Alice guarda i gatti, e i gatti guardano nel sole mentre il mondo sta girando senza fretta...Il 21 luglio 1953 Gaetano Salvemini scriveva su Il Mondo: "...La realta' e' che quando un clericale usa la parola liberta' intende la liberta' dei soli clericali (chiamata "liberta' della Chiesa") e non le liberta' di tutti. Domandano le loro liberta' a noi 'laicisti' in nome dei principi nostri, e negano le liberta' altrui in nome dei principi loro" (Dalla liberta' religiosa alla peste vaticana, Maurizio Turco). |
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lun, 16 gennaio 2012 16:55
VivereHo esaurito le scorte di sopportazione e sono bisognosa di vivere nella normalità. Non permetterò più a nessuno di trattarmi come una merda perché più della merda non sa dare. Pace e bene al mondo. ven, 13 gennaio 2012 12:48
Il caso
Ho bisogno di un’ora. Tutto quel che cerco in questo giorno in cui le cose che contano sono state già adempiute è un’ora mia per poter dire a me stessa “Ti trovi qui”, come quando ti localizzano con tecnologie sofisticate dei nostri giorni. Stamattina mi sono svegliata con una domanda: “il caos interiore fa nascere una stella o ci fa smarrire?”. Era anche la domanda di ieri, la ricerca di uscire da me costante, da un po’ di tempo. Accade penso in ognuno di voi quel che sta accadendo a me. Per professione ma anche per innocenza sottile, io vado tollerando e donando energia agli altri che si attaccano come edera alla mia persona; difficilmente attingo dagli altri per rigenerarmi e quando arrivo ad esaurimento non c’è storia, perdo il filo del discorso, divento arida e spenta e mi si legge in faccia e sul corpo diafano. I vampiri dell’energia hanno sortito il loro effetto. La batteria è a terra. Vorrei infilare il dito medio in una presa di corrente elettrica, fare come l’edera e aggrapparmi anch’io a corpi estranei per sopravvivenza. Inconsapevolmente non sono più dominata dalla verticale indifferenza degli altri. Dove sono gli altri? Sono morta io o sono morti gli altri? E’ reale questo stato d’animo? Vorrei tanto essere capace di poter sistemare le situazioni che fino ad oggi mi hanno creato ansietà e tribolazioni di sorta come quando faccio il bucato. Vorrei tanto lavare le lenzuola lerce e stenderle bianche come nuove. Vorrei. Il solo pensiero mi fa cadere le braccia sulla tastiera, rende pesante e scorretta persino la mia scrittura; tutto quel che riuscirei a creare, ora, qui, è semplicemente la battuta di tasti del tipo dfoafsjifreuweafe. Ecco come si rende infelice una donna: riducetela nel mio stesso stato, fatene scempio ogni giorno, denutritela, toglietele attenzioni, spremetela come un’arancia rossa e dissetatevi, fate che la stessa si renda conto quotidianamente di ogni vostra malfattezza o mancanza e non se ne curi. Eppure ho letto tanto, fino a farmi male agli occhi. Quando dico che ho letto non mi riferisco soltanto a libri o qualsivoglia altra parola impressa ovunque, ma a tutto: ho dedicato la mia vita allo studio di tutto, chiunque, qualsiasi cosa. Mi appassiono così, altrimenti non me ne curo. Mia nonna diceva: “tutto quello che leggi devi metterlo in ordine nella tua testa e in pratica nella vita, altrimenti non ti apparterrà mai. Se decidi di dedicarti allo studio di Londra e delle lingue straniere, devi quantomeno andare a vivere lì, osservare e ascoltare un inglese, mangiare ai suoi stessi orari e gradirne i gusti, guidare la sua automobile, pregare con lui, innamorartene o odiarlo, sennò sarai solo in grado di dialogare in altra lingua. Cultura e tradizioni sono esperienze vissute…”. Diceva tutto questo, con parole sue. Aveva cultura da vendere, eppure i libri erano di mio nonno o di mio padre, o del resto della famiglia. Conosceva i suoi diritti, guai a calpestare le sue terre; era il carabiniere del suo quartiere, non voleva interferenze di sorta; era guardinga e allo stesso tempo ossequiosa come pochi. Mi parlava spesso di Dio riuscendo persino a convincermi. Aveva ascendente su di me, trascorrevo intere ore ad osservarla mentre cucinava per noi. Quando l’ho persa, proprio in questi giorni di diversi anni fa, ho pensato per la prima volta che Dio è assente e solo un demente maledirebbe il caso. Così, ho trascorso il tempo a farmi incastrare dagli eventi, a farmi spolpare viva o a farmi donare luce improvvisa. mar, 13 dicembre 2011 19:25
Maledico FB e tutto il restoTorno qui, dove tutto è più semplice. Un diario di pensieri per sordi. E' snervante per tutti prendersi cura dei deliri della gente negli unici attimi liberi della giornata, anche se devo ammettere che in questo momento, per quel che mi riguarda, non esiste un posto dove rifugiarmi e sentirmi serena; sembra perdere di senso ogni cosa, eppure tutto sta prendendo forma. Il mio stato d’animo non si spiega, lo critica chiunque mi metta gli occhi addosso. Dalle bocche degli altri solo toni di rimprovero, come se la mia esistenza la conoscessero loro e non io. Tag:
ripartiamo da qui
mar, 26 luglio 2011 20:08
Di ogni 31 ottobrePost del 31 ottobre 2007. Una lettera per ogni 31 ottobre, un pensiero per ogni giorno vissuto.
Stamattina ho chiuso la porta della tua camera, non ho aperto il guardaroba che da 19 anni è diventato mio; ho indossato i panni di ieri e ho cercato di pensare ad altro anche quando ho percorso la solita strada che quel giorno mi condusse a scuola, con la stessa pioggia sui jeans e con lo stesso peso addosso. Oggi, ogni passo mi è sembrato un secolo, arrivare qui un lungo viaggio. Ti sei riparato con me sotto l’ombrello, abbiamo costeggiato i palazzi: tu all’esterno e io dalla parte del muro. Così camminavamo io e te! Un giorno ti chiesi: papà, perché mi spingi sempre verso il muro? E tu mi rispondesti: perché se una macchina sbanda prende me e non te. Il mio scudo. Le lacrime hanno “voglia di piangere”, le sto trattenendo, qui c’è altra gente e non è bello vedere una “donna grande” piangere come una bambina. E’ proprio così, come se una parte di me fosse ferma a quella data. Vorrei scriverti parole diverse, oggi che persino io sono diversa, ma i sentimenti subiscono modificazioni solo nella presenza dell’altro, quando, invece, c’è l’assenza eterna l’amore assume le sembianze di un coltello, di un martello… di esclusiva sofferenza.
Leggi altro su Rapporti tra padre e figli. dom, 24 luglio 2011 16:43
sab, 16 luglio 2011 13:37
Noia e incomunicabilita' di cio' che sono realmente
Negli ultimi tempi mi sento un Re Mida al contrario: tutto quello che tocco anziché trasformarsi in oro diventa merda. gio, 14 luglio 2011 22:53
Vorrei ricordare la meta' di niente
Spesso “me ne passo” con le parole, travalico la buona educazione e il rispetto che tanto esigo e ostento. Ciò accade perché ci sono delle persone che riescono a tirare fuori da me il peggio e la “qualità” del mio parlare se ne va a puttane. Quando penso alla qualità, rileggo con la mente Pirsig. Conobbi questo autore perché conobbi un ragazzo per il quale i suoi unici due capolavori erano la bibbia: “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” e “Lila”. Li lessi entrambi, per conoscere meglio anche lui. La lettura dei due “mattoncini” durò giusto il tempo della nostra conoscenza. Tra noi ci fu la tipica sfilata di pensieri di quando ci si deve adattare ad una nuova situazione. Cominciai a provare trasporto per lui, la sua musica, il suo parlare piano, laconico, misurato, per poi cambiare rotta diventando analitica e guardinga. E lo salutai, dall’oggi al domani. L’ho rincontrato qualche giorno fa, rivisto con simpatia. Sono le classiche conoscenze che se non le rievochi con un libro non le ricorderai per il resto della tua vita. Quindi, citare Pirsig significa rievocare una parte della mia vita che spesso non ricordo neppure di aver vissuto. Non è vero. Il mio viaggio è quello “nella mente di una donna che non dimentica nulla, anche se sembra”. Ricordo tutto, accantono ma ricordo ogni cosa se sollecitata. Per es. “ho ancora un frammento di ricordo di lui che suona, davanti a me”. Mi “studiava come un giocatore di scacchi avrebbe studiato una partita, vagliandone la linea di sviluppo, cercando le contraddizioni e le incongruenze”. Uno capace di leggere Pirsig deve essere per forza così. Scelgo questo o quello? Si deve essere obbligatoriamente così, a prescindere dalle letture; nessuno di noi è un esperto dell’esperienza umana. La migliore esperienza sarebbe quella di non pensare, pensare meno, sì da non arenarsi. Che strano! Per definizione il pensiero è energia o luce che viene plasmata dalla coscienza. Come fa ad arenarci? E’ energia che fluisce continuamente in noi, entrando dalla sommità del capo e scendendo poi lungo il corpo, modellandosi in base a come e cosa pensiamo, a come ci comportiamo, etc. Apro un libro che comprai tanto tempo fa per diventare spiritualmente adulta; Zukav dice “se avete intenzione di porre fine al vostro legame, la fine inizia proprio con l’intenzione di terminare, che crea in voi notevole inquietudine: vi sentite sempre meno soddisfatti del vostro coniuge e provate un’insolita apertura nei confronti degli altri, qualcosa che non vi è mai accaduto prima. Il vostro ‘sé’ superiore ha iniziato la ricerca di un altro partner: quando questa persona appare, vi sentite attratti, e se l’accettate (anche questa è un’intenzione) davanti a voi si apre un nuovo sentiero” e così via dicendo, una storia tira l’altra. Se vogliamo cambiare, quindi, il cambiamento inizia con l’intenzione di cambiare. Che roba! Ci fissiamo su dei libri che narrano concetti così elementari e ci sembra di non aver mai letto nulla di simile. Pausa. Anche stasera “ho inghiottito una fenomenale sorsata di veleno”. Assomiglