Alice guarda i gatti, e i gatti guardano nel sole mentre il mondo sta girando senza fretta...

Il 21 luglio 1953 Gaetano Salvemini scriveva su Il Mondo: "...La realta' e' che quando un clericale usa la parola liberta' intende la liberta' dei soli clericali (chiamata "liberta' della Chiesa") e non le liberta' di tutti. Domandano le loro liberta' a noi 'laicisti' in nome dei principi nostri, e negano le liberta' altrui in nome dei principi loro" (Dalla liberta' religiosa alla peste vaticana, Maurizio Turco).

Torcicollo

Diceva Leopardi (Indecisione) che la vera felicità è la cessazione di un dolore.

Quant’è vero!

 

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Sansone

Scrivo anche se non so scrivere.

Scrivo perché mi piace ricordare determinati momenti o esperienze, quasi come a voler mettere un segnalibro nella memoria.

Molto spesso invento nomi, storie, prendo spunti da un film, un libro o una persona.

Meno spesso non faccio altro che mettere una protesi all’emozione del momento e ciò accade solo quando non riesco ad esprimerla o a viverla come vorrei, traendo ispirazione quindi da me stessa.

Fotografo anche se non ne sono di tutta evidenza capace.

Pubblico foto perché mi piace ricordare determinati momenti o esperienze, quasi come a voler mettere un segnalibro nella memoria.

Quando utilizzo la mia immagine non lo faccio per vanità, conosco perfettamente ogni mio limite; lo faccio piuttosto perché la mia gestualità trasmette molte più verità di qualsiasi parola che io stessa pronunci.

Quando l’immagine è di altri catturo sia l’istante che l’emozione.

 

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Chianciano 2009, Congresso di Radicali Italiani 13, 14 e 15 novembre

Segretario: Mario Staderini

Tesoriere conf.: Michele De Lucia

Presidente conf.: Bruno Mellano

Foto e racconto di una vita qualunque

E’ un giorno d’autunno. Roberta cammina spaesata verso casa.

“Roberta cammina” dà l’idea di movimento, “spaesata verso casa” è una delle contraddizioni più evidenti e più dolorose.

 

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Roberta ha deciso di controllare l’evoluzione della sua vita, ogni fenomeno, azione, almeno per quanto riguarda tutto ciò che è a mano dell’uomo.

Roberta ha deciso di togliersi dalla testa e dal cuore il suo grande amore.

“Roberta ha deciso” dà ancora una volta l’idea di movimento, una scelta che determina un qualcosa, “di togliersi il suo grande amore dalla testa e dal cuore” è l’altra contraddizione.

Com’è possibile che una donna si trovi disorientata nei posti che anche un cieco sentirebbe suoi?

E come è possibile che una donna decida fermamente di uscire dalla vita di qualcuno, ed esattamente da quella dell’unico uomo che lei potrebbe amare - e che già ama nonostante il principio secondo cui per amare veramente una persona bisogna viverne quotidianamente la presenza -?

Non ci sono risposte, spiegazioni plausibili; ci sono la necessità di isolarsi e l’allontanamento della speranza.

Perché sperare, in alcuni casi, significa caricarsi di aspettative che non sempre però sono distanti dalle illusioni.

Roberta ad un tratto rallenta il passo e si ferma.

“Questo posto lo conosco! E’ la rua delle stelle. Ricordo di esserci passata una sera, passeggiando in compagnia di me stessa; l’ombra che mi seguiva era piena di nostalgie. Non mi disse molto. E io non le dissi molto.”

Si appoggia sul muretto e dà un’occhiata sotto.

 

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Il fiume scorre!

La sera precedente era seduta davanti al camino. La legna bruciava fino a consumarsi e diventare cenere.

Tutto ha un percorso, tutto ha un fine, per ogni cosa c’è una fine.

E intanto il fiume scorre, indipendentemente da Roberta, e da chiunque: il bimbo che nasce, il malato che digiuna perché lo Stato non lo assiste, la casalinga che stende i panni in fretta perché ha troppo lavoro da sbrigare prima che il resto della famiglia rientri, la macchina che sorpassa il motorino con a bordo due ragazzini ubriachi, la donna che piange perché non sa come accontentare il suo cuore, e via dicendo.

Roberta si fa carico di ogni colpa; pensa che a sbagliare sia stata solo e soltanto lei, ma cosa può fare se lei è così?

Non esiste un modo per affrancarsi da se stessi se non con la fine della propria esistenza.

Non si possono spegnere i pensieri.

Non c’è un modo per drogare le emozioni.

Tutto ciò che di più bello o sbagliato è in lei ormai è in lei e lei ne ha contezza.

Continua a camminare…

Imbocca una stradina, poi torna indietro, riprende il percorso principale.

 

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Si ferma al Bar del Corso, superaffollato, e si siede ad un tavolo. Ordina il solito Biancosarti con ghiaccio e arancia.

Davanti a lei c’è un uomo. Lo vede e ne resta distante. Pare stia scrivendo una lettera, è ricurvo su se stesso, ed è lo stesso che ieri le ha confidato che la sua medicina è fatta di inchiostro e carta. Gli vorrebbe suggerire alcune parole, intrufolarsi, invadere magari con pudore i suoi pensieri, ma si limita ad ascoltare il suo silenzio e a seguirne i movimenti delle mani.

 

Ti penso ancora.

Mi immergo nuovamente nel ricordo dei tuoi occhi scesi e trasparenti.

E perdo lo sguardo.

Quando torno in me osservo il mondo; stasera sto bene, c’è la temperatura ideale per scrivere queste poche righe da dedicare come ogni giorno a te, parlando di qualsiasi cosa che mi piace affinché tu la conosca, e - ahimé - non la conoscerai affatto.

Non so se sia questo l’inizio giusto.

Mi sento come la barca di quel quadro che oggi ho guardato con tenera tristezza. Era ferma sul porticciolo mentre le altre barche erano già in mare, evidentemente con una meta.

Ecco, io non so dove andrà mai questa carcassa; “l’inquietudine sempre crescente e sempre uguale fa di me una sorta di disperato che trascorre il tempo della sua vita a parlare a se stesso di quello che non farà mai”.

E’ come se cercassi ma non trovassi quel luogo esatto dove tutto si incastra perfettamente.

E’ come se non avessi neppure errori da correggere.

Mia dolce Pilar, non sai il bene che ti voglio.

Quando ti incontrai la prima volta mi sembrò di essere dentro un sogno e quando te ne andasti mi girai più volte nel letto alla ricerca del tuo profumo di lavanda.

Alla tua partenza svanì anche la strana affinità che c’era tra noi e che attraverso il tuo sguardo mi permetteva di leggere il libro, esattamente alla pagina che avevi aperto per me.

Scusami se scrivo in fretta… è che se mi concentro sul ricordo ho anche bisogno di trattenerlo senza tuttavia lasciarne scappare  altri, e la mia memoria, lo sai, non è un’orchestra a gettoni.

Mi distraggo un attimo.

Alzo lo sguardo e vedo una donna che mi sta scrutando senza alcun imbarazzo; più in là c’è un vecchio artista di strada, ha un sorriso forzato e i segni del tempo scolpiti sul viso, come un capolavoro della natura che nessuno apprezza… “invano aspetterò di vederti arrivare con una rosa”

“nascosti nella sera, partono treni ogni ora, partono, ma non partiamo anche noi”.

Prendo le sue parole e torno da te!

Non ho altro desiderio che restare qui e aspettare la notte.

Di notte, quando chiudo gli occhi sento di averti al mio fianco e per addormentarmi ripeto sempre lo stesso esercizio: accelero il respiro per raggiungere il tuo affaticato pure nel sonno.

Sembra che tu voglia fuggire da me anche durante il riposo.

Non ho più aperto gli occhi insieme a te.

E quando muore la notte io divento triste.

All’alba sento il rumore dei tuoi passi che se ne vanno, ogni giorno.

Così mi alzo e corro in strada a cercarti ma tu sei già lontana.

Pilar, le gabbie non sono solo restrizioni dello spazio e costrizione fisica bensì ogni forma di sentimento profondo.

 

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Invero, ha solo immaginato il Bar del Corso e tutto il resto.

E’ vinta.

Purtroppo per lei.

Vinta da un amore che la continuerà a condizionare, che non avrà nessuno sviluppo.

In certi rapporti d’amore si formano crepe che mal si conciliano con l’evoluzione.

La parte sofferente non avrà mai altra scelta se non il ristagno nella pena di aver fatto troppo e male, e di non aver di fronte alcuna alternativa.

Fuggire da un dolore leggero e quotidiano non è possibile… sono già passati diversi anni ed è come una bolla che si apre e che si espande dal cervello al cuore, e che non scoppia.

A volte è leggerissima, ma sono davvero rari i momenti.

Altre volte, invece, si riempie di acqua e pesa e snerva.

Roberta è perfettamente consapevole che esistono altri mille modi di amare, che ogni storia ha una sua propria identità, e che incontrando un’attrazione non troppo fisica le è sembrata persino più compatibile con la sua essenza.

 

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Tuttavia, ciò che si rappresenta non è nient’altro se non la prospettiva di possibilità tendenzialmente uguali a livello emozionale con la conseguenza di finire poi nel “nulla”.

A Roberta manca la qualità.

Quella differenza che non avrebbe mai dovuto conoscere.

Sicché ogni forma di bene, anche il più profondo come quello per i suoi familiari, ne ha subito una conseguenza negativa.

In Roberta si è generata una sorta di barriera.

Quel muro di 20 anni fa oggi è ancora più alto.

 

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Crocefissi nelle strutture pubbliche

Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo accogliendo il ricorso presentato da una cittadina italiana: “La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce ‘una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni’ e una violazione alla ‘libertà di religione degli alunni’...”.

 

La presenza del crocefisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche - si legge nella sentenza dei giudici di Strasburgo - potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione”.

 

Tutto questo, proseguono, “potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose o sono atei”.

“Son nuda anche vestita, di me sapete tutto, forse piĂ¹ voi di me†(Mina)

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Non è cambiato. Una parola e siamo nudi, uno di fronte all’altra.”

 

(Quando la notte, di Cristina Comencini)

Matta col botto

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Mi riesce difficile, molte volte, capire gli altri.

Sembro una persona in costante attesa che qualcosa di straordinario accada… e non potrebbe accadere niente di tanto straordinario come il dire: finalmente sono in sintonia con la massa di “deficienti esaltati e ipocriti” che ho intorno.

Nel frattempo continuo a trattenere impulsi e lacrime, domandandomi “perché il mostro non si nasconde anche in me?”

Quanto mi piacerebbe perdere la testa per un’ora. Un’ora di pazzia. Anzi no, sarebbe meglio non perdere la testa, ma far finta di averla persa, e fare un casino… buttare tutto all’aria, prendere a calci la gente, offendere, mandare a fanculo, spaccare vetri, sedie e tavoli, come in preda ad una vera crisi violentissima di nervi, ma essendo cosciente.

Resto in attesa di essere miracolata.

E’ cambiato il profumo dell’aria!

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Stasera, quando ho spalancato il portone e sono uscita, ho detto proprio così:

“E’ cambiato il profumo dell’aria!”.

Ci sono giorni in cui l’ansia ci divora ogni sostanza nello stomaco e mette a riposo i sensi, impedendo così di sentire già solo l’odore dell’aria.

Invece, dopo tanto tempo, ho respirato a pieni polmoni.

E mi sono resa conto non del fatto che l’aria profumasse diversamente dagli altri giorni bensì che non ho badato per lungo tempo al fatto che ci fosse aria ad aspettarmi ogni mattina, sera, notte, varcata quella porta.

Ebbene sì, sono discorsi del cazzo, l’aria è anche qui, adesso. Io, però, parlo di quella che non mi appartiene. Beh, anche questa non mi appartiene, diciamo che la sento mia perché è mista ai miei odori, qui ci sono io… ogni cosa sa un po’ di me.

Che presuntuosa!

Tuttavia, una presuntuosa “buona”.

Mi sforzo ogni giorno di lasciare un po’ di me alle persone che incontro – e non mi riferisco solo a quanto entra dal naso – eppure sono costantemente fraintesa.

E ci resto malissimo se qualcuno non comprende un mio gesto affettuoso, o se lo trova interessato.

Il fatto è che non riesco a cambiare, non so stare zitta o non impicciarmi quando sento che potrei dare una mano in qualche faccenda.

Il fatto è – di tutta evidenza – che non so comunicare come – e ciò che – vorrei!

Un tuffo dentro di me, ancora una volta… stavolta per restarci.

E recala da 'ssa pianta!

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Alessandra leggi qua…

L’ho scovata poco fa su un giornale.

Un uomo, alla domanda dell’intervistatrice, “ti sei mai innamorato?” ha risposto così:

“E’ successo anche questo: di innamorarmi ed essere mollato. Ma non lo so se sono stato veramente innamorato, è stata soltanto una storia più seria delle altre. Io abitualmente con le donne metto a monte un budget di denaro e tempo, oltre il quale non vado. Se in quel tot le porto a letto bene, altrimenti le lascio perdere. Non per questo mi sento vigliacco!”.

Interessante, no?

Dovrebbero esserci donne molto più furbe al mondo che, nel tempo loro concesso, fossero capaci di "squattrinare" gli uomini di questo stampo, e non dargliela... per giunta.

Poveri noi!

 

Stefano

Strumentalizzazione

Intervista a Fouzia Assouli: "Le donne islamiche in Europa perdono i diritti conquistati qui"

 

• da Il Giornale del 19 ottobre 2009

 

di Rolla Scolari

 

In Europa la condizione delle immigrate sembra a volte essere peggiore di quella delle loro compagne nei Paesi d’origine, come il Marocco. Perché?

 

«Il problema non è culturale o religioso: è la strumentalizzazione politica della religione. Si cerca di utilizzare la religione per reprimere le donne».

 

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La coscienza dell'ultimo minuto

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Ieri sera tra amici...

Cosa diresti (e a chi ti rivolgeresti) se all’improvviso ti rendessi conto di vivere l’ultima ora della tua vita?

E’ affascinante quello che penserei e non quello che direi!

Mah! Io sarei solo in ansia di vedere il volto del mio Dio. E se potessi scegliere preferirei l'incoscienza.

Mutation

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So esattamente cosa cercare da oggi in poi.

Ora so perché dal nostro incontro non è potuto nascere nulla di concreto: perché tu, o eri me con tutte le tue forze e quindi sovrabbondante, oppure eri il mio Contro-Io, diventando ovviamente un advocatus diaboli, un doppio pallido e un costante oppositore, senza fondamenta personali. Quanto io possa aver sofferto per tutto questo è difficile da dire, e comunque sarebbe del tutto inutile indagarlo ora, per tutti e due. Le belle lettere che di quando in quando mi scrivevi, sembravano in realtà scritte da me, nel mio stile; ma erano più i giorni in cui non mi scrivevi affatto...

Rainer Maria Rilke

(a Lou A. Salomé)

The Correspondence

Akatalepsia

 

Che culo...

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Chi disse preferisco avere fortuna anziché talento percepì l’essenza della vita… A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no, e allora si perde. Match Point, W. Allen

 

Mi piacciono i film di Woody Allen perché estremizza.

In Match Point, il protagonista vive due situazioni pseudo-sentimentali distinte: da un lato ha una relazione stabile - che poi sfocerà nel matrimonio - con una donna ricchissima, la quale grazie all’azienda di famiglia gli permette di realizzarsi anche dal punto di vista lavorativo; dall’altro lato, invece, vive una situazione parallela con una donna molto sexy, in cui trova la passione e il rifugio, ma che al momento di stringere, ossia quando questa donna diventa assillante e resta incinta, lui la uccide perché non sa come fronteggiare la situazione creatasi e non ha le palle per lasciare la sicurezza e la stabilità del suo matrimonio.

La fortuna sta proprio nella dinamica del crimine e in una fede nuziale…

La fortuna, sono d’accordo, è più importante del talento.

E’ evidente l’assenza di qualità in entrambi i volti dell’amore - se così possiamo chiamarlo -.

 

Una vita "win-win", ma, paradossalmente "lose-lose", come direbbe mo’ mo’ qualcuno.

 

Situazioni in cui gli uomini incappano in quanto “coglioni eternamente insoddisfatti”.

KatĂ  to chreon

I dettagli rovinano ogni cosa.

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E lo stato d’animo di ieri mattina, mentre scattavo la foto, non è di certo un dettaglio di poco conto; anzi, ancora adesso mi impedisce di guardarla con gli occhi giusti, ossia splendida nel gioco di mare e di cielo che ritrae.

Va così per ogni cosa, penso.

 

- Mi entrano in circolo le parole di Dostoevskij, parlavano di altro ma…

Se fino a ora mi potevano dire ‘Ama!’ e io amavo, come andava a finire?”… “Andava a finire che tagliavo in due il mantello, lo dividevo col mio prossimo, ed entrambi ce ne restavamo mezzi nudi…” -.

 

Ho stretto il cappotto.

Faceva freddo.

 

Delle parole nuove forse si ha  un po’ paura.

 

Certi giorni mi sento cambiato rispetto al giorno prima.

In un modo o nell’altro, tutti noi cambiamo rispetto a come eravamo prima.

Ma andiamo tutti nella stessa direzione.

Prendiamo solo strade diverse per arrivarci.

(tratto da Il curioso caso di B. Button)

27 e 30 settembre 2009

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It's a dream

Only a dream...

It's only a dream

Just a memory without anywhere to stay

OvvietĂ 

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Ieri mattina, seduta su una seggiovia chiusa, sono rimasta a guardare l’immagine paralizzata che avevo di fronte; certe vibrazioni, certe vertigini, non possono aversi restando fermi.

Ovvio, naturale e logico, come direbbe il dominus.

Una bestia brutta la tristezza

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Pensavo di averla abbandonata uscendo dalla routine del giorno e invece me la ritrovai a bere con me, nello stesso posto.

In certe sere, da un po' di tempo, il dolore mi sembrava la sola verità; esse non avevano mai un finale per cui io non volessi poi tornare in quel focolaio di cose nascoste chiamato volgarmente sogno.

Il marionettista, insomma, senza un vero perché aveva smesso di improvvisare e il quaderno in cui annotava le scene principali era ormai lercio e vuoto.

Pensai: “sarebbe carino, per citare qualcuno, se mi ritrovassi ad un certo punto ad essere passeggero di una nave, priva di tutto, con un solo bagaglio di cose utili, persino senza emozioni”.

Questo pensiero mi portò a realizzare che anche quella sera avevo con me la solita zavorra e che quel desiderio di liberarmi di tutto non era null’altro se non l’esternazione di un disagio che, a intermittenza, sentivo ancora vivo e pesante da trasportare.

Capii allora di essere abituata persino alla tristezza e che, nonostante avessi passato un’intera vita a ripetermi che mai e poi mai avrei voluto subire la negazione della spontaneità del mio essere, l’abitudine era stata così stronza che manco mi ero accorta di esserne diventata schiava.

Non ho mai impiegato così tanto tempo per descrivere cosa accadde quella sera.

Dico solo che dopo pochi istanti e tanti pensieri mi venne un’illuminazione, un’idea: di andarmene da tutt’altra parte per creare una nuova realtà.

Ma servì a niente perché, in realtà, la realtà siamo noi e tutto ciò che riusciamo a controllare e conoscere, e mi resi conto di andare soltanto verso una qualunque direzione trasportandomi, però, appresso quell’offensivo corpo nudo, che altro non era diventato se non una presenza nascosta e scomoda, quasi come un Dio che quando cerchiamo di trovarlo perché non sappiamo più vivere nella disperazione di essere soli al mondo, di nascere e morire soli, lo scoviamo nell’ombra e nel dubbio di tutta una vita.

Fu allora che compresi per la prima volta di dover fare, obbligatoriamente, un catalogo dei mostri, di quei mostri che di notte mi assillavano nel sogno ma che non li avevo mai identificati come tali perché al mattino ritrovavo sempre ad aspettarmi la stessa realtà, quella vigile e pignola, pronta a ricordarmi il fottutissimo ruolo da difendere e interpretare.

Arrivò il giorno dopo. Così provai ad aprire il quaderno e scrivere, buttai giù qualche riga ma appariva sin dall’inizio una mediocre minestra del giorno prima mal riscaldata.

Il disgusto per quella misera paginetta e la voglia di lasciar perdere tutto fu un ottimo pretesto per accogliere ciò che allora chiamavo Nausea: lo stomaco si chiude in una morsa, il cuore accelera, la fronte suda leggermente.

Sembra che un fluido misterioso e negativo contagi pian piano tutto il corpo, ogni movimento diventa insopportabile e faticoso.

A differenza della nausea ordinaria, questa non può essere eliminata infilandosi semplicemente due dita in gola.

La Nausea stava alimentando un effetto collaterale molto rischioso: la vertigine, intesa come richiamo irresistibile verso il vuoto, l’abisso.

Che bello ritrovarci qui... alla faccia del Questore!

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ANNIVERSARIO BRECCIA DI PORTA PIA:

 

CONFERMATA  LA MANIFESTAZIONE DI SABATO 19 SETTEMBRE, A PORTA PIA.

SAREMO A PORTA PIA, CON LA BANDIERA ITALIANA A LUTTO  E QUELLA DEL PARTITO RADICALE, IN ONORE DEI CADUTI DI KABUL E DI PORTA PIA, GLI UNI E GLI ALTRI IMPEGNATI A SCONFIGGERE GLI ESTREMISMI.

 

L'ELENCO DELLE ADESIONI.

 

Roma, 17 settembre 2009

- Comunicato Stampa delle associazioni radicali Anticlericale.net e Certi Diritti

 

Anche in onore ai caduti di Kabul, perché con il tempo il loro sacrificio non sia dimenticato come è stato dimenticato, cancellato, quello dei bersaglieri impegnati a combattere l’usurpatore, confermiamo che sabato 19 settembre alle ore 14 saremo a Porta Pia, per la commemorazione del XX Settembre 1870.

 

La manifestazione è promossa dalle Associazioni radicali Anticlericale.net e Certi Diritti, con l'adesione e la partecipazione delle Associazioni Radicali Luca Coscioni, Radicali Italiani, Nessuno Tocchi CainoRadicali Roma, Comitato Nathan, Agorà Digitale, Ass. Radicale Antiproibizionisti,  Esperanto Radikala AsocioCircolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e Arcigay.

 

Facciamo appello ai cittadini che hanno a cuore la laicità dello Stato a partecipare a questo importante appuntamento che ogni anno ricorda la liberazione dal potere clericale.

 

Avremmo voluto, come sempre, manifestare per le vie della città, con una marcia che voleva toccare  i luoghi simbolo della lotta anticlericale di Roma. Per questo avevamo presentato formale preavviso alle autorità, ma il Questore di Roma, quest’anno per la prima volta, ha vietato l’iniziativa, cosicché la memoria di quei bersaglieri caduti per compiere quella liberazione rischia di essere meglio e definitivamente dimenticata.

 

Saremo a Porta Pia con la bandiera italiana abbrunata e quella del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito: per i morti di Kabul e per quelli di Porta Pia, gli uni e gli altri impegnati a sconfiggere gli estremismi politici e religiosi, antidemocratici.

 

Saremo a Porta Pia per denunciare lo scempio di legalità e democrazia contro la Costituzione repubblicana. 

Buon compleanno a Daniele Capezzone

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 da tutto lo Staff, compresa Mafalduccia.

Pause-lavoro

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Siamo la morte. Ciò che consideriamo vita, è il sonno della vita reale, la morte di quello che siamo davvero. I morti nascono, non muoiono. Per noi, i mondi sono al contrario. Quando pensiamo di vivere, siamo morti: viviamo quando siamo moribondi. La relazione che esiste fra il sonno e la vita è la stessa che c’è tra ciò che chiamiamo vita e ciò che chiamiamo morte. Stiamo dormendo, e questa vita è un sogno, non in senso metaforico o poetico, ma in senso reale.

Tutto quello che nelle nostre attività consideriamo superiore, è partecipe della morte, è morte. Cosa è l’ideale se non la confessione che la vita non serve? Cosa è l’arte se non la negazione della vita? Una statua è un corpo morto, scolpito per fissare la morte. Il piacere stesso che sembra tanto un’immersione nella vita, è piuttosto un’immersione in noi stessi, una distruzione delle relazioni tra noi e la vita, una agitata ombra della morte.

Lo stesso vivere è morire, perché non abbiamo un giorno in più nella nostra vita tale da non avere, perciò, un giorno in meno.

Popoliamo sogni, siamo ombre erranti in foreste impossibili, dove gli alberi sono case, costumi, idee, ideali e filosofie.

Non trovare mai Dio, non sapere mai neppure se Dio esiste! Passare da un mondo all’altro, da incarnazione a incarnazione, sempre nell’illusione che ci alletta; sempre nell’errore che ci accarezza.

La verità, mai , la sosta, mai! L’unione con Dio, mai! Mai completamente in pace, ma sempre un po’ di essa, sempre il suo desiderio!

 

Ho sempre avuto questa visione di vita e morte, e quando la trovai tra i pensieri Pessoani, scritta meglio di come avrei saputo scriverla - ma già solo pensarla - io, rimasi piacevolmente stordita.

Ci sono parole “del passato” che non dimenticherò mai, come anche persone.

Porto tutto con me, in questa testolina mezza matta… che però se non l’avessi così non sarei felice di essere ciò che sono.

E quando capita di non riconoscermi, o di non riconoscermi - più - in qualcuno, è perché in realtà mi conosco fin troppo bene e questo principalmente lo devo a chi mi ha permesso il confronto.

Mio nonno diceva sempre che se non si litiga non ci si conoscerà mai, perché nel momento di maggiore agitazione del nostro sistema nervoso viene fuori ciò che realmente siamo.

Io la pensavo diversamente e glielo dicevo in questi termini, più o meno: credo piuttosto nell’annebbiamento della ragione e quindi nella totale perdita di controllo di noi stessi.

Forse avrò travisato le sue parole… chissà, magari anche lui mi disse altro.

Fatto sta che oggi (oggi oggi!) cerco di rendere ogni litigio una discussione costruttiva.

 

Curioso però, ieri ho trascorso l’intera giornata e serata a mangiare, oggi mi sembra di non poter frenare questa mia spasmodica compulsione a scrivere…

 

Domani cosa farò??? Imbarazzo

Sedotta da parole, ricerca, conoscenza e Dio

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Che meraviglia, che passione, mi sembra di sognare.

Solo un anno fa non avrei ritenuto immaginabile di poter vivere simili esperienze.

Tu vorresti erigere un monumento a me?

Non sei forse tu a rendermi migliore, a tirare fuori i miei pensieri che per anni sono rimasti nella mia testa, nascosti da tutti, anche da me?

La mia vita era ormai definita, c’era un senso di (ir-)responsabilità che mi imponeva di insistere in un cammino che stava diventando sempre più faticoso ed assurdo, che mi avrebbe portato diritta diritta nel precipizio, e non solo a me!

Ricordo che di tanto in tanto ero avvolta da un senso di nostalgia per sentimenti che non provavo ormai da tempo, che immaginavo fossero relegati all’età dell’adolescenza.

Che ingenua!

E' ormai sera, sono stanca, ho sonno, la tensione però non accenna ad allentarsi.

Gli impegni, ah gli impegni!, la consapevolezza di dover necessariamente finire un lavoro ormai iniziato, la paura di non farcela, il volersi assumere il peso delle responsabilità.

Ma il pensiero che non mi dà pace è che l'obiettivo da raggiungere NON DESTA IN ME IL BENCHE' MINIMO INTERESSE.

Ben altra cosa sarebbe mettersi in gioco per ciò che più ci sta a cuore:LA CONOSCENZA mi sta a cuore.

La Conoscenza nasce dalla curiosità.

Il mio sogno, ormai non più realizzabile, è fare ricerca.

Che bello sarebbe stato avere come obiettivo quello di rendere gli altri più curiosi.

Curiosi del mondo che li circonda.

Non sono un’esperta di filosofia, l'ho studiata poco e male, mi sembra comunque che nell'antica ed evoluta Grecia le scuole di filosofia (amore per la conoscenza, appunto) erano molto vitali; la Forza di questa vitalità era evidente grazie all'unico risultato degno di essere quantificato: il Benessere.

I Greci avevano raggiunto il massimo grado di evoluzione possibile a quei tempi. Vivevano in uno stato sociale moderno, i culti religiosi erano molto laicisti, si discuteva e ragionava di qualsiasi argomento: dalla Repubblica perfetta all'anatomia, dalla geometria all'astronomia.

Curiosità --> Ricerca --> Conoscenza --> Applicazione --> Benessere.

Senza curiosità non si può raggiungere lo stato di benessere.

Una volta che lo si è raggiunto non bisogna far morire la curiosità perché c’è il rischio di consumare rapidamente la preda faticosamente conquistata, il pericolo è di tornare indietro mentre l'evoluzione è a senso unico: o vai avanti, o ti fai da parte (i.e. o la tua specie si estingue).

Ad imporlo è la selezione naturale.

Dunque, occorre continuamente alimentare la curiosità, il che significa che non è permesso accontentarsi ma bisogna sempre ricercare uno stato di benessere superiore.

Le religioni occidentali sono religioni sociali ormai obsolete.

Non spronano alla ricerca della conoscenza, offrono la Verità: - Tu non ti sforzare, la Verità te la do io!

La società si è evoluta.

Il matrimonio tradizionale è un’istituzione ancora valida, forse ancora la migliore; nel frattempo, però, un numero sempre crescente di persone sta sperimentando nuovi rapporti sociali più coerenti con le altre trasformazioni della società.

Non si può dire: il matrimonio è sacro!

E’ necessario, al contrario, ricercare le motivazioni che portano alla nascita spontanea di nuovi fenomeni sociali forse utili per ottenere nuovi vantaggi, magari raggiungere uno stato di benessere superiore.

In questo caso si dovrà dire: il matrimonio è superato!

Il rifiuto delle verità assolute propugnateci tutti i giorni da religiosi e laici, è l’unica arma che abbiamo per evitare di far assopire la curiosità.

Quanto detto per il matrimonio vale anche per Staminali, OGM, Diritto, Economia: nessun campo possiede la verità assoluta.

Ricerca, ricerca, ricerca.

Volevo impegnarmi per conoscere di più.

Sto dimenticando il poco che sapevo a causa degli impegni.

La divina Costituzione

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Le carceri sono un girone infernale

 

• da “Il Riformista”

 

di Marco Pannella

 

Massimo Calearo, dopo l’ispezione ferragostana alle carceri promossa e organizzata da Rita Bernardini con il sostegno di Antonella Casu, l’ha evocata come un’immersione in un dantesco girone infernale. Chi l’ascoltava non avvertiva l’enfasi, ma il dolore per la verità scoperta e la determinazione di darle seguito. In molti, fra i quasi duecento che hanno esercitato la prerogativa attribuita dalla legge a parlamentari e consiglieri regionali, hanno condiviso la sua emozione e la volontà di impegnarsi. La comunità penitenziaria aveva assoluto bisogno - sperava - di trarre ulteriore conforto e coraggio dall’attualità emersa e dal dibattito così suscitato. Invano! RAISET, servizio pubblico e privato, era in vacanza, tranne che per le solite desolanti cronache “politiche” e criminali. Dibattiti, “approfondimenti”, zero. Erano e restano invece maledettamente urgenti e necessari, per comprendere il da farsi, per sperare anziché disperare, per meglio concepire il nuovo possibile che c’è e urge. S’accentua la maledetta urgenza di condividere la ricerca delle vie d’uscita da questa gehenna, ma occorre non cadere nell’errore di sempre. La TRAGEDIA, che c’è, non è di per sé il carcere: epifenomeno, conseguenza, indotto, di quella della GIUSTIZIA.

 

Lasciamo, per un attimo, la parola – preziosa – al Ministro della Giustizia Alfano, in un suo intervento alla Camera, il 27 gennaio 2009:

 

Quello che di impressionante vi è da sottolineare è la mole dei procedimenti pendenti, cioè, detto in termini più diretti, dell'arretrato o meglio ancora del debito giudiziario dello Stato nei confronti dei cittadini: 5 milioni e 425 mila i procedimenti civili pendenti, 3 milioni e 262 mila quelli penali. Ma il vero dramma è che il sistema non solo non riesce a smaltire questo spaventoso arretrato, ma arranca faticosamente, senza riuscire neppure ad eliminare un numero almeno pari ai sopravvenuti, così alimentando ulteriormente il deficit di efficienza del sistema”.

 

Il Ministro insomma denuncia il carattere strutturale della crisi della Giustizia italiana: ne vengono distrutti Stato e società. Massima tragedia, quindi, istituzionale e sociale del Paese.

 

La nostra proposta trentennale ha un nome semplice, tanto da suscitare nello sfascismo di Regime e nella sua partitocratica classe dominante, nei ruoli di governo e di opposizione, la scontata accusa d’essere idiota e mentecatta; il suo nome è AMNISTIA. Contro - tra l’altro - l’ignobile realtà del sistema di potere e di classe che consiste nel termine impronunciabile: PRESCRIZIONE. È questa infatti l’immonda realtà strutturale, necessaria al sessantennale Regime sfascista e al suo Disordine Costituito: nei soli ultimi dieci anni 1.800.000 beneficiari di prescrizioni. Almeno due milioni con il prossimo 2010. Fra i quali, certo, Berlusconi e berlusconidi a gogò; ma anche i due coimputati Massimo D’Alema e Pinuccio Tatarella.

 

Che il sessantennale Regime italiano sia sempre più (se possibile!) corrotto e corruttore pochi oserebbero negarlo. Che sia criminogeno e anche tecnicamente (non “moralmente”!) equiparabile non più alla figura del “delinquente abituale” ma a quella del delinquente “professionale”, anche Luigi Ferrajoli, giurista e persona liberale, annotava di recente quanto segue: “ Il nostro è uno dei paesi più sicuri del mondo, in cui la criminalità è in costante calo da decenni. In Italia abbiamo 600 omicidi all’anno, nella sola Rio de Janeiro sono 6.000. Negli Stati Uniti sono 20-25.000 (circa 40 volte in più che l’Italia) con una popolazione che è 6 volte quella italiana. Con tutte le nostre mafie, non c’è paragone. Lo stesso vale per i reati contro la persona. È chiaro, però, che se racconti ogni delitto in modo ossessivo, pensiamo di vivere nella giungla.”

 

Da “RadioCarcere”, da “RadioRadicale” ormai abbiamo deciso. Si continua, si rilancia e si otterrà: AMNISTIA!!!

E sì che mi annoio

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Quando lessi per la prima volta “La noia” di Moravia avrò avuto sì e no 16 anni.

Lo presi dalla biblioteca di mia zia e fui attratta dal titolo allo stesso modo in cui oggi sarei attratta da un titolo quale “Follia”.

Ricordo che quella mattina vagavo dentro la stanza, in cui ristagnava un forte odore di legno, di libri vecchi e nuovi, alla ricerca di qualcosa che potesse in qualche modo alleviare la mia disperazione del momento, la mia insufficienza, appunto, la mia noia.

Ogni volta che ero assalita dal senso di inadeguatezza mi recavo lì con il chiaro proposito di trovare la cura, un po’ perché lo sfarzo di quella dimora era più accogliente del piattume della mia casa, e un po’ perché prendevo coscienza di avere una zia possidente dalla quantità indefinita di libri che aveva. Che associazione.

Insomma, lo sfarzo c’era ed era bello, ma erano pareti e pavimenti di passaggio: la vera ricchezza la riconoscevo quando varcavo quella porta di cui ancora sento lo scricchiolio.

E non che all’epoca fossi un’accanita lettrice, tutt’altro, mi piaceva solo l’idea di essere in quel luogo dove la conoscenza avrebbe potuto spaziare dagli antichi egizi al corpo della donna.

Quel giorno, per farla breve, mi trovai di fronte ad una copertina bianca e rossa, edizione Bompiani, del 1960, e fui attirata e spaventata allo stesso tempo dal titolo LA NOIA, fermo lì, al centro, come una grandissima verità, come qualcosa che bastasse di per sé a raccontare il contenuto di pagine piene, come in un certo senso, nel mio caso, un luogo oscuro di cui aver paura.

Ciononostante, presi a leggere le prime righe e scoprii di ritrovarmi in tutto e per tutto con la descrizione accurata che Moravia faceva di sé, della sua infanzia, della strana forma di incomunicabilità.

Parole, quindi, che conservo chiare nella mente e che ho riletto nel corso degli anni - ma che avrei senz’altro ricordato ugualmente -, e che sarei capace di trascriverle ad occhi chiusi perché c’è tutta me.

E poi c'è Cecilia, e già solo il nome lo adoro.

Beh, che dire?, c’è chi studia se stesso attraverso gli altri, come una sorta di esperimento, a volte noncurante del soggetto che ha di fronte, e c’è chi studia se stesso attraverso un testo.

E ci sprofonda dentro!

Tornando al libro, le prime parole della pagina 1 sono: “Ricordo benissimo come fu che cessai di dipingere”.

Andando avanti, Moravia spiegherà il perché ha cominciato: per noia.

Gli sembrò di trovare nella pittura il rimedio, finì per distruggere il lavoro di interi mesi, tagliando con un coltellino la tela, e proprio perché negli ultimi tempi era stato mosso e controllato dalla noia.

Il cancro della mia esistenza: la noia.

L’incomunicabilità chiara ed illuminante.

Il trovarmi a guardare un bicchiere e per l’utilità che da esso ne traggo rappresentarmi con convinzione di avere un rapporto con l’oggetto; il pensare che quel bicchiere avvizzisca, però, mi conduce alla noia, all’incomunicabilità e incapacità di uscirne.

Ma questa noia, a sua volta, non mi farebbe soffrire tanto se non sapessi che, pur non avendo rapporti con il bicchiere, potrei forse averne, cioè che il bicchiere esiste in qualche paradiso sconosciuto nel quale gli oggetti non cessano un solo istante di essere oggetti. Dunque la noia, oltre alla incapacità di uscire da me stessa, è la consapevolezza teorica che potrei forse uscirne, grazie a non so quale miracolo.”

Certe parole hanno il dono il commuovermi.

E i ricordi del suo giocare. Ad un certo punto si estraniava e si metteva a fissare il niente. Sua madre entrava, lo sorprendeva smarrito, e abbracciandolo forte gli prometteva di portarlo al cinema.

Io ero uguale. Avevo tantissime bambole e tutto ciò che potesse desiderare una bambina di quell’età, ma era commovente il modo in cui cercavo di riprodurre in forma “povera” ciò che era stato fabbricato in forma moderna.

Era altrettanto commovente il mio bloccarmi d’un tratto, anche il restare immobile sotto le coperte per ore in attesa del rientro di mia madre che era uscita a fare la spesa o non so quale altra commissione.

Me ne stavo lì, ferma, fissa, ingabbiata dalla noia, e non trovavo nessuna attrattiva intorno.

La differenza sostanziale risiedeva nel fatto che mia madre non era né ricca di denaro, come quella di Moravia, né tantomeno ricca di esternazioni d’affetto.

Anzi, neppure si accorgeva di quel mio modo di comportarmi e l’unica giustificazione dettata dalla sua testa (soprattutto crescendo io con gli anni) era quella di avere una figlia che non si nutriva abbastanza (questa la causa dei miei “musi lunghi”) e che quindi onde evitarmi un qualsivoglia disturbo dell’alimentazione andavo spronata con ogni mezzo.

Quante energie sprecate. Sarebbe bastata una domanda piuttosto che tacere, perché il silenzio e la tacitazione di certe domande hanno condotto ad un’incomunicabilità a cui oggi non sono più in grado di rimediare.

Spesso mi incanto nel vedere certe mamme con certe figlie e quanto hanno da raccontarsi.

Credo sia bello il solo pensiero di rientrare a casa con un problema in mano e avere una mamma, confidente e senza ombra di dubbio amica, a cui poterlo riferire.

Bella l’immagine di lui che torna a casa dalla madre, la parabola e parodia del figliol prodigo. Il vitello grasso fugge spaventato non appena il figliol prodigo ritorna ben conoscendo il suo destino e quando il vitello decide di tornare, dopo un bel po’ di tempo, il padre contento del suo ritorno ammazza il figliol prodigo e lo dà in pasto al vitello grasso.

Belle anche tutte le domande che lui rivolge alla madre per vedere se le abitudini di lei sono cambiate (“La domenica che fai?” “Vado a messa.” “In quale chiesa?” “San Sebastiano.” “Che fai in chiesa?” “Faccio quello che fanno tutti gli altri, ascolto la messa.” “E ti confessi qualche volta?” “Certo che mi confesso, si capisce. E mi comunico anche.” “E il prete, una volta che ti sei confessata, ti assolve?” “Non ho mai da confessare dei peccati molto gravi” disse mia madre con una specie di civetteria. “Lo sai che mi dice don Luigi qualche volta: signora, lei finisce dove gli altri appena appena cominciano. Che peccati vuoi che commetta, alla mia età?”), la macchina lussuosa ricevuta in dono dalla stessa per il suo compleanno, l’associazione di casa e scarpe.

La descrizione che Moravia, invece, fa di suo padre è molto simile a quella che ho in mente del mio “uno di quegli uomini che, a casa, piano piano, ammutoliscono, perdono l’appetito e, insomma, si rifiutano di vivere, un po’ come certi uccelli che non tollerano di esser chiusi in gabbia”. Era anche lui affetto da “dromomania”, anche se non credo sia mai stato in Giappone o in posti più lontani dell’Europa. E anche io ho provato un senso di fraterna pietà per mio padre e per quel suo non darsi pace… l’eterno movimento che lo conduceva ovunque e sempre lontano da me.

Eppure mi restano in mente tutte le poche cose che mi ha detto, e i suoi sogni e progetti per me e con me.

A scuola anche io mi annoiavo terribilmente; tuttavia, sono stata sempre molto ben apprezzata dai miei insegnanti, a volte non so neppure io il perché. Detestavo la storia, mi annoiava a morte. Tutti quei nomi da ricordare, le collocazioni, date e guerre.

Per passare il tempo disegnavo sul banco: le mie matite e gomme erano sempre particolarmente consumate.

Col passare degli anni ho cominciato a scrivere… sembravo un’alunna modello che prendeva appunti per le cinque ore di lezione. Invece, tutto ciò che poteva ritrovarsi in quei quaderni erano i miei sfoghi e la mia incomunicabilità con questo o con quello. La mia noia, insomma.

Quando facevo sport non potevo sopportare i trenta minuti di riscaldamento prima di cominciare l’allenamento. Correre per 30 minuti… non avevo niente da dirmi, niente su cui concentrarmi, niente e nessuno da pensare. Una fatica infinita. Arrivavo stremata proprio quando avrei dovuto iniziare lo sforzo.

E così per ogni mio successivo hobby.

Quello che mi viene in mente in questo istante è il trascorrere l’ora. I miei occhi fissi sulle lancette dell’orologio in attesa-tormento del tempo.

A mano a mano, crescendo, le cose sono migliorate… ma posso certamente dire che gran parte della mia vita, quella vissuta fino ad oggi, è stata condizionata o sciupata da quel terribile “sentimento” che è la noia.

E talvolta mi capita di riviverla e, per ironia della sorte, di apprezzarne il valore, perché quando la sento è un chiaro segnale di qualcosa che non va.

Una nostra esclusivissima intervista a Marco Cappato, leader radicale

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Io e il mio carissimo amico Stef, con cui sto provando a condividere il blog http://pacsiamo.splinder.com, abbiamo posto alcune domande ad uno dei massimi esponenti di casa radicale, Marco Cappato, sulla scorta di una vecchia intervista che fu fatta da Gay.tv nel 2006 ad Emma Bonino.

Tutto ciò è stato possibile grazie al filodiretto www.marcocappato.it  - che consiglio ai moltissimi lettori di visitare e non solo, perché è una fonte preziosa di news sempre fresche -.

Per dirla con Fossati “domanda piuttosto che tacere”.

 

A&S: Ciao Marco, non essendo cambiate molte cose da allora, ti riproponiamo le stesse domande che furono poste a suo tempo (nel 2006, Gay.tv) ad Emma. Scusa ma siamo talmente demotivati che abbiamo smesso di informarci.


Partiamo subito con la domanda che ci sta più a cuore. Pacs, riconoscimento delle coppie di fatto e legge contro le discriminazioni. Sono provvedimenti per tutelare milioni di italiani e per insegnare a milioni di altri (perché è un vero problema culturale) che non esistono froci, lesbiche e negri ma persone. Cosa si prova ad essere diventato uno dei punti di riferimento per la laicità in Italia, senza aver paura di dire le cose come stanno?

 

Marco Cappato: Non c'è motivo di essere «demotivati»: in Italia, tra la gente, sono popolari sia la laicità che i diritti delle persone omosessuali. Per il regime anti-democratico che occupa le istituzioni no. Ecco perché è tempo di mandarli a casa e di far governare, su questi temi e non solo, chi è in sintonia con la volontà popolare: il Partito Radicale. E forse è tempo, per il cosiddetto ‘movimento’, di non aver paura di ‘compromettersi’ con noi: realizzare un'unione (civile) politica, con garanzie di transpartiticità, transnazionalità e nonviolenza, strumenti necessari per ottenere altro che qualche strapuntino.


A&S: I ragazzi di oggi sognano di vivere la loro affettività con il compagno o con la loro compagna nel modo più naturale e cioè vivendoci assieme, costruendo una famiglia, cosa che probabilmente 30 anni fa era inconcepibile perché era già tanto poter dire «sono gay». Non pensi si sia insistito ancora troppo poco sull’argomento?

 

Marco Cappato: Che l'affetto o il desiderio di mettere su una famiglia non sia un'esclusiva dell'eterosessualità credo sia un fatto sentito, prima ancora che compreso, dalla stragrande maggioranza delle persone. Se non ne parla RAISET ci pensa Hollywood. Il nostro problema è la politica, cioè certa politica. 

A&S: Negli ultimi anni, nel nord-est come nel resto del paese migliaia di persone hanno perso il posto di lavoro e le aziende, soprattutto quelle di dimensione medio-piccola, hanno chiuso per sempre i battenti, senza che questo si sia tradotto, dall’altra parte del globo, in tutele per i diritti delle persone, dei lavoratori e dell’ambiente. È degenerata, secondo te, la situazione rispetto a 3 anni fa?

Marco Cappato: La cosiddetta ‘crescita’ economica è stata fondata per decenni sull'accaparramento gratuito e la distruzione di risorse naturali non riproducibili, accompagnati da un abbandono di regole fondamentali per il funzionamento del libero mercato, che è stato sostituito dalla jungla dei poteri finanziari approfittando della scarsa informazione disponibile ai cittadini. Serve una radicale azione di riqualificazione sociale e ambientale dell'economia, realizzata da poteri transnazionali (in primis nuovi poteri federali per l'Europa), senza cedere a tentazioni stataliste e dirigiste.

A&S: Voglio una vita con…? Completa la frase per noi.

Marco Cappato: Una vita (o almeno il tempo che ci vorrà) con... chi ha voglia di fare la rivoluzione. Dirlo oggi suona quasi ridicolo, ma solo perché troppi di quelli che si sono rassegnati ora hanno bisogno che si rassegnino anche gli altri.

19.8.2009

Se dico gabbia, tu cosa rispondi?

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Anche Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, sottolinea che «più di qualcuno, nell'opposizione, fa finta di non capire, ed evoca il fantasma delle gabbie salariali, cioè di differenze salariali stabilite per legge. Non è questo il modello perseguito dal Governo, dalla maggioranza e da Silvio Berlusconi, che invece da mesi (si pensi all'accordo siglato all'inizio dell'anno per la riforma dei contratti) indicano un percorso diverso: quello di un progressivo superamento del contratto nazionale (modello obsoleto, difficile da rinnovare, con trattative estenuanti e attese inaccettabili per milioni di lavoratori) a beneficio di contratti più legati al territorio e all'azienda, e con un forte rapporto tra aumenti salariali e produttività».

 

IL PD - Duro anche il Partito Democratico… “Le gabbie salariali nel Sud è come se esistessero già, ma hanno solo un nome diverso: disoccupazione”.

 

IDV - Secondo Antonio Di Pietro, «le gabbie salariali sono una soluzione ad effetto che fa esclusivamente appello al senso comune di chi, vivendo al Centro-Nord ed essendo stato almeno una volta nel Meridione, ha constatato che un piatto di lenticchie costa tre euro invece di cinque. Una soluzione demenziale ad un problema importante, quello salariale, che vede l'Italia agli ultimi posti per livelli retributivi in Europa» sottolinea il leader dell'Italia dei valori. «Abbiamo gli stipendi più bassi del Continente e mettiamo sul tavolo la discussione di come ridurli invece che aumentarli: direi che è il modo più demenziale per risolvere il problema».

da www.corriere.it

La scienza e la fede in Galileo

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“La bibbia dice come si va in cielo e non come va il cielo”

 

JOSE’ DE FALCO

 

Da “Il Maratoneta” del 4 luglio (Agenda Coscioni - Anno IV - N. 8 - agosto 2009 - Direttore Rocco Berardo, www.lucacoscioni.it)

 

Con il Professor Giovanni Reale, uno dei massimi studiosi del pensiero antico della storia della filosofia greca e romana, e uno dei più noti filosofi cattolici, commenteremo oggi con alcune dichiarazioni fatte da Monsignor Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, rese nei giorni scorsi in merito alla cautela che la Chiesa deve avere anche nell’accostarsi ai temi della ricerca scientifica, non ultima la ricerca sulle cellule staminali. Monsignor Pagano ha commentato che la Chiesa dovrebbe fare tesoro della dolorosa vicenda della condanna a Galileo per non incorrere nello stesso errore. E’chiaro che qui il discorso significativo in gioco è quello del rapporto tra Chiesa e Scienza, che da molti anni surriscalda il dibattito giuridico politico.

 

Cosa pensa Professore lei della dichiarazione di Monsignor Pagano?

Credo che Monsignor Pagano abbia toccato un punto importantissimo. Galileo è, infatti, stato uno dei più grandi scienziati del mondo; ha pochi uguali nella storia proprio per il suo dramma di una fede vissuta fino in fondo, ed una scienza portata fino alle estreme conseguenze.

Ad essere contestata dalla Chiesa, a quel tempo, era l’interpretazione dell’andamento del cielo che Galileo ne aveva dato: il geocentrismo. Alla chiesa era stata data una risposta talmente perfetta da essere valida per sempre: “dalla Bibbia non potete ricavare come va il cielo perché la Bibbia insegna un’altra cosa, essa insegna come si va in cielo ma non come va il cielo, ossia non come gira il cielo”.

In questa frase la distinzione tra scienza e religione è riassunta.

Certo, mentre Galileo afferma che è la scienza che deve spiegare la legge del cielo ha detto, però, anche che il compito di rispondere ai problemi ultimativi dell’uomo non spetta alla scienza ma alla fede, se si crede. Credo dunque che mentre regole dal punto di vista dell’etica e della religione non debbano assolutamente essere imposte alla scienza, possano essere però imposte agli scienziati. Gli errori, infatti, non li fa la scienza ma li fanno gli scienziati quando non usano ma abusano della scienza assolutizzando le sue regole e divinizzandole. Credo sia molto difficile trovare un modo di procedere in maniera armonica tra scienziati e uomini di fede, ma è importante capire che il problema esiste nel momento in cui in una persona convivono fede e scienza, come nel caso di Galileo.

Tornando a Monsignor Pagano, qual è la sua opinione?

Sono d’accordissimo con quello che dice Monsignor Pagano per questo motivo: la teologia non può intervenire nelle ricerche sulle staminali con categorie che sono completamente al di fuori della scienza, ma può e deve, invece, esortare gli scienziati ad usare i loro metodi e i loro strumenti nella maniera più appropriata che altrimenti può diventare solo superbia. Il punto è che non si tratta solo di prolungare la vita biologica degli uomini, cosa che oggi gli scienziati fanno, ma di prolungare la buona qualità della vita.

E sulle scelte di fine vita, qual è il suo punto di vista?

Sono stato d’accordissimo con la posizione di Welby, che però – nel caso specifico – non era affatto quella dell’eutanasia, ma era semplicemente dire: “il Signore ha stabilito questa fine per me, non voglio essere violentato da una macchina perché la mia libertà di uomo è superiore”; così come sono atterrito dal fatto che qualcuno possa aver accusato il padre di Eluana di essere addirittura un omicida.

Eluana non è, infatti, stata fatta vivere per vari anni, ma è stata fatta sopravvivere e la sua agonia è stata prolungata. Davanti a questo stato di cose, dunque, il padre non ha chiesto di ucciderla ma semplicemente che non fosse violentata da una tecnologia medica che oggi ha dimenticato la regola della natura. Non è né lo Stato né il medico, quale tecnico della natura, che deve decidere se come e quando un malato deve morire, ma è la natura che lo deve decidere.

Credo che il punto fondamentale sia capire che la scienza non va e non deve estendersi fino ai problemi ultimi dell’uomo: il perché della sua esistenza, il senso della vita e la sua direzione.

Il Papa recentemente ha affermato l’esistenza della trinità nel DNA. Quello che voglio evidenziare è un’utilizzazione dei termini scientifici, come la differenziazione tecnico medica delle terapie - non terapie, per

sostanziare una visione della vita. Non crede che questo sia un modo riduttivo di dare spazio alla religiosità?

Sicuramente questo avviene, ma vorrei ricordare anche che nell’ultima edizione del catechismo, che è stata scritta proprio da Ratzinger, questi dice in modo molto chiaro che le cure imposte possono essere anche rifiutate e che addirittura bisogna lasciar morire l’uomo in maniera ragionevole, umana. Dunque, direi che sono stati i suoi collaboratori di bioetica a ridurre il problema e che quindi l’invito alla prudenza e alla moderazione rivolto loro dal Monsignor Pagano, che ricorda il detto di Galileo per cui è “la scienza che ha gli strumenti per identificare e risolvere questi problemi particolari e il dogma e le concezioni aprioristiche non possono entrarvi”, è giustissimo.

Il problema, ripeto, è come le cose vengono applicate e usate.

E’ necessario che la cultura umanistica accompagni la sorprendente abilità tecnologica conquistata dall’uomo affinché

questo non sia ridotto a solo fenomeno fisico e possa crearsi nella sua libertà, nel modo di pensare e di essere ontologico e assiologico.

La democrazia, sia quella della cultura scientifica che quella umanistica, come si concilia con l’insegnamento cattolico?

La legge non dovrebbe assolutamente invadere il campo della responsabilità individuale. In una democrazia la legge non deve essere mai una legge che imputa un peccato ma piuttosto un’infrazione. È chiaro che la democrazia ha molti rischi perché, come insegna Morain, non ha dei valori propri ma è semplicemente un metodo per fare convivere valori diversi in una possibile dinamica costruttiva dei loro rapporti.

 

Per non scordare Galileo

Mons. Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, in riferimento alle condanne degli ultimi anni da parte della Santa Sede nei confronti della ricerca scientifica sulle cellule staminali e sull’eugenetica, ha invitato la Chiesa a ricordare il caso Galileo che «insegna alla scienza a non presumere di far da maestra alla Chiesa in materia

di fede e di Sacra Scrittura e insegna contemporaneamente alla Chiesa ad accostarsi ai problemi scientifici, fossero anche quelli legati alla più moderna ricerca sulle staminali, per esempio, con molta umiltà e circospezione». A seguito dello stupore suscitato dalle sue affermazioni, il Monsignore, in un’intervista rilasciata al Foglio, ne ha spiegato il significato: «Di fronte a ricerche nuove, vanno distinte quelle che aprono scenari terribili da quelle che aprono scenari positivi. Non sono un medico, ma faccio l’esempio dell’uso di cellule che si possono prelevare da tessuti adulti, senza toccare embrioni umani. Intendevo questo. Ma penso che non vada nemmeno chiusa definitivamente la porta in faccia ad altre possibili ricerche sulla base di preconcetti. Perché, in fin dei conti, bisogna stare alla Sacra scrittura, alla verità di Dio: la verità dell’uomo sta lì.

Quello che non è nella Sacra scrittura – prosegue monsignor Pagano – e che dipendesse da nostre tradizioni fossilizzate

nel tempo, dovrebbe poter essere riconsiderato e rivisto. Come è successo per la teoria copernicana ai tempi di Galilei. E’ necessaria umiltà e prudenza anche da parte nostra, da parte della chiesa» Ma il limite dell’uso dell’umano come strumento in biomedicina, conclude il barnabita, «la chiesa fa benissimo a ricordarlo, a ribadirlo e a proporlo come non superabile».

La sostenibile pesantezza dell’essere

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Anche se è quasi mezzanotte ho ugualmente bisogno di chiudermi nella mia stanza e scrivere, di sedermi sulla stessa sedia, accendere una sigaretta e aspettare l’ispirazione giusta.

 

Che gran casino!

 

 C’è più silenzio in strada che qui.

 

Qui ritrovo giusto il senso di appartenenza che mi fa sentire in un certo senso protetta e che mi permette di concentrarmi sul caos che riguarda soltanto me.

 

Il caos intorno è dato da quelle valigie buttate per terra che mi ricordano il mio non partire mai, quello interiore, invece, mi porta a Pamuk, quando parla del suo bisogno di scrivere più o meno in questi termini:

 

Quando sono in mezzo a tutto quel frastuono, agli uffici, alle telefonate, all’amore, all’amicizia, su di una spiaggia assolata o a un funerale in una giornata piovosa, cioè quando sto per entrare nel cuore degli eventi, sento improvvisamente di trovarmi in realtà al loro margine. Comincio a fantasticare… Questo ragionamento, che faccio provando il piacere di confessarmi e la paura di dire la verità su me stesso, porta a una conclusione importante e seria che voglio affrontare subito. Una breve teoria del romanzo in cui si affronta la scrittura come medicina…”.

 

La mia apatia insostenibile – io l’ho sempre chiamata così – mi ha portato spesso a vivere ai margini degli avvenimenti, ed ha caratterizzato tutta la mia vita  (quella di proprietà della memoria) eccetto brevi attimi di intensità assoluta, di pura affezione tra me e gli altri.

 

Anche quando giocavo con le bambole ed ero piccolina accadeva la stessa cosa. Le pettinavo, le vestivo, e le abbandonavo - proprio sul più bello - per correre a giocare da qualche altra parte, da sola.

 

E mi fermo qui, perché non ho voglia di ricordare la me stessa bambina… Adesso, ho un serio bisogno di analizzare la me stessa degli ultimi tempi.

 

E’ appena entrata mia madre per darmi la “buonanotte”. E’ proprio vero: se un poeta e un falegname entrano in un bosco non vedono la stessa cosa! (mi piace questa frase, mal collocata e sconosciuta fino a ieri e che ho letto per caso, dove non ricordo)

 

Lei, probabilmente, avrà visto soltanto la calma piatta di una stanza senza rumori.

 

E’ difficile credere che negli ultimi 30 anni ci siamo baciate solo tre o quattro volte, e che per altrettante volte ha tenuto il mio viso con delicatezza tra le mani. Del prima non ricordo…

 

Sono come al solito ubriaca di pensieri, per cui è bene che mi concentri su un punto fermo, fissandolo.  

 

Devo trovare il giusto equilibrio tra ciò che penso e ciò che ho intenzione di esprimere a parole.

 

Mia madre è complicata quanto me, ma mi ama. Di lei potrei fidarmi per sempre.

E’ questo il vero punto fermo. E’ questo il vero amore.

 

Quando penso a queste cose percepisco una sorta di silenzio commosso. Non vedo le valigie per terra, avverto solo un grande vuoto e avrei voglia di correre da lei per colmare gli anni mancanti… invece, resto inchiodata qui, su questa sedia, con il solito distacco.

 

Riflettendo su me stessa capisco che il mio problema non è l’incapacità di dare bensì una ormai bell’abitudine a negarmi.

 

Tra non dare e negare c’è una bella differenza, forse il negare è proprio il punto culminante del non dare per incapacità.

 

Eppure qualcosa è mutato dentro di me altrimenti non parlerei di tutto ciò; ho solo bisogno di capire “cos’è mutato” in questo paesaggio che osservo da anni e che oggi ho una voglia pazzesca di condividere con una persona, che potrebbe essere mia madre o un uomo.

 

Voglio conoscere “seriamente” le mie potenzialità, quelle sopravvissute anche al dolore e le nuove, nascoste nel nucleo più profondo e più forte della mia persona.

 

Perché, paradossalmente, mentre… Ti sembra tutto visto, tutto già fatto, tutto quell’avvenire già avvenuto, scritto corretto e interpretato da altri meglio che da te…sento che basterebbe un bacio per provare l’improvvisa piacevole pesantezza dell’essere.

 

L’improvvisa “piacevole” pesantezza dell’essere.

E per fortuna, il naso viene dopo :-)

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Lo studio, SPAGNOLO, pubblicato SUlla rivista Computational Biology

Le persone si riconoscono dagli occhi

Lo sguardo, subito dopo, si concentra sulla forma della bocca e poi sul naso

WASHINGTON - Per riconoscere qualcuno a volte basta uno sguardo negli occhi. Ricercatori dell'Università di Barcellona hanno infatti scoperto che sono gli occhi la prima cosa che guardiamo in una faccia familiare, per riconoscerla in fretta e per carpire delle informazioni utili. Lo studio, pubblicato nella rivista Computational Biology, rivela che subito dopo gli occhi, il nostro sguardo si concentra sulla forma della bocca e subito dopo sul naso. «Sapevamo che al nostro cervello sono sufficienti delle piccole aree visive per riconoscere qualcuno ed ottenere le informazioni necessarie», ha spiegato Mathias Keil, ricercatore che ha partecipato allo studio.

GLI OCCHI «BASTANO» - «Basta poco per visualizzare un immagine, e gli occhi sono la prima cosa che guardiamo in un'altra persona», ha detto. Utilizzando dei software visivi, i ricercatori hanno scoperto che gli occhi possono essere sufficienti per riconoscere un volto familiare, mentre non lo sono il naso e la bocca. Atri fattori, come l'età della persona, non sono presi in considerazione. «Se si fa la fotografia di un amico, ogni particolare può servire a riconoscerlo, ma è molto probabile che ci si concentri sugli occhi», ha detto Keil. «Sembra proprio che il nostro cervello si sia specializzato a riconoscere qualcuno in questo modo», ha concluso.

24 luglio 2009 (www.corriere.it)

Quando non c'è l'eccitazione o il soddisfacimento dell'istinto sessuale del soggetto agente...

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Telefono Rosa: "Siamo nauseate, come si Misura la libidine? La donna non è un oggetto"

Cassazione: toccare le colleghe non è reato se fatto senza «intenti libidinosi»

Confermata l'assoluzione ottenuta in appello da un lavoratore straniero, dopo la condanna in primo grado

ROMA - Toccava le colleghe di lavoro. Ma in maniera scherzosa, come modo di fare abituale, senza provare alcune «ebbrezza sessuale» o intenti libidinosi. Per questo la Cassazione ha confermato l'assoluzione di un lavoratore extracomunitario, Kadri O., dall'accusa di violenza sessuale per la quale, in primo grado, era stato condannato ad un anno e due mesi di reclusione (pena sospesa dalla condizionale). In appello, invece, Kadri era stato assolto, il 28 novembre 2008, con la formula perchè il fatto non sussiste.

LA SENTENZA - Il processo era nato dalla denuncia sporta da una collega di Kadri, stanca delle sue mani lunghe. In tribunale era emerso che (come rileva la Cassazione nella sentenza 30969) «Kadri O. era solito praticare scherzi di cattivo gusto toccando le colleghe di lavoro e così ponendo in essere un comportamento di certo poco raffinato e abituale». Tuttavia dalle stesse testimonianze era anche risultato che nel comportamento dell'uomo non era ravvisabile alcune «ebbrezza sessuale» in quanto, toccando le colleghe «non voleva soddisfare la propria libido». Contro l'assoluzione di Kadri O. aveva fatto ricorso in Cassazione la Procura generale della Corte d'Appello di Bologna.

IL LEGALE - L'avvocato Marcello Rambaldi, legale dell'imputato, ha spiegato che Kadri O. «era solito abbracciare con trasporto tutte le colleghe.» Alcune, come quella che lo ha denunciato, le abbracciava con un tale trasporto da sollevarla da terra. «Ma tutto avveniva per affetto, non per soddisfare istinti sessuali». E aggiunge: «Ma quale violenza, il mio cliente abbracciava tutte le colleghe. In quel caso sollevando la collega da terra, le sfiorò il seno. Avvenne nel 1996. Addirittura una collega che lo difese conoscendo le abitudini di Kadri si ritrovò accusata di favoreggiamento». Poi fu assolta. Teatro degli abbracci tra Kadri e le colleghe, un mercato ortofrutticolo della provincia di Ferrara dove l'immigrato baciava e abbracciava tutte «ma con affetto, ci mancherebbe», ribadisce Rambaldi. «Ora il mio cliente ha cambiato mestiere ma per ragioni di opportunitá e si occupa del settore dell'edilizia. Si è sposato e ha tre figli». E probabilmente non "abbraccia" più con trasporto.

"NAUSEATA" - È una sentenza «nauseante»: così la presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Moscatelli, definisce la decisione della Cassazione di annullare la pena ad un uomo che toccava le colleghe. «Intanto - dice - vorrei sapere come è stata misurata la libidine, ma sono molto preoccupata per il messaggio, assurdo, che la sentenza lancia agli uomini. Vorrei che fosse chiaro: anche se si sfiora una mano e non è gradito, è un comportamento da non tenere. Le donne non sono oggetto». La presidente, che guida l'associazione che si occupa di violenza alle donne, sottolinea poi che «è inutile inasprire le pene, fare nuove leggi, se poi si mandano messaggi così assurdi e così sbagliati. È un fatto del tutto dannoso».

Sulla stessa lunghezza d'onda anche Pia Covre, del Comitato diritti delle prostitute: la sentenza dimostra «che ancora la donna non è rispettata», dice. È una sentenza - osserva Covre - «non giusta e non vera. Sono io a determinare se uno mi può toccare o meno. E se una persona si è rivolta ad un tribunale vuol dire che c'è stato un abuso e che quindi quell'atto non era permesso. Spetta alla donna decidere se farsi toccare e come, secondo i propri gusti».


24 luglio 2009 (www.corriere.it)

Pausa

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Magari sapessi come riempire questo silenzio improvviso.