Alice guarda i gatti, e i gatti guardano nel sole mentre il mondo sta girando senza fretta...Il 21 luglio 1953 Gaetano Salvemini scriveva su Il Mondo: "...La realta' e' che quando un clericale usa la parola liberta' intende la liberta' dei soli clericali (chiamata "liberta' della Chiesa") e non le liberta' di tutti. Domandano le loro liberta' a noi 'laicisti' in nome dei principi nostri, e negano le liberta' altrui in nome dei principi loro" (Dalla liberta' religiosa alla peste vaticana, Maurizio Turco). |
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I miei racconti
Raccolta dei miei racconti VAI AL blog TI AMO "...Benché il mio obiettivo sia comprendere l'amore, e benché io soffra a causa delle persone a cui ho concesso il mio cuore, vedo che coloro che hanno toccato la mia anima non sono riusciti a risvegliare il mio corpo, e coloro che hanno accarezzato il mio corpo non sono stati in grado di raggiungere la mia anima..." P. C. Mi piace leggere
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Tropico del...
E sentite questo: “Tutti mi cercano, tutti mi vogliono parlare, tutti chiedono di me a me e agli altri. Uno mi domanda come sto, se mi son rimesso, se mi è tornato l’appetito, se vado a far passeggiate; un altro mi chiede se lavoro, se ho finito quel tal libro, se ne comincerò uno nuovo.” “Quello sparuto scimmiotto tedesco vuol tradurre le opere mie: quella stravolta ragazza russa vuole che le scriva la mia vita; la signora americana vuol sapere le mie ultime notizie; il signore americano mi manda la carrozza alla porta perché vada a mangiare e a confidarmi con lui; il mio compagno di scuola e di chiacchiere di dieci anni fa vuole ch’io gli legga quel che via via scrivo; l’amico pittore pretende ch’io stia fermo davanti a lui per ore e ore a farmi il ritratto; il giornalista vuol sapere dove sto di casa; l’amico mistico in che stato è l’anima mia; l’amico pratico come è pieno il mio portafogli; il presidente della società ordina ch’io faccia un discorso; la signora spirituale si raccomanda ch’io vada a prendere il tè a casa sua più spesso che posso per conoscere il mio parere su Gesù Cristo e sul chiromante arrivato in questi giorni…” “Ma cosa son diventato, perdio! Che diritto avete voi altri d’ingombrar la mia vita, di rubare il mio tempo, di frugarmi nell’anima, di succhiarmi il pensiero, di volermi vostro compagno, confidente e informatore? Per chi mi avete preso? Son forse un attore salariato per recitare tutte le sere, dinanzi ai vostri musi da schiaffi, la commedia dell’intelligenza? Son forse uno schiavo comprato e pagato che debba inchinarmi ai vostri capricci di sfaccendati e offrire in omaggio tutto quello che so e fo?” “Io sono un uomo che vorrebbe vivere una vita eroica e render più sopportabile il mondo ai suoi occhi. Se in qualche momento di debolezza, di abbandono o di bisogno, scaglio nel mondo qualche sdegno raffreddato in parole, qualche sogno infagottato in immagini, pigliatelo o buttatelo via, ma non mi seccate.” “Sono un uomo libero; ho bisogno della libertà, ho bisogno di star solo, ho bisogno di rimuginare fra me e me le mie vergogne e le mie tristezze, di godermi il sole e i sassi della strada senza compagnia e senza discorsi, colla sola musica del mio cuore. Cosa volete da me? Quel ch’io voglio dire lo stampo; quel che voglio dare lo do. La vostra curiosità mi fa stomaco; i vostri complimenti mi umiliano; il vostro tè mi avvelena. Non debbo nulla a nessuno e ho da fare i miei conti soltanto con Dio; se esiste”.
Henry Miller, Tropico del cancro Il gatto
(foto di un tale)
Nel cervello mi passeggia,
così tenero è il suo timbro discreto;
Voce che penetra e stilla (Baudelaire, I fiori del male) Articolo 3
Il principio di eguaglianza
L’eguaglianza formale. A norma del I comma dell’art. 3 Cost., “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. In via preliminare, va precisato che, sebbene soggetto lessicale della disposizione siano “tutti i cittadini”, è opinione ormai comune (confortata, d’altra parte, dal disposto dell’art. 2 Cost., a noma del quale “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”) che soggetto giuridico siano anche, per alcune situazioni, gli stranieri e gli apolidi. La “pari dignità sociale” consacrata nella norma in esame sta a significare che non esistono più distinzioni in base al titolo, al grado od all’appartenenza ad una classe sociale (per cui, di conseguenza, la XIV disp. trans. e fin. dispone che “I titoli nobiliari non sono riconosciuti”) ma che l’unico titolo di dignità, in una Repubblica fondata sul lavoro, è ormai da rinvenire nello svolgere una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (art. 4, comma II, Cost.). Il riconoscimento del principio di eguaglianza davanti alla legge (contenuto già nelle costituzioni liberali del 1800; v., ad esempio, l’art. 24 dello Statuto albertino: “Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo e grado, sono eguali dinanzi alla legge”) è adesso arricchito e rafforzato dalla previsione costituzionale delle situazioni di fatto alle quali deve essere applicato. Infatti, sia per la trascorsa esperienza autoritaria (si pensi alle discriminazioni, avvenute in regime fascista, sulla base dell’appartenenza alla razza ebraica o ad una minoranza linguistica, ovvero, ancora, per le opinioni politiche o per la fede religiosa) sia per l’evoluzione della coscienza sociale (che vede ormai le donne poste sullo stesso piano degli uomini), l’Assemblea costituente ritenne che fosse necessario prestabilire dei limiti ben precisi alla attività dei pubblici poteri, al fine di evitare incertezze interpretative, che sarebbero state sempre possibili qualora il principio fosse stato enunciato puramente e semplicemente, lasciando, per ciò stesso, un certo margine di discrezionalità al legislatore. Occorre, a questo punto, chiedersi quale sia il significato e la portata del principio di eguaglianza. Ora, la norma contenuta nell’art. 3, comma I, vale a statuire che il legislatore (ma – come vedremo – non esso soltanto) non può operare discriminazioni fra i cittadini (e, più generalmente, fra i soggetti dell’ordinamento), a seconda del loro sesso, della loro razza, lingua, religione, delle loro opinioni politiche e delle loro condizioni personali e sociali. Ciò non significa però – si badi bene – assoluta parità di trattamento, sia perché possono esistere circostanze obiettive che la impediscono sia perché la stessa Costituzione ha apportato delle deroghe al principio, ritenendo che esso dovesse cedere di fronte ad un altro valore riconosciuto prevalente. […] Il principio, inoltre, non può significare assoluta parità di trattamento anche perché, se così fosse, contraddirebbe se stesso. E’ evidente, infatti, che in tanto il principio può dirsi integralmente applicato in quanto la legge tratti in modo eguale situazioni eguali e in modo diverso situazioni diverse. Tuttavia, lasciare alla assoluta discrezionalità del legislatore la valutazione della diversità delle situazioni avrebbe potuto trasformare tale discrezionalità in arbitrio; senza dire che, in regime di costituzione rigida, le scelte del legislatore non sono del tutto libere nel fine ma sono vincolate alle disposizioni costituzionali ed al raggiungimento dei fini in esse determinati. Per cui la Corte costituzionale (che in un primo tempo aveva ritenuta legittima la disparità di trattamento in presenza di situazioni diverse, senza alcuna specificazione) ha successivamente precisato che l’art. 3 mira ad impedire che a danno dei cittadini siano dalle leggi operate discriminazioni arbitrarie, senza che la disposizione obblighi il legislatore a fissare per tutti una identica disciplina; di modo che gli è consentito di adeguare le norme giuridiche ai vari aspetti della vita sociale e, in conseguenza, di dettare norme diverse per situazioni diverse. Tale principio – sempre secondo la Corte – rientra nel piano di una inderogabile esigenza di logica legislativa. Un ordinamento che non distingua situazioni da situazioni e tutte le consideri allo stesso modo non è nemmeno pensabile: finirebbe col non disporre regola alcuna (sent. n. 217 del 1972; ed in questo senso, fra le altre, la sent. n. 62 del 1972, secondo la quale il legislatore può disciplinare in modo eguale le situazioni eguali ed in modo diverso quelle differenti sempre che in contrario non ricorrano logiche e razionali giustificazioni; e la sent. n. 200 del 1972, secondo la quale la discrezionalità legislativa trova sempre un limite nella ragionevolezza delle statuizioni volte a giustificare la disparità di trattamento tra cittadini). L’uso del canone della ragionevolezza da parte della Corte costituzionale mira a valutare le discipline normative che contengono o determinano disparità di trattamento tra categorie di soggetti in modo che siano soddisfatte tre esigenze diverse: a) la salvaguardia della discrezionalità del legislatore; b) la tutela del principio di pari trattamento in situazioni uguali (esame della norma sotto controllo alla luce di un tertium comparationis, costituito dalla (e) norma (e) regolatrice (i) di situazioni uguali o assimilabili; c) il bilanciamento di valori costituzionali diversi e contrastanti, allo scopo di individuare un equilibrio valido per la fattispecie normativa considerata. Lo strumento del giudizio di ragionevolezza è molto utile per consentire alla Corte flessibilità di analisi e di decisione in situazioni complesse e mutevoli, in cui la riconduzione ad unità di discipline normative frammentarie non può essere realizzata con mezzi logici e formali, ma con ragionamenti di tipo empirico, legati alla concretezza storica dell’ordinamento. […] Altro problema è quello relativo all’applicabilità del principio di eguaglianza formale a situazioni di fatto diverse da quelle espressamente indicate nell’art. 3. Ad esso va data soluzione positiva ove si considerino le ragioni storico-politiche che hanno indotto il Costituente a precisare le situazioni che non ammettono disparità di trattamento ed ove si rifletta che la legge può operare discriminazioni fra i cittadini che si trovino in situazioni diverse da quelle previste nell’art. 3 o parificarli fra loro tutte le volte che la disparità o la parità di trattamento trovino il loro fondamento in motivi logici e razionali o si rendano necessarie per il perseguimento di fini costituzionali. Quanto, poi, ai destinatari della norma, sembra che essa si rivolga non soltanto al legislatore ma anche agli amministratori ed ai giudici che sono chiamati ad osservarla, nell’esercizio del loro potere discrezionale, in sede di attuazione e di applicazione (e, dunque, di interpretazione) della legge. Essa trova applicazione, inoltre, anche nei confronti delle persone giuridiche e delle associazioni di fatto e nei rapporti di diritto privato, soprattutto quando questi si svolgano nell’ambito di formazioni sociali, intervenendo in tal caso il principio contenuto nell’art. 2 Cost., secondo il quale “i diritti inviolabili dell’uomo” (dei quali la eguaglianza costituisce il presupposto essenziale) sono in esse riconosciuti e garantiti (MORTATI).
L’eguaglianza sostanziale. Il passaggio dallo Stato di diritto (che vede affermato il principio dell’eguale soggezione alla legge di tutti i cittadini) allo Stato sociale è segnato, nella nostra Costituzione, dal II comma dell’art. 3, che enuncia uno dei principi fondamentali in essa contenuti e che assume il valore di canone interpretativo dell’intero sistema. Il principio di eguaglianza formale rischierebbe, infatti, di rimanere (almeno in parte) una pura affermazione teorica se non fosse integrato da quello di eguaglianza sostanziale. La lettera dell’art. 3, comma II, è, al riguardo, molto chiara: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Il Costituente ha cioè riconosciuto che non è sufficiente stabilire il principio dell’eguaglianza giuridica dei cittadini (art. 3, comma I), quando esistono ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la loro libertà ed eguaglianza, impedendo che siano effettive; ed ha, pertanto, coerentemente assegnato alla Repubblica (vale a dire al legislatore ed a tutti i pubblici poteri) il compito di rimuovere siffatti ostacoli, affinché tutti i cittadini (ed, in particolare, i lavoratori che si trovino in situazione di inferiorità a causa delle loro condizioni economiche e sociali) siano posti sullo stesso punto di partenza, abbiano le medesime opportunità, possano godere, tutti alla pari, dei medesimi diritti loro formalmente riconosciuti dalla Costituzione. Che valore ha, infatti, riconoscere il diritto al lavoro (art. 4), quando, di fatto, esistono larghe sacche di disoccupazione; […]. Il carattere innovativo del principio in esame dovrebbe, a questo punto, apparire evidente. Esso mira a promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i cittadini alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese in un regime di effettiva libertà ed eguaglianza, di modo che le discriminazioni fra i cittadini si operino non a causa delle loro condizioni economiche e sociali bensì soltanto per le loro capacità naturali […]. Il principio di eguaglianza sostanziale ha carattere programmatico; esso, cioè, si indirizza al legislatore ed agli altri pubblici poteri, non soltanto dello Stato-soggetto ma anche degli enti – soprattutto territoriali, per le competenze ad essi attribuite (si pensi, in particolare, alle regioni) – diversi dallo Stato e li impegna a porre in essere tutte le misure idonee a conseguire i fini da esso indicati (od a non porre in essere misure contrastanti con il raggiungimento di detti fini). Ciò, però, non sminuisce per nulla il suo significato. Ed, infatti, se la Costituzione si fosse limitata a statuire – come conseguenza di un diverso modo di intendere il valore della persona umana e l’organizzazione politica, economica e sociale del Paese – il principio dell’eguaglianza formale (proprio, come si è detto, della società liberale ottocentesca), noi avremmo avuto un diverso tipo di Stato. Fondato, sì, sul diritto, ma non giuridicamente impegnato ad eliminare – mediante la sua azione – le condizioni di privilegio e ad assicurare la piena e libera espansione della persona umana, ponendo a tal fine le necessarie premesse, vale a dire la liberazione dal bisogno, l’eguaglianza sostanziale, la partecipazione effettiva di tutti i cittadini alla vita associata. Il principio in esame viene, inoltre, precisato in tutta una serie di norme che valgono sia a meglio specificarlo in relazione a determinate situazioni, sia a porre alcuni limiti all’autorità privata a tutela della libertà e della dignità della persona umana e per stabilire equi rapporti sociali, sia, infine, a imporre a carico dello Stato obblighi a favore di categorie di cittadini che si trovino in particolari condizioni di inferiorità economica e sociale. (Temistocle Martines, Giuffrè 1997) Ultimi 5 post
La fodera del mondo!
Quando moriro', vedro' la fodera del mondo. L'altra parte, dietro l'uccello, la montagna, il tramonto. Il vero significato che vorra' essere letto. Cio' che era inconciliabile, si conciliera'. E sara' compreso cio' che era incomprensibile. Ma se non c'e' una fodera del mondo? Se il tordo sul ramo non e' affatto un segno ma solo un tordo sul ramo, se il giorno e la notte si susseguono senza badare ad un senso e non c'e' nulla sulla terra, oltre questa terra? Se cosi' fosse, resterebbe ancora la parola suscitata un giorno da effimere labbra, che corre e corre, messaggero instancabile, nei campi interstellari, nei vortici galattici e protesta, chiama, grida. (C. Milosz) Lettura sull'Indifferenza
INDIFFERENTI - Antonio Gramsci Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani" (1). Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. "La Città futura", pp. 1-1 Raccolto in SG, 78-80.
(1) Cfr. Friedrich Hebbel, Diario, trad. e introduzione di Scipio Slataper, Carabba, Lanciano 19I2 ("Cultura dell'anima"), p. 82: "Vivere significa esser partigiani" (riflessione n. 2127). Questo stesso pensiero di Hebbel era stato pubblicato nel numero del "Grido del Popolo" del 27 maggio 1916, insieme con le seguenti due "riflessioni" tratte dalla medesima opera: " 1. Un prigioniero è un predicatore della libertà. 2. Alla gioventù si rimprovera spesso di credere che il mondo cominci appena con essa. Ma la vecchiaia crede anche più spesso che il mondo cessi con lei. Cos'è peggio? "
Pippo non lo sa
Pippo non lo sa, (Kramer - Sartelli - Panzeri, rivisitata) |
gio, 29 novembre 2007 20:56
Tutte quelle cose, in processione, prima che ...
gio, 29 novembre 2007 12:17
Amicizie erotiche a RISCHIO!
Cambia la carta d'identità dei sieropositivi nel nostro Paese Aids, in Italia 11 casi al giorno I contagiati sono soprattutto uomini, tra i 40 e i 44 anni. La prima causa? I rapporti eterosessuali ROMA — Fanno sesso con partner occasionali, anche prostitute. Si infettano perché non usano il preservativo. Non immaginando di costituire un rischio per i loro compagni «ufficiali», portano la malattia in famiglia e all'interno della coppia. Sono soprattutto uomini, 40-44 anni. Ignari, lontani quindi dall'idea di sottoporsi al test. Cambia la carta d'identità dell'Aids in Italia. E' aumentata l'età media del contagio. I giovani paradossalmente sono meno esposti, perché è calato il consumo di eroina, e quindi la probabilità di bucarsi e scambiare siringhe infette. Ora la popolazione maggiormente colpita è quella degli adulti eterosessuali. Oltre la metà scoprono per caso di avere il virus dell'Hiv. Vanno dal medico perché avvertono i primi sintomi e quando ricevono la diagnosi, il 30% non riesce a ricostruire come possa essere successo. Ed è proprio la mancanza di consapevolezza che continua ad alimentare l'epidemia. Ogni giorno undici italiani diventano sieropositivi (4.000 nel 2007): porteranno a 140 mila il numero di coloro che hanno contratto l'Hiv, con un 30-35 per cento di donne. I nuovi casi di Aids conclamata alla fine del 2007 saranno circa 1.200. Rivoluzionate le modalità di trasmissione rispetto a 10 anni fa. Quasi il 45% sono contatti eterosessuali, mentre tossicodipendenza e omosessualità, un tempo i due grandi serbatoi di diffusione, si sono ridotte al 20-28%. Bassa la soglia di percezione del pericolo. La gente ha abbassato la guardia, forse ingannata dai segnali incoraggianti che arrivano dal mondo della scienza. Nuovi farmaci, cure meno tossiche, la ricerca che ogni anno sforna rimedi compatibili con la vita quotidiana. Dalle 12 compresse al giorno, si è passati a un paio. Entro l'anno in Europa verrà registrata la pillola «tre in uno», che riunisce tre molecole già disponibili. «L'Aids è diventata una malattia cronica — dice Andrea Antinori, primario dell'istituto Spallanzani dove sabato viene inaugurato il primo hospice di malattie infettive —. Chi comincia il trattamento quando il sistema immunitario non è compromesso, ha un attesa di vita di 20-30 anni. Il problema però è che il 40% arriva in ospedale in stadio avanzato. Siamo ad una seconda svolta, dopo quella del '97 quando venne messa a punto la triplice terapia con Azt, inibitori della proteasi e lamivudina. Abbiamo antiretrovirali che agiscono su diverse fasi della replicazione virale». Il virus viene attaccato da più parti, con molecole che bloccano la penetrazione nella cellula (inibitori della fusione) e l'integrazione nel suo genoma (anti integrasi). Fallita, per l'immunologo Fernando Aiuti, la via dei vaccini tradizionali, da inoculare: «La sperimentazione in Sud Africa del candidato più promettente, con tre antigeni, è stata chiusa. Credo bisognerà tentare altre strategie, indirizzare altrove gli investimenti ». Si muore di meno, le medicine funzionano. Così il virus dell'Hiv ha smesso di fare paura. E addio preservativo. Secondo uno studio recente in 5 centri, dopo la diagnosi il 30% dei pazienti ha avuto almeno 20 partner sessuali, il 20% non ha usato protezione. Per contrastare il fenomeno, il ministero della Salute parte con una campagna che per la prima volta indica il condom come sicuro strumento di prevenzione. Domani viene presentato uno spot televisivo girato da Francesca Archibugi, protagonisti due coppie di giovanissimi e di adulti le cui storie si incrociano. Testimonial Ambra Angiolini. Sabato, Giornata mondiale contro l'Aids, al Palalottomatica di Roma un grande concerto promosso dal ministero di Livia Turco. Margherita De Bac - www.corriere.it 29 novembre 2007 mer, 28 novembre 2007 13:10
Micio miao timidoneNel luglio del 2006 veniva affidato alla senatrice ds - oggi appartenente al Partito democratico - Fiorenza Bassoli l’incarico di relatrice per il disegno di legge sulle direttive anticipate di trattamento, meglio note con il nome di «testamento biologico». La legge era in discussione nella Commissione Igiene e Sanità del Senato, presieduta dal professor Ignazio Marino. Alla senatrice Bassoli era stato assegnato il compito di presentare una proposta che potesse finalmente consentire alla Commissione Sanità, dopo mesi di dibattiti e audizioni, di iniziare l’esame di un testo legislativo condiviso. Nella prima metà del giungo scorso, dopo un lungo e articolato scontro all’interno della maggioranza, è stato deciso di non presentare un disegno di legge unificato, né di presentare come testo base uno tra gli otto presentati. Arrivare alla discussione generale senza testo unico è stata una scelta certamente non condivisa da parte nostra, ma poco condivisa anche nella maggioranza e persino in parte dell’opposizione. In questo modo, infatti, i tempi dell’iter parlamentare si sarebbero inevitabilmente allungati, cosa puntualmente avvenuta. L’opposizione, che si era detta pronta a discutere su un testo unificato, ha puntato l’indice sulla difficoltà della maggioranza a raggiungere una posizione condivisa. Dopo tutti questi lunghi mesi di discussione (a partire dall’ormai lontana primavera del 2006), le decine di sedute, gli scontri politici e mediatici, il risultato è un vero e proprio stallo. La legge sul testamento biologico, presente anche nel programma di Romano Prodi come strumento legislativo che deriva con naturalezza dal principio del consenso informato e dall’autodeterminazione personale in materia di decisioni sanitarie, è oggi arenata. A luglio la senatrice Bassoli, a proposito del non luogo a procedere di Mario Riccio, aveva dichiarato: «Sono ottimista, la legge sul testamento biologico si farà». Già, ma quando? «Si tratta - sono ancora le parole della senatrice Bassoli - di fare una legge che tuteli i diritti di soggetti non più in grado di esprimere direttamente le proprie volontà». Ebbene, questi diritti non sono ancora garantiti oggi. Le persone che non sono più in grado di manifestare il proprio volere devono affidarsi alle decisioni dei medici o dei parenti, senza l’opportunità di essere rispettati in una delle scelte più personali, e più drammatiche, della nostra esistenza. Che cosa ne è stato dei buoni propositi della senatrice Bassoli? Che cosa è successo in questi ultimi cinque mesi di distanza? Assolutamente nulla! La senatrice Bassoli non ha mai presentato alcun testo unificato e la questione non è nemmeno più stata messa all’ordine del giorno della Commissione Sanità. I testi in discussione sono passati da otto (tre della Casa della Libertà e cinque della maggioranza) a undici (con le ultime aggiunte di Rifondazione Comunista, Verdi e Italia dei Valori): forse è impossibile trarre una soluzione «condivisa» tra testi che su molti punti presentano soluzioni opposte. Quello che conta è una soluzione liberale, cioè che garantisca la libera scelta individuale, sia di chi decida di avvalersi del testamento biologico sia di chi decida di non farlo, come accade ogni volta che una legge offre la possibilità di scegliere tra diverse opzioni. Anche la sentenza della Cassazione sul caso Englaro sembra andare in questa direzione, riconoscendo anche in modo differito nel tempo il diritto costituzionalmente garantito a scegliere sulle proprie terapie. Poco importa a questo punto stabilire le singole responsabilità di tale assoluto fallimento. Poco importa anche capire fino a che punto la senatrice sia soltanto l’esecutrice materiale di un disegno politico preciso di affossamento del testamento biologico da parte dei vertici del Partito democratico. Il rispetto per i mesi di impegno parlamentare, che ha coinvolto non solo i senatori, ma anche centinaia di esperti e l’opinione pubblica, dovrebbe imporre alla senatrice Bassoli di dimettersi da relatrice. Continuare a invocare «altre urgenze», sia da parte della senatrice Bassoli che di altri rappresentanti politici, al fine di evitare la discussione di un tema che rischia di spaccare gli accordi e di provocare aspre discussioni, è inaccettabile. Sarebbe più onesto rinunciare a un incarico se non si vuole o non si può portarlo a termine. Mi auguro che il presidente Marino non si sia ormai rassegnato a veder andare in fumo il lavoro di tutti questi mesi, e sia lui stesso a sollecitare il Riformista di Marco Cappato gio, 22 novembre 2007 21:14
ven, 16 novembre 2007 17:01
L'eco degli addii
Mi sono avvicinata all’acqua immergendo le dita più lunghe e ho... [...] Tag:
Alice e Alessandra
mer, 14 novembre 2007 07:51
La lingua batte dove il dente duole
(foto carina, rubata ai sigg. Pacsiamo - rubata a loro volta - tanto per sottolineare l'insistenza di Alice sull'argomento Moratoria! Speriamo bene!! Domani il voto!) mer, 14 novembre 2007 07:31
L'amore è:Elisabetta Tulliani, dopo la love-story con l’affascinantissimo ex presidente del Perugia calcio Luciano Gaucci... [...] mar, 13 novembre 2007 14:31
mar, 13 novembre 2007 08:34
Dipinsi l'anima...
Dipinsi l’anima su tela anonima. Il ritratto non era dei migliori, la mia anima arrivò poco dopo di me. Ci salutammo con un sorriso e, per la prima volta, mi chiese come stavo. Indossava come al solito i pantaloni e la maglia nera, ma non si era ancora pettinata, aveva i capelli sciolti sulle spalle. Le dissi che stavo bene, che avevo dormito poco. Non mi chiese altro, bevve due tazze di caffè, in piedi. Continuammo a ridere, sembrava che una città intera ridesse, era un curioso spettacolo. La nonna della mia anima, una volta mi vide ridere in modo infantile (d’altronde avevo 7 o 8 anni) e mi disse: attenta, perché chi ride “di” venerdì piange “di” sabato, “di” domenica e “di” lunedì! E pensare che io non ho riso venerdì e ieri - lunedì - ho pianto. Dove si compensa per me il destino? Che teorie, dolce nonna! Un colpo di tosse nel sonno e nonna non c’è più; vai a salutarla anima. Sta sorridendo a tutte le comari che, mentre fuori c’è la neve, continuano a sventolare il ventaglio e a “biascicare” Mater Christi, ora; Mater divinae gratiae, ora; Mater purissima, ora; Mater castissima, ora; Mater inviolata, ora; Mater intemerata, ora pro nobisssss…etc fino a quando si arriva alla Rosa mystica e non si sente più ora pro nobis ma sssssssss. La tortura della preghiera: se non preghi l’anima non sale. Le stesse donne che hanno coperto lo specchio con un telo bianco. Quale il significato? Scene di film di altri secoli, eppure è passato soltanto un quarto di secolo; era la nonna della mia anima. La grande e unica nonna che trentacinque anni fa, a differenza di tutto il resto della famiglia, non odiò sua nuora quando diede ai medici il consenso per l'interruzione della vita di suo marito (mio zio) in coma da svariati mesi dopo un incidente. Lo avevano fatto visitare in America, in Italia, ovunque… non c’era alcun modo per poterlo salvare. Mia nonna disse che preferiva pensare a suo figlio come ad un angelo anziché vederlo senza essere riconosciuta per il resto dei suoi giorni. Custodì tutti i libri di quell’uomo che io non ho mai conosciuto in una cassapanca depositata in un luogo inviolabile: una sorta di sgabuzzino dove già soltanto il muro vivo e la finestra impolverata odoravano di morte. La mia anima entrava raramente e di nascosto poiché se non c’era abbastanza luce o rumore sentiva tutte le altre anime urlare; meno raramente quando sul davanzale c’erano i fichi neri ad essiccare. E allora, cara Francy, come lo descrivo un infinito cerchio? Di spunti reali ne ho molti, ho acquistato tutti i colori, ho disegnato cerchi - alcuni non si chiuderanno mai - e la tela nonostante i ripetuti tentativi resterà sempre anonima. Nessun passante si è mai interessato di arte… ma la bellezza dell’anima risiede proprio nel fatto che a prescindere dagli altri essa non cessa mai di essere. Sono solo i giorni a spegnersi. La sera, come tutte le sere, venne la sera. Non c'è niente da fare: quella è una cosa che non guarda in faccia a nessuno. Succede e basta. Non importa che razza di giorno arriva a spegnere. Magari era stato un giorno eccezionale, ma non cambia nulla. Arriva e lo spegne. Amen. Così anche quella sera, come tutte le sere, venne sera... Gli uomini con le pistole spareranno colpi in aria o accidentali, l'anima non sarà perforata da alcun proiettile né andrà mai in quella grande oasi di pace che tutti raccontano; resterà qui, tra noi, a tormentarsi - tra mille altre tele anonime -, a sopportare la negligenza o l'indifferenza... in attesa della sera. mer, 07 novembre 2007 13:28
Daniele CapezzoneDaniele Capezzone lascia
con una lettera al Presidente della Camera 7 novembre 2007 Alla cortese ed urgente attenzione del Presidente della Camera dei Deputati e, per doverosa e opportuna conoscenza, al Presidente del Gruppo parlamentare della Rosa nel pugno e al Presidente del Gruppo parlamentare misto Roma, 7 novembre 2007 Signor Presidente, vi sono circostanze nelle quali il rispetto delle istituzioni, il rispetto di se stessi e il rispetto delle proprie idee ed obiettivi politici impongono scelte difficili e costose. Questo è a maggior ragione necessario ed opportuno se riteniamo che non tutto sia “Casta”, e che sia invece ancora possibile -anche in Italia- vivere l’impegno politico e civile come momento alto, nel quale il piano delle convinzioni non sia sovrastato da quello delle convenienze, dei tatticismi, dei piccoli calcoli di parte o personali. E’ anche un messaggio per le generazioni più giovani, affinché non perdano la speranza di contribuire a costruire un Paese diverso, più moderno, più libero, e non rinuncino -magari comprensibilmente nauseati, distanti, indifferenti- ad un impegno diretto in una politica che vivono come lontana e, in ultima analisi, infrequentabile. Nel nostro Paese, l’istituto delle dimissioni vive una curiosa vicenda: le dimissioni vengono annunciate, ventilate, minacciate, magari richieste, ma -nella maggior parte dei casi- non si presentano, non si danno. E prevale, anche nei luoghi teoricamente meno sospettabili, un tetragono attaccamento al potere, o alle briciole di potere più o meno fragilmente e provvisoriamente conquistate. Tutto ciò premesso, Le scrivo per comunicarLe le mie dimissioni dalla Presidenza della Commissione attività produttive della Camera. Il motivo di questa mia decisione è molto semplice: considero esauriti, starei per dire esausti, la fase e l’assetto politici che determinarono anche quella mia elezione. Qualunque cosa accada infatti al Senato nelle prossime settimane o mesi, il Governo e la maggioranza -di fatto- non esistono più, politicamente, o comunque non sono assolutamente in condizione di svolgere alcuna funzione positiva. Lo ripeto a scanso di equivoci: non solo l’attuale Governo, ma l’attuale maggioranza politico-parlamentare. Come Lei ricorderà, sin dalla legge finanziaria dell’anno scorso (drammaticamente sbagliata, a mio avviso, perché tutta centrata su un intollerabile inasprimento della pressione fiscale, e senza alcun taglio di spesa, senza alcuna riforma strutturale), ho marcato una distanza sempre più netta dall’Esecutivo (pur cercando di svolgere in modo scrupoloso e imparziale le mie funzioni istituzionali); da molti mesi, dalla crisi del febbraio scorso, non voto la fiducia al Governo; oggi, alla luce del fatto che nulla mi appare modificato rispetto a questa situazione, compio un atto politico conseguente. Invano ho atteso che giungessero non parole o “segnali”, ma fatti politici rilevanti, in particolare dalle componenti cosiddette riformiste di Governo e maggioranza, che sono state e continuano ad essere travolte e umiliate punto su punto, sistematicamente. Mi pare infatti che in tanti, in troppi, siano meramente protesi a una logica di sopravvivenza, di continuismo, di trascinamento dell’esistente. Per questo, occorre invece che qualcuno compia atti chiari di discontinuità e di rottura, sia pure a proprie spese: di qui, la mia decisione. E aggiungo che la pur ragionevole questione della riforma elettorale non può tramutarsi in un alibi, in un pretesto, in un escamotage, per rinviare il momento elettorale alle calende greche (o a quelle …italiane). Bastano pochi giorni, al limite alcune settimane, per capire se esiste davvero la volontà politica comune di cambiare la legge: dopo di che, le forze politiche farebbero bene a non protrarre un’agonia al solo scopo di cercare di togliere agli elettori la possibilità di decidere. E la mia preoccupazione cresce se si considera che questo obiettivo di trascinamento, che in qualche caso sembra sconfinare nell’accanimento terapeutico, viene perseguito dal Governo anche attraverso un uso politicamente assai grave del denaro e della spesa pubblica. Non io o personalità a me vicine, ma autorevoli economisti non certo ostili all’attuale maggioranza, hanno parlato di “tax push”: è il ben noto meccanismo per cui, quando le entrate fiscali aumentano, queste risorse aggiuntive vengono subito spese, rendendo ancora più vasta la voragine della spesa pubblica. E questo è il punto drammatico: proprio dopo un anno di pressione fiscale (a mio avviso, lo ripeto ancora, eccessiva e sbagliata: e oggi lo riscontriamo in termini di mancata crescita), quando ci si rende conto di avere denaro in cassa, anziché usarlo per ridurre fortemente le tasse o il debito pubblico, che si fa? Si spende, si spende, si spende. Per tutte queste ragioni, dunque, lascio Mi permetto di affidare a Lei e al Presidente del Senato un frutto importante di questo lavoro di Commissione: è la proposta di legge bipartisan, di cui ho l’onore di essere primo firmatario, per l’apertura immediata delle imprese, per la sburocratizzazione, e per un nuovo rapporto tra cittadini e Pubblica Amministrazione. L’abbiamo approvata a vastissima maggioranza sia in Commissione che in Aula alla Camera; al Senato è passata sostanzialmente all’unanimità in Commissione, con lievi modifiche, ed è ora già calendarizzata in Aula al Senato. Basterebbe pochissimo al Senato, e davvero poco di nuovo alla Camera (sarebbe forse, in tempi netti, un lavoro di poche ore!) per condurre in porto un provvedimento che è atteso dal mondo produttivo e da tanti cittadini. Lavorerò con tutto me stesso, con tanti altri colleghi di ogni appartenenza, perché questo obiettivo di riforma possa essere centrato. Contestualmente alle mie dimissioni da Presidente di Commissione, comunico anche la mia decisione di lasciare il Gruppo parlamentare della Rosa nel pugno, e di chiedere di aderire al Gruppo misto. Il Gruppo della Rosa nel pugno sopravvive oggi, di fatto, pressoché esclusivamente come strumento tecnico attraverso il quale diverse organizzazioni e realtà partitiche perseguono i loro attuali (e fra loro diversi) scopi e traiettorie, in larga misura da me non condivisi, ma soprattutto (visto che ciò che sembra unire le diverse componenti è lo schiacciamento, l’appiattimento sul Governo, in qualche caso addirittura “a prescindere”…) assai lontani dai toni e anche da molti contenuti della campagna elettorale. Corrisponde ad un ulteriore elemento di chiarezza che io prenda atto di questo radicale cambiamento della situazione e mi comporti di conseguenza. Grazie, e un cordiale saluto.
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Daniele Capezzone
mar, 06 novembre 2007 14:16
Fantasticowebtiamo
[...] lun, 05 novembre 2007 19:46
Niente
In quell’armonia di te e il mondo in fuga, in quel tuo volto sposato con il contesto ho trovato il mio “niente” definitivo. Stavolta lo sguardo è deciso, è un occhio nudo di chi sa cosa occorre ad un “noi” mai arrangiato neppure, sebbene idealizzato tra i tanti “plurali” possibili e forse neanche tanto sbagliati. E’ il canto finale del nostro dialogo tra sordi, dell’inutile ricerca di un problema nel problema, di quel tuo essere “disordinato” nell’espressione, impreciso nelle poche sincere ricerche di te attraverso lo specchio: unico strumento da me posseduto per il solo grande scopo di ergerti. Niente. In te risiede il nulla. ...Il problema c’è; è nascosto in quell’alternativa che ti ostini a creare per gli altri seppellendola per te stesso. Eppure, anche la morte è un’alternativa alla vita benché non sia degna di essere considerata tale.Sto pensando a "molto"! [...] Corri Aria, c'è da eleggere un Presidente. Non è un Presidente ma è il Presidente. Una ginnastica di finti storpi. Io non sono come loro: posso alzare le mani... ma vi prego non schiacciatemi contro il muro. ... Quanto accadde poi è prosa moderna. tratto dal libro Dio, quanto ti ho amato di E. Zukavoff Tag:
Alice e Alessandra
ven, 02 novembre 2007 07:59
Sospendiamo la pena capitale nel mondoITALIA IN PRIMA LINEA NEI NEGOZIATI Pena di morte, si sblocca la moratoria Depositato all'Onu il testo che abolisce la pena capitale. Voto previsto nella seconda metà di novembre NEW YORK - Dopo una maratona negoziale, in extremis è stato depositato all'Onu il testo della bozza di risoluzione per una moratoria sulla pena di morte: oggi era l'ultimo giorno per depositare il testo in tempo utile per farlo passare entro questa sessione dell'Assemblea generale. Sull'iniziativa l'Italia ha condotto per mesi una battaglia in prima linea in Europa. Sono 72 i Paesi cosponsor del testo depositato presso la terza commissione dell'Assemblea generale, competente per i diritti umani, e presentato da Nuova Zelanda e Brasile. La risoluzione «dovrebbe essere presumibilmente votata entro novembre», riferiscono fonti Onu, per le quali «il numero di 72 Paesi cosponsor rappresenta un'ottima base di partenza» per arrivare ai 97 voti necessari per l'approvazione». BONINO IN LACRIME - Negli ultimi giorni si erano intensificati i contatti dei diplomatici italiani per compattare il fronte del no alla pena capitale, riuscire ad avviare il negoziato e a far sì che la risoluzione venga votata nella seconda metà di novembre. Il ministro per le Politiche comunitarie, Emma Bonino, di ritorno da New York per promuovere l'azione del governo italiano, è scoppiata in lacrime quando ha appreso la notizia durante il congresso dei radicali italiani, alla Fiera di Padova. Un pianto liberatorio, di gioia, per la notizia. L'applauso dei congressisti va avanti per più di 5 minuti tra abbracci e strette di mano dei radicali ed esponenti delle varie associazioni che si sono battute per la moratoria della pena di morte nel mondo. PRODI: «PASSO IMPORTANTE» - Soddisfatto anche il premier Prodi: «Con oggi speriamo di aver compiuto un passo definitivo e irreversibile verso l'approvazione della moratoria sulla pena di morte. E' una grande soddisfazione non solo per il governo italiano, che ha speso grandi energie per ottenere questo risultato, ma anche per il Parlamento che con un voto unanime - ha proseguito il premier - aveva dato forte impulso e convinto appoggio all'azione dell'esecutivo». NON VINCOLANTE - È una corsa contro il tempo quella ingaggiata dall'Unione europea e dalla diplomazia italiana per arrivare all'adozione di una risoluzione di moratoria sulla pena di morte all'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Una risoluzione simile, tuttavia, è più che altro un messaggio politico, in quanto non è vincolante. L'Italia, che ha agito dietro la presidenza portoghese, ha cercato di arrivare in terza commissione a presentare una bozza messa a punto anche solo dall'Ue o da un gruppo ancora più ristretto di Paesi, ma con un nutrito gruppo di cosponsor - tra 65 e 70 - perchè si possa cercare di convincere già all'indomani dell'avvio dei negoziati altri stati utili al raggiungimento del quorum necessario per l'adozione in assemblea: 97 nazioni. http://www.corriere.it/ (1 novembre 2007) Tag:
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Moratoria delle esecuzioni capitali
la fissità anche nella musica
Marco Pannella
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marcia tibetana col Dalai Lama
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ven, 02 novembre 2007 00:38
Dall'altra parte della luna...giovedì 01 novembre 2007 E Romano gode con Spinelli gio, 01 novembre 2007 16:37
Coltivare marijuana?Se la pianta è ornamentale, si può. Una piantina da esporre, per dare colore a una stanza o a un terrazzo. Hanno valutato così la canapa indiana i giudici supremi della corte di Cassazione, “autorizzandone” la coltivazione in piccole piantagioni domestiche per poi venderle come pianta ornamentale. La decisione è stata espressa nella sentenza 40362 della VI sez. penale, che ha confermato l’assoluzione di un uomo che vendeva, sistemate in vasetti con tanto di lumini, piantine di marijuana prodotte in casa e “fatte crescere” nella vasca da bagno. In particolare, la Suprema Corte ha respinto il ricorso presentato dalla procura della Corte di appello di Genova contro l’assoluzione (pronunciata sia in primo grado che in secondo grado) di Luciano M., un uomo di 57 anni nella cui abitazione erano state trovate cinque piante di canapa, l’ultima delle quali ancora “in preparazione” nella vasca da bagno. Ad avviso del Pg di Genova, che ha protestato contro il verdetto assolutorio, “non è possibile ipotizzare che un privato possa lecitamente coltivare piante di canapa indiana per scopi ornamentali, in quanto il legislatore considera pericolosa per la salute ogni forma di diffusione della droga”. Gli “ermellini”, però non hanno condiviso questa tesi e l’hanno giudicata “infondata” sottolineando che “la coltivazione delle piante, da cui possono ricavarsi sostanze stupefacenti, che non si configuri come coltivazione in senso tecnico-agrario rimane nell’ambito della coltivazione domestica” e non costituisce reato.
La sentenza ha scatenato polemiche tra chi, come il deputato di Forza Italia, Gabriella Carlucci, si chiede “quali siano i parametri per prendere una simile decisione. E se nella coltivazione stessa non sussista già una pericolosità concreta al potenziale uso e spaccio di droga”. E chi, invece, come Gianpaolo Silvestri, senatore del gruppo Verdi-Pdci, si dice soddisfatto perché “è bello sapere che anche la Cassazione ama le virtù terapeutiche del mondo vegetale”. (S.G.) - Il Messaggero, domenica 1 novembre 2007 |
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Diario di un digiuno
Diario di un digiuno
Marco Pannella
Nota editoriale a cura di Albert Gardin
Il 15 dicembre 1972 viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge sull’obiezione di coscienza: un nuovo diritto civile è stato faticosamente affermato in Italia! Protagonista di questa battaglia è la pattuglia radicale guidata da un uomo eccezionale: Marco Pannella. Era dal 1949 che ci si batteva per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza; da allora i tribunali militari italiani continuavano a mietere condanne di quanti si rifiutavano di indossare l’uniforme. Fu una mozione della più piccola formazione politica italiana, il partito radicale, a decretare la fine di questo stato di cose: “digiuno ad oltranza per liberare gli obiettori di coscienza”. Il 1° ottobre 1972 si passò dal detto al fatto. Ricordo ancora che in pochi attimi, tra i militanti radicali che frequentavano la caotica – perché attivissima – sede del PR di via Torre Argentina 18 a Roma, venivano reclutati i nuovi digiunatori. Tanti non sapevano o non ricordavano che quel giorno doveva avere inizio quella nuova lotta, ma accettavano con entusiasmo di far parte della cordata kamikaze. S’incominciò così; giorno dopo giorno la battaglia si gonfiò, prese importanza, divenne determinante. In quaranta giorni di digiuno – trentanove per la precisione – si riuscì a mettere il Governo ed i partiti con le spalle al muro, a far approvare dal Parlamento la legge sull’obiezione di coscienza. Ancora una volta i radicali “fra l’indifferenza della comunità nazionale”, come titolava allora “L’Espresso”, erano riusciti a strappare al regime una riforma civile. Il diario di Marco Pannella costituisce un prezioso documento storico che ci permette di ricordare, o di capire, la genesi dei processi di trasformazione in senso civile del nostro sistema. E’ un documento che va letto anche in una altro modo: non solo storico ma politico; esso rappresenta una sezione precisa dell’azione di Marco Pannella: pensiero, alleanze, mezzi politici, strategia, valori, ecc. E non è poco, se è vero – come io credo – che Marco Pannella, pur essendo personaggio notissimo, rimane paradossalmente sconosciuto dal punto di vista filosofico, in senso lato del termine. L’edizione di questo diario, come scopo non secondario, vuole contribuire a far conoscere più da vicino un protagonista della scena politica italiana ed internazionale, nelle sue dimensioni reali, nella sua “giornata tipo”.
(“diario di un digiuno”, Editoria Universitaria Venezia, 1994) Delitto e castigo
In Delitto e castigo confluiscono tutte le problematiche che avevano tormentato Dostoevskij: i conflitti e problemi di tipo sociale (l’alcolismo, la prostituzione, la miseria, l’usura, l’inurbamento, etc.); le questioni etiche (il problema del bene e del male, dell’autorità e del diritto, della giustizia, del delitto e del castigo, del potere dell’uomo sull’uomo, e così via); la questione dell’onirico e dello strano, che irrompe sulla scena dei sogni, nei deliri e nelle conversazioni deliranti disseminati nell’opera. Grande attenzione è dedicata all’annotazione del poco cibo che circola in Delitto e castigo: nei tre giorni precedenti il delitto Raskòl’nikov, privato del vitto dalla padrona di casa, inghiotte in tutto qualche cucchiaiata di minestra, qualche sorso di tè, un piròg salato, e beve un bicchiere di birra e della vodka, poca. A questo stato di semidigiuno, dopo il drammatico quarto giorno caratterizzato dalla visita del commissariato e a Razumichin e dal manifestarsi della malattia di Raskòl’nikov, fa seguito la fase culminante della malattia stessa e del delirio, anch’essa della durata di tre giorni, nel corso dei quali Raskòl’nikov digiuna completamente. Le giornate successive restano in tono col panorama alimentare fin qui descritto, ai limiti della sopravvivenza, ed è proprio quest’anoressia indotta che consente lo svilupparsi abnorme del pensiero, l’attività frenetica e incontrollata della mente, l’insorgere del delirio, della visione. La fame diventa così uno strumento di esplorazione, una delle tante sonde utilizzate da Dostoevskij per scandagliare la realtà. Raskòl, in russo, significa “scisma”, ed è il termine col quale si indica la grande frattura apertasi nel Seicento all’interno della Chiesa ortodossa russa. A seguito di tale scisma si venne a formare una sorta di religione parallela, disseminata per tutta la Russia, per tutte le classi sociali, anche se era generalmente nel popolo che trovava le sue radici più profonde e più vive. I raskòl’niki, o “vecchi credenti”, osservavano rigorosamente i rituali precedenti alla Riforma, rifiutavano le riforme della Chiesa ufficiale, ed erano pronti a qualsiasi sacrificio e a subire qualsiasi persecuzione pur di restare fedeli alle loro convinzioni. Ancora oggi è ignota la sorte dei milioni di vecchi credenti scomparsi nei lager staliniani, in quanto potenziali portatori di dissenso e di rigore morale. In Delitto e castigo Raskòl’nikov si porta dunque nel cuore, nel nome stesso, l’idea dello scisma: Raskòl’nikov è lo “scismatico”: ma da chi, e da che cosa? E perché? Nel romanzo il termine “scismatico” ricorre a proposito dell’imbianchino Mikolka, un mite personaggio coinvolto casualmente nel delitto (raccoglie un paio di orecchini caduti a Raskòl’nikov dopo l’omicidio della vecchia, e cerca di venderli) e sconvolto a tal punto dagli avvenimenti da arrivare ad autoaccusarsi dell’omicidio, Mikolka è indicato col termine raskol’nik, anche se di un tipo particolare (si tratta infatti di un settario), e tra lui e Raskòl’nikov si viene a creare fin dall’inizio un legame particolare. … Ma radicalmente diversa è la reazione psicologica di fronte al delitto. La grande rimozione di Raskòl’nikov, che fino all’ultimo respinge e non comprende l’idea della colpa, sembra passare, capovolta, sulle spalle di Mikolka, che del delitto non commesso si fa carico, inventando circostanze e prove atte a provarne la colpevolezza, e questo per portare a compimento la sua teoria, la sua impresa, per affermare la necessità della sofferenza e dell’accettazione della sofferenza. Nei due scismatici il passaggio dalla teoria alla prassi prende forme e dà risultati diversi. Se per Raskòl’nikov tale passaggio è fallimentare (“Ha ucciso, ma non è nemmeno riuscito a rubare”…), in Mikolka il passaggio è trionfale, è il riscatto da un periodo esistenzialmente buio e lontano da Dio,, segnato dall’alcolismo e culminato in un tentativo di suicidio. Ma in che cosa consiste, dunque, lo scisma di Raskòl’nikov? La spaccatura che in lui si è generata è tra l’individuo e il genere umano. Anche prima di compiere il suo delitto Raskòl’nikov rifuggiva il prossimo: evitava i compagni, e andava progressivamente riducendo gli spazi di relazioni sociali… Nel delitto, Raskòl’nikov scopre la propria essenza di “pidocchio”, di insetto insignificante incapace di reggere fino in fondo la parte intrapresa, e quindi pura macchina distruttiva e sanguinaria, incapace di trasformare il male in bene, il sangue in beneficio. Quello che manca a Raskòl’nikov è proprio l’elemento rigenerante, è la capacità di trasformazione, che invece non è negata a Mikolka. … Se nei Fratelli Karamàzov il parricidio è il principio disgregatore della vita dei personaggi, il matricidio adombrato in Delitto e castigo ha invece la funzione opposta, ricompone la personalità scissa, placa lo scisma interiore tra l’individuo e la collettività. Grazie all’estremo sacrificio materno, il principio femminile, che in Dostoevskij spesso assume valenze altamente positive, redime effettivamente il delitto e mitiga il castigo: alla fine del tunnel della ri-generazione, Raskòl’nikov troverà Sònecka, “l’eterna Sònecka”, ferma accanto al portone dell’ospedale, mite paziente, sottomessa e pur portatrice di valori etici grandiosi. “Cercate di capirmi” scrive Dostoevskij nelle sue Note invernali su impressioni estive del 1863: “il sacrificio di tutto se stesso a beneficio degli altri, il sacrificio volontario, assolutamente cosciente e non costretto in alcun modo, è a parer mio il segno della massima evoluzione della personalità, della sua massima potenza, del suo massimo autocontrollo, della massima libertà della propria volontà.”
Frasi tratte dall’Introduzione di Serena Prina, al capolavoro di Dostoevskij “Delitto e castigo”, con uno scritto di Pier Paolo Pasolini, Oscar Mondadori "Prologo" di un libro che mi è rimasto dentro
Vi si racconta di un uomo (un campagnolo, lo definisce Kafka) che un giorno avverte l’esigenza di guardare in faccia la legge, di vedere com’è fatta. La legge abita in un palazzo ampio e maestoso; la porta è aperta, ma c’è un guardiano che sbarra il passo ai curiosi. L’uomo lo prega, lo blandisce, cerca di corromperlo: invano. “Del resto”, dice il guardaportone, “se anche ti lasciassi passare, in ciascuno dei saloni del palazzo incontreresti altri guardiani, molto più temibili di me. Io stesso non riesco a sostenere già la vista del terzo”. Però il campagnolo non si dà per vinto, e decide d’aspettare; passano così giorni, mesi, anni. Quando l’uomo, ormai diventato molto vecchio, sta infine per morire, trova la forza di rivolgere un’ultima domanda al suo avversario: gli chiede come mai in tutto quel tempo nessun altro abbia cercato di giungere al cospetto della legge, che pure dovrebbe essere accessibile ad ognuno e da ognuno conosciuta. “Da qui non potevi entrare che tu solo”, risponde il guardaportone “perché quest’ingresso era destinato proprio a te. Adesso posso chiuderlo”. Quella porta – si direbbe – rimane ancora inesorabilmente chiusa; e non soltanto per i più umili e incolti, bensì pure per gli stessi addetti ai lavori, per gli avvocati, per gli uomini di legge. Nel 1992 il Consiglio nazionale dei commercialisti ha diffuso un appello per la restituzione di qualche grado di certezza alla legislazione tributaria, dove di certezza ce n’è talmente poca che le stesse leggi tributarie dichiarano di non applicarsi ai casi maggiormente controversi; quattro anni prima la Corte costituzionale – dinanzi al caotico succedersi di normative mal formulate e perciò mal applicate dagli organi amministrativi e giudiziari – aveva sancito la resa dello Stato, rinunziando a pretendere il rispetto del principio sul quale riposa l’autorità di ogni ordinamento giuridico di questo mondo: ignorantia iuris non excusat. Viceversa l’ignoranza del diritto “scusa”, ha dovuto ammettere la Corte: o perlomeno costituisce un’esimente quando il fatto illecito sia previsto da norme tanto intricate da non lasciarsi decifrare. Tant’è che in circostanze simili le nostre due più alte magistrature amministrative (Consiglio di Stato e Corte dei Conti) hanno assolto sia funzionari sia politici accusati di aver provocato un danno all’erario, sottoscrivendo atti illegittimi. Non è più in questione allora la critica verso il linguaggio oscuro e involuto del diritto, verso i suoi troppi tecnicismi, che dai tempi di Montaigne in poi ha risuonato molte volte nella cultura occidentale: in Italia (ma non solo; e in questo caso il male comune non consola) il sistema giuridico parrebbe piuttosto popolato