiamo amore mio, ma ribadisco ci chiamo anche il mio gatto -, ho chiuso anche te in un cassetto, insieme ai miei sogni. E se i tuoi sogni sono diventati anche i sogni miei ne deriva che anche i miei sogni sono diventati anche i tuoi. Rispetto tutto ciò che sei e che dici. Rispetto la tua distanza e il tuo modo di amarmi. Mi piace conoscere le tue opinioni, le rispetto; certe le condivido anche. Non ho più alcuna avversione. Solo un semplice sentimento chiamato “sentimento”, appunto! (Immagine inserita: Jan Saudek, in Corriere.it) |
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Diario di un digiuno
Diario di un digiuno
Marco Pannella
Nota editoriale a cura di Albert Gardin
Il 15 dicembre 1972 viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge sull’obiezione di coscienza: un nuovo diritto civile è stato faticosamente affermato in Italia! Protagonista di questa battaglia è la pattuglia radicale guidata da un uomo eccezionale: Marco Pannella. Era dal 1949 che ci si batteva per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza; da allora i tribunali militari italiani continuavano a mietere condanne di quanti si rifiutavano di indossare l’uniforme. Fu una mozione della più piccola formazione politica italiana, il partito radicale, a decretare la fine di questo stato di cose: “digiuno ad oltranza per liberare gli obiettori di coscienza”. Il 1° ottobre 1972 si passò dal detto al fatto. Ricordo ancora che in pochi attimi, tra i militanti radicali che frequentavano la caotica – perché attivissima – sede del PR di via Torre Argentina 18 a Roma, venivano reclutati i nuovi digiunatori. Tanti non sapevano o non ricordavano che quel giorno doveva avere inizio quella nuova lotta, ma accettavano con entusiasmo di far parte della cordata kamikaze. S’incominciò così; giorno dopo giorno la battaglia si gonfiò, prese importanza, divenne determinante. In quaranta giorni di digiuno – trentanove per la precisione – si riuscì a mettere il Governo ed i partiti con le spalle al muro, a far approvare dal Parlamento la legge sull’obiezione di coscienza. Ancora una volta i radicali “fra l’indifferenza della comunità nazionale”, come titolava allora “L’Espresso”, erano riusciti a strappare al regime una riforma civile. Il diario di Marco Pannella costituisce un prezioso documento storico che ci permette di ricordare, o di capire, la genesi dei processi di trasformazione in senso civile del nostro sistema. E’ un documento che va letto anche in una altro modo: non solo storico ma politico; esso rappresenta una sezione precisa dell’azione di Marco Pannella: pensiero, alleanze, mezzi politici, strategia, valori, ecc. E non è poco, se è vero – come io credo – che Marco Pannella, pur essendo personaggio notissimo, rimane paradossalmente sconosciuto dal punto di vista filosofico, in senso lato del termine. L’edizione di questo diario, come scopo non secondario, vuole contribuire a far conoscere più da vicino un protagonista della scena politica italiana ed internazionale, nelle sue dimensioni reali, nella sua “giornata tipo”.
(“diario di un digiuno”, Editoria Universitaria Venezia, 1994) Delitto e castigo
In Delitto e castigo confluiscono tutte le problematiche che avevano tormentato Dostoevskij: i conflitti e problemi di tipo sociale (l’alcolismo, la prostituzione, la miseria, l’usura, l’inurbamento, etc.); le questioni etiche (il problema del bene e del male, dell’autorità e del diritto, della giustizia, del delitto e del castigo, del potere dell’uomo sull’uomo, e così via); la questione dell’onirico e dello strano, che irrompe sulla scena dei sogni, nei deliri e nelle conversazioni deliranti disseminati nell’opera. Grande attenzione è dedicata all’annotazione del poco cibo che circola in Delitto e castigo: nei tre giorni precedenti il delitto Raskòl’nikov, privato del vitto dalla padrona di casa, inghiotte in tutto qualche cucchiaiata di minestra, qualche sorso di tè, un piròg salato, e beve un bicchiere di birra e della vodka, poca. A questo stato di semidigiuno, dopo il drammatico quarto giorno caratterizzato dalla visita del commissariato e a Razumichin e dal manifestarsi della malattia di Raskòl’nikov, fa seguito la fase culminante della malattia stessa e del delirio, anch’essa della durata di tre giorni, nel corso dei quali Raskòl’nikov digiuna completamente. Le giornate successive restano in tono col panorama alimentare fin qui descritto, ai limiti della sopravvivenza, ed è proprio quest’anoressia indotta che consente lo svilupparsi abnorme del pensiero, l’attività frenetica e incontrollata della mente, l’insorgere del delirio, della visione. La fame diventa così uno strumento di esplorazione, una delle tante sonde utilizzate da Dostoevskij per scandagliare la realtà. Raskòl, in russo, significa “scisma”, ed è il termine col quale si indica la grande frattura apertasi nel Seicento all’interno della Chiesa ortodossa russa. A seguito di tale scisma si venne a formare una sorta di religione parallela, disseminata per tutta la Russia, per tutte le classi sociali, anche se era generalmente nel popolo che trovava le sue radici più profonde e più vive. I raskòl’niki, o “vecchi credenti”, osservavano rigorosamente i rituali precedenti alla Riforma, rifiutavano le riforme della Chiesa ufficiale, ed erano pronti a qualsiasi sacrificio e a subire qualsiasi persecuzione pur di restare fedeli alle loro convinzioni. Ancora oggi è ignota la sorte dei milioni di vecchi credenti scomparsi nei lager staliniani, in quanto potenziali portatori di dissenso e di rigore morale. In Delitto e castigo Raskòl’nikov si porta dunque nel cuore, nel nome stesso, l’idea dello scisma: Raskòl’nikov è lo “scismatico”: ma da chi, e da che cosa? E perché? Nel romanzo il termine “scismatico” ricorre a proposito dell’imbianchino Mikolka, un mite personaggio coinvolto casualmente nel delitto (raccoglie un paio di orecchini caduti a Raskòl’nikov dopo l’omicidio della vecchia, e cerca di venderli) e sconvolto a tal punto dagli avvenimenti da arrivare ad autoaccusarsi dell’omicidio, Mikolka è indicato col termine raskol’nik, anche se di un tipo particolare (si tratta infatti di un settario), e tra lui e Raskòl’nikov si viene a creare fin dall’inizio un legame particolare. … Ma radicalmente diversa è la reazione psicologica di fronte al delitto. La grande rimozione di Raskòl’nikov, che fino all’ultimo respinge e non comprende l’idea della colpa, sembra passare, capovolta, sulle spalle di Mikolka, che del delitto non commesso si fa carico, inventando circostanze e prove atte a provarne la colpevolezza, e questo per portare a compimento la sua teoria, la sua impresa, per affermare la necessità della sofferenza e dell’accettazione della sofferenza. Nei due scismatici il passaggio dalla teoria alla prassi prende forme e dà risultati diversi. Se per Raskòl’nikov tale passaggio è fallimentare (“Ha ucciso, ma non è nemmeno riuscito a rubare”…), in Mikolka il passaggio è trionfale, è il riscatto da un periodo esistenzialmente buio e lontano da Dio,, segnato dall’alcolismo e culminato in un tentativo di suicidio. Ma in che cosa consiste, dunque, lo scisma di Raskòl’nikov? La spaccatura che in lui si è generata è tra l’individuo e il genere umano. Anche prima di compiere il suo delitto Raskòl’nikov rifuggiva il prossimo: evitava i compagni, e andava progressivamente riducendo gli spazi di relazioni sociali… Nel delitto, Raskòl’nikov scopre la propria essenza di “pidocchio”, di insetto insignificante incapace di reggere fino in fondo la parte intrapresa, e quindi pura macchina distruttiva e sanguinaria, incapace di trasformare il male in bene, il sangue in beneficio. Quello che manca a Raskòl’nikov è proprio l’elemento rigenerante, è la capacità di trasformazione, che invece non è negata a Mikolka. … Se nei Fratelli Karamàzov il parricidio è il principio disgregatore della vita dei personaggi, il matricidio adombrato in Delitto e castigo ha invece la funzione opposta, ricompone la personalità scissa, placa lo scisma interiore tra l’individuo e la collettività. Grazie all’estremo sacrificio materno, il principio femminile, che in Dostoevskij spesso assume valenze altamente positive, redime effettivamente il delitto e mitiga il castigo: alla fine del tunnel della ri-generazione, Raskòl’nikov troverà Sònecka, “l’eterna Sònecka”, ferma accanto al portone dell’ospedale, mite paziente, sottomessa e pur portatrice di valori etici grandiosi. “Cercate di capirmi” scrive Dostoevskij nelle sue Note invernali su impressioni estive del 1863: “il sacrificio di tutto se stesso a beneficio degli altri, il sacrificio volontario, assolutamente cosciente e non costretto in alcun modo, è a parer mio il segno della massima evoluzione della personalità, della sua massima potenza, del suo massimo autocontrollo, della massima libertà della propria volontà.”
Frasi tratte dall’Introduzione di Serena Prina, al capolavoro di Dostoevskij “Delitto e castigo”, con uno scritto di Pier Paolo Pasolini, Oscar Mondadori "Prologo" di un libro che mi è rimasto dentro
Vi si racconta di un uomo (un campagnolo, lo definisce Kafka) che un giorno avverte l’esigenza di guardare in faccia la legge, di vedere com’è fatta. La legge abita in un palazzo ampio e maestoso; la porta è aperta, ma c’è un guardiano che sbarra il passo ai curiosi. L’uomo lo prega, lo blandisce, cerca di corromperlo: invano. “Del resto”, dice il guardaportone, “se anche ti lasciassi passare, in ciascuno dei saloni del palazzo incontreresti altri guardiani, molto più temibili di me. Io stesso non riesco a sostenere già la vista del terzo”. Però il campagnolo non si dà per vinto, e decide d’aspettare; passano così giorni, mesi, anni. Quando l’uomo, ormai diventato molto vecchio, sta infine per morire, trova la forza di rivolgere un’ultima domanda al suo avversario: gli chiede come mai in tutto quel tempo nessun altro abbia cercato di giungere al cospetto della legge, che pure dovrebbe essere accessibile ad ognuno e da ognuno conosciuta. “Da qui non potevi entrare che tu solo”, risponde il guardaportone “perché quest’ingresso era destinato proprio a te. Adesso posso chiuderlo”. Quella porta – si direbbe – rimane ancora inesorabilmente chiusa; e non soltanto per i più umili e incolti, bensì pure per gli stessi addetti ai lavori, per gli avvocati, per gli uomini di legge. Nel 1992 il Consiglio nazionale dei commercialisti ha diffuso un appello per la restituzione di qualche grado di certezza alla legislazione tributaria, dove di certezza ce n’è talmente poca che le stesse leggi tributarie dichiarano di non applicarsi ai casi maggiormente controversi; quattro anni prima la Corte costituzionale – dinanzi al caotico succedersi di normative mal formulate e perciò mal applicate dagli organi amministrativi e giudiziari – aveva sancito la resa dello Stato, rinunziando a pretendere il rispetto del principio sul quale riposa l’autorità di ogni ordinamento giuridico di questo mondo: ignorantia iuris non excusat. Viceversa l’ignoranza del diritto “scusa”, ha dovuto ammettere la Corte: o perlomeno costituisce un’esimente quando il fatto illecito sia previsto da norme tanto intricate da non lasciarsi decifrare. Tant’è che in circostanze simili le nostre due più alte magistrature amministrative (Consiglio di Stato e Corte dei Conti) hanno assolto sia funzionari sia politici accusati di aver provocato un danno all’erario, sottoscrivendo atti illegittimi. Non è più in questione allora la critica verso il linguaggio oscuro e involuto del diritto, verso i suoi troppi tecnicismi, che dai tempi di Montaigne in poi ha risuonato molte volte nella cultura occidentale: in Italia (ma non solo; e in questo caso il male comune non consola) il sistema giuridico parrebbe piuttosto popolato da fantasmi, che della legge hanno l’apparenza, ma non anche il corpo, la sostanza. Non c’è sicurezza circa la quantità delle norme in vigore; circa i loro reciproci rapporti; ed ovviamente circa il significato che esse assumono, di per sé considerate ovvero lette in relazione alle altre norme. Insomma la legge è malata, e in modo grave. Di più: questa malattia ha ormai messo in crisi il rapporto fra le istituzioni e i cittadini, alimentando un sentimento di disaffezione e di ripulsa verso tutto ciò che è pubblico, di tutti. Uno Stato arcigno e tiranno lo si può combattere, uno Stato amico lo si serve, se necessario, anche con le armi; ma di uno Stato che non si sa che cosa vuole, in ultimo ci si disinteressa e basta. Non gli si dà più ascolto, e ciascuno fa per conto proprio. Non c’è davvero nessun nesso fra la condizione di degrado nella quale ormai cronicamente versa la legislazione italiana e l’evasione fiscale, che da noi è tra le più elevate nel mondo industrializzato? Ed è ancora un’altra coincidenza che i tempi della giustizia in Italia si siano allungati in modo insopportabile, tanto da farci meritare la censura di vari organismi internazionali? Per dirla con una battuta: il sacrificio di Socrate, che scelse di morire pur di non infrangere la legge, è un momento fra i più alti nella storia dell’umanità; ma Socrate avrebbe bevuto egualmente la cicuta se le norme che gli fu rimproverato di violare fossero state ambigue, incerte, altalenanti? Si suole ripetere che l’uscita dal mondo del pressappoco, e al contempo l’ingresso nell’universo della precisione, risalgono al XVII secolo; dopo d’allora la scienza ha celebrato ovunque i propri fasti, sino a permettere l’edificazione di una società altamente tecnologica qual è quella in cui viviamo. Ciascuno può sperimentare tuttavia come ciò non abbia impedito affatto la degenerazione delle nostre leggi, quantomeno rispetto al modello di chiarezza progettato nell’epoca dei lumi. In qualche misura certamente ciò dipende dalla pochezza del linguaggio, che è poi la materia prima di cui sono fatte le leggi: diceva Borges (attribuendo però il concetto a un altro, com’era del resto suo costume) che accadono più cose in dieci minuti di quante possa esprimere l’intero vocabolario di Shakespeare. In parte ciò dipende inoltre dalla complessità dei rapporti e dei fenomeni che oggigiorno la legge deve regolare; e anche questo è un prezzo versato sull’altare del progresso. Bisognerà dunque rassegnarsi a un diritto capriccioso e impenetrabile come il dio Siva venerato dagli indù? Può darsi; ma intanto questo stato di cose stimola una folla di domande. Per gli studiosi: dov’è situata la soglia che divide la legge chiara da quella oscuramente formulata? E cosa accade quando il diritto oltrepassa questa soglia? Per i politici: come porre rimedio ai molti guasti della legislazione? E infine per tutti noi, quali semplici utenti del diritto e “cittadini”: come difendersi di fronte a normative irte di trabocchetti e doppifondi, che sembrano fatte apposta per scoraggiare chi in buona fede intenda rispettarle? Ecco, è precisamente da quest’insieme di domande che prendono corpo le pagine che seguono: da un’esigenza e da questione, se si vuole, formali, nel senso che riguardano la legge non tanto per che cosa dice quanto piuttosto per come lo dice. Ma la forma, come osservava Montesquieu, è garanzia di libertà.
(Per continuare la lettura, anche in versioni aggiornate, "La legge oscura, Come e perché non funziona", Ainis, Laterza 1997) Interpretare
Il verbo “interpretare”, come i sostantivi “interpretazione” ed “interprete”, appartengono sia al linguaggio ordinario che a linguaggi tecnicizzati. Tra gli usi tecnicizzati sono molto importanti quelli propri del linguaggio giuridico (“interpretare una legge”, “interpretare una sentenza”, “interpretare un contratto”), del linguaggio critico-artistico (“interpretare una tragedia”, “interpretare una sinfonia”), del linguaggio psico-analitico (“interpretare un sogno”, “interpretare un lapsus”). L’attribuzione da parte dell’interprete a un documento legislativo del senso più immediato e intuitivo viene detta interpretazione “dichiarativa”. Il canone metodologico in claris non fit interpretatio prescrive di attenersi, ovunque sia possibile, se la lettera della legge non è oscura, ad una interpretazione dichiarativa. L’attività interpretativa – libera naturalmente a chiunque – assume valore vincolante soltanto quando sia compiuta dai giudici dello Stato nell’esercizio della funzione giurisdizionale (c.d. interpretazione giudiziale). L’interpretazione della disposizione, attraverso cui il giudice giunge alla decisione del caso sottoposto al suo esame, svolge il suo ruolo autoritativo nei confronti delle soli parti del giudizio, che sono le sole destinatarie del provvedimento del giudice. Peraltro una sentenza è idonea ad assumere anche valore di precedente nei confronti di altri casi simili, in quanto l’interpretazione di una disposizione normativa sottesa alla sentenza e le argomentazioni logico-giuridiche che ne costituiscono la motivazione possono essere assunte a modello da parte di altri giudici a fini della soluzione di casi analoghi. Il valore di un precedente, nel nostro ordinamento, è però limitato alla persuasività logica ed argomentativa del criterio di decisione, poiché nessuna norma attribuisce ai precedenti giurisprudenziali forza vincolante ai fini della decisione di successivi casi analoghi; pertanto ciascun giudice è sempre libero di adottare l’interpretazione che ritenga preferibile, anche eventualmente in contrasto con pronunce della Cassazione, che è il massimo organo giudicante, o con una precedente prassi giurisprudenziale costante. Tuttavia l’interpretazione giudiziale ha di fatto sempre una notevole autorità a causa delle tendenze alla consolidazione della giurisprudenza che sono profondamente radicate ovunque i giudici sono professionali ed inquadrati in una magistratura istituzionalizzata come corpo, in qualche senso autonomo, dell’apparato burocratico… Già i Romani sottolineavano che scire leges non esta verba earum tenere sed vim ac potestatem; e l’art. 12, comma 1, disp. prel. cod. civ. espressamente impone di valutare non soltanto il “significato proprio delle parole secondo la connessione di esse” (c.d. interpretazione letterale), ma anche la ratio legis. (Andrea TORRENTE e Piero SCHLESINGER, in Manuale di Diritto Privato, XVIII Edizione, Giuffrè) Un film per tutti
Come
"E’ strano che cosa ti combina il tempo quando sei in prigione, puoi startene a fissare per ore il muro che gocciola, gocciola, gocciola, gocciola… Ti sembra un’eternità e poi in un batter d’occhio sono passati tre anni. Insomma, quello che voglio dire… no, non so che cazzo voglio dire…" (Nel nome del padre) "La cosa peggiore che può capitare ad un uomo che trascorre molto tempo da solo è quella di non avere immaginazione. La vita già di per sé noiosa e ripetitiva diventa, in mancanza di fantasia, uno spettacolo mortale." (Le conseguenze dell'amore)
Quando
Giorgio Gaber QUANDO SARO' CAPACE D'AMARE
Divieto di analogia in malam partem
Si discute attualmente, in Italia, se alla luce della L. 19 febbraio 2004 n. 40 (“Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”), commetta un reato chi fa ricerca su cellule staminali embrionali, non prodotte nel nostro Paese, bensì importate dall’estero. La legge citata all’art. 13 co. 1, 4 e 5, vieta sotto minaccia di pena “qualsiasi sperimentazione su ciascun embrione umano”. Ora, è plausibile che la ricerca sperimentale su cellule staminali embrionali (prodotte all’estero e importate in Italia) sia attività simile alla ricerca su embrioni e che le stesse motivazioni assunte a fondamento del divieto della ricerca su embrioni potessero suggerire al legislatore di vietare anche la ricerca su cellule staminali derivate da embrioni. Si tratta di situazioni simili, ma diverse: la cellula staminale è stata sì ricavata da un embrione, ma a quel punto l’embrione ha cessato di esistere. Il significato letterale della formula ‘embrione’, che compare nell’art. 13 della L. 40/2004, non può dunque essere dilatato sino a ricomprendere le ‘cellule staminali embrionali’. Pertanto, la ricerca su cellule staminali embrionali, non essendo stata prevista espressamente come reato dalla legge, è priva di rilevanza penale. Solo il legislatore potrebbe, eventualmente, colmare questa lacuna: se lo facesse l’interprete, violerebbe il principio di tassatività.
(Marinucci-Dolcini, Giuffrè, Milano 2006)
Maramaoooooooo!
Maramao perché sei morto,
( Autori: M.C. Consiglio - M. Panzeri - 1939 ) |
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