da fantasmi, che della legge hanno l’apparenza, ma non anche il corpo, la sostanza. Non c’è sicurezza circa la quantità delle norme in vigore; circa i loro reciproci rapporti; ed ovviamente circa il significato che esse assumono, di per sé considerate ovvero lette in relazione alle altre norme. Insomma la legge è malata, e in modo grave. Di più: questa malattia ha ormai messo in crisi il rapporto fra le istituzioni e i cittadini, alimentando un sentimento di disaffezione e di ripulsa verso tutto ciò che è pubblico, di tutti. Uno Stato arcigno e tiranno lo si può combattere, uno Stato amico lo si serve, se necessario, anche con le armi; ma di uno Stato che non si sa che cosa vuole, in ultimo ci si disinteressa e basta. Non gli si dà più ascolto, e ciascuno fa per conto proprio. Non c’è davvero nessun nesso fra la condizione di degrado nella quale ormai cronicamente versa la legislazione italiana e l’evasione fiscale, che da noi è tra le più elevate nel mondo industrializzato? Ed è ancora un’altra coincidenza che i tempi della giustizia in Italia si siano allungati in modo insopportabile, tanto da farci meritare la censura di vari organismi internazionali? Per dirla con una battuta: il sacrificio di Socrate, che scelse di morire pur di non infrangere la legge, è un momento fra i più alti nella storia dell’umanità; ma Socrate avrebbe bevuto egualmente la cicuta se le norme che gli fu rimproverato di violare fossero state ambigue, incerte, altalenanti? Si suole ripetere che l’uscita dal mondo del pressappoco, e al contempo l’ingresso nell’universo della precisione, risalgono al XVII secolo; dopo d’allora la scienza ha celebrato ovunque i propri fasti, sino a permettere l’edificazione di una società altamente tecnologica qual è quella in cui viviamo. Ciascuno può sperimentare tuttavia come ciò non abbia impedito affatto la degenerazione delle nostre leggi, quantomeno rispetto al modello di chiarezza progettato nell’epoca dei lumi. In qualche misura certamente ciò dipende dalla pochezza del linguaggio, che è poi la materia prima di cui sono fatte le leggi: diceva Borges (attribuendo però il concetto a un altro, com’era del resto suo costume) che accadono più cose in dieci minuti di quante possa esprimere l’intero vocabolario di Shakespeare. In parte ciò dipende inoltre dalla complessità dei rapporti e dei fenomeni che oggigiorno la legge deve regolare; e anche questo è un prezzo versato sull’altare del progresso. Bisognerà dunque rassegnarsi a un diritto capriccioso e impenetrabile come il dio Siva venerato dagli indù? Può darsi; ma intanto questo stato di cose stimola una folla di domande. Per gli studiosi: dov’è situata la soglia che divide la legge chiara da quella oscuramente formulata? E cosa accade quando il diritto oltrepassa questa soglia? Per i politici: come porre rimedio ai molti guasti della legislazione? E infine per tutti noi, quali semplici utenti del diritto e “cittadini”: come difendersi di fronte a normative irte di trabocchetti e doppifondi, che sembrano fatte apposta per scoraggiare chi in buona fede intenda rispettarle? Ecco, è precisamente da quest’insieme di domande che prendono corpo le pagine che seguono: da un’esigenza e da questione, se si vuole, formali, nel senso che riguardano la legge non tanto per che cosa dice quanto piuttosto per come lo dice. Ma la forma, come osservava Montesquieu, è garanzia di libertà.
(Per continuare la lettura, anche in versioni aggiornate, "La legge oscura, Come e perché non funziona", Ainis, Laterza 1997) Interpretare
Il verbo “interpretare”, come i sostantivi “interpretazione” ed “interprete”, appartengono sia al linguaggio ordinario che a linguaggi tecnicizzati. Tra gli usi tecnicizzati sono molto importanti quelli propri del linguaggio giuridico (“interpretare una legge”, “interpretare una sentenza”, “interpretare un contratto”), del linguaggio critico-artistico (“interpretare una tragedia”, “interpretare una sinfonia”), del linguaggio psico-analitico (“interpretare un sogno”, “interpretare un lapsus”). L’attribuzione da parte dell’interprete a un documento legislativo del senso più immediato e intuitivo viene detta interpretazione “dichiarativa”. Il canone metodologico in claris non fit interpretatio prescrive di attenersi, ovunque sia possibile, se la lettera della legge non è oscura, ad una interpretazione dichiarativa. L’attività interpretativa – libera naturalmente a chiunque – assume valore vincolante soltanto quando sia compiuta dai giudici dello Stato nell’esercizio della funzione giurisdizionale (c.d. interpretazione giudiziale). L’interpretazione della disposizione, attraverso cui il giudice giunge alla decisione del caso sottoposto al suo esame, svolge il suo ruolo autoritativo nei confronti delle soli parti del giudizio, che sono le sole destinatarie del provvedimento del giudice. Peraltro una sentenza è idonea ad assumere anche valore di precedente nei confronti di altri casi simili, in quanto l’interpretazione di una disposizione normativa sottesa alla sentenza e le argomentazioni logico-giuridiche che ne costituiscono la motivazione possono essere assunte a modello da parte di altri giudici a fini della soluzione di casi analoghi. Il valore di un precedente, nel nostro ordinamento, è però limitato alla persuasività logica ed argomentativa del criterio di decisione, poiché nessuna norma attribuisce ai precedenti giurisprudenziali forza vincolante ai fini della decisione di successivi casi analoghi; pertanto ciascun giudice è sempre libero di adottare l’interpretazione che ritenga preferibile, anche eventualmente in contrasto con pronunce della Cassazione, che è il massimo organo giudicante, o con una precedente prassi giurisprudenziale costante. Tuttavia l’interpretazione giudiziale ha di fatto sempre una notevole autorità a causa delle tendenze alla consolidazione della giurisprudenza che sono profondamente radicate ovunque i giudici sono professionali ed inquadrati in una magistratura istituzionalizzata come corpo, in qualche senso autonomo, dell’apparato burocratico… Già i Romani sottolineavano che scire leges non esta verba earum tenere sed vim ac potestatem; e l’art. 12, comma 1, disp. prel. cod. civ. espressamente impone di valutare non soltanto il “significato proprio delle parole secondo la connessione di esse” (c.d. interpretazione letterale), ma anche la ratio legis. (Andrea TORRENTE e Piero SCHLESINGER, in Manuale di Diritto Privato, XVIII Edizione, Giuffrè) Un film per tutti
Come
"E’ strano che cosa ti combina il tempo quando sei in prigione, puoi startene a fissare per ore il muro che gocciola, gocciola, gocciola, gocciola… Ti sembra un’eternità e poi in un batter d’occhio sono passati tre anni. Insomma, quello che voglio dire… no, non so che cazzo voglio dire…" (Nel nome del padre) "La cosa peggiore che può capitare ad un uomo che trascorre molto tempo da solo è quella di non avere immaginazione. La vita già di per sé noiosa e ripetitiva diventa, in mancanza di fantasia, uno spettacolo mortale." (Le conseguenze dell'amore)
Quando
Giorgio Gaber QUANDO SARO' CAPACE D'AMARE
Divieto di analogia in malam partem
Si discute attualmente, in Italia, se alla luce della L. 19 febbraio 2004 n. 40 (“Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”), commetta un reato chi fa ricerca su cellule staminali embrionali, non prodotte nel nostro Paese, bensì importate dall’estero. La legge citata all’art. 13 co. 1, 4 e 5, vieta sotto minaccia di pena “qualsiasi sperimentazione su ciascun embrione umano”. Ora, è plausibile che la ricerca sperimentale su cellule staminali embrionali (prodotte all’estero e importate in Italia) sia attività simile alla ricerca su embrioni e che le stesse motivazioni assunte a fondamento del divieto della ricerca su embrioni potessero suggerire al legislatore di vietare anche la ricerca su cellule staminali derivate da embrioni. Si tratta di situazioni simili, ma diverse: la cellula staminale è stata sì ricavata da un embrione, ma a quel punto l’embrione ha cessato di esistere. Il significato letterale della formula ‘embrione’, che compare nell’art. 13 della L. 40/2004, non può dunque essere dilatato sino a ricomprendere le ‘cellule staminali embrionali’. Pertanto, la ricerca su cellule staminali embrionali, non essendo stata prevista espressamente come reato dalla legge, è priva di rilevanza penale. Solo il legislatore potrebbe, eventualmente, colmare questa lacuna: se lo facesse l’interprete, violerebbe il principio di tassatività.
(Marinucci-Dolcini, Giuffrè, Milano 2006)
Maramaoooooooo!
Maramao perché sei morto,
( Autori: M.C. Consiglio - M. Panzeri - 1939 ) |
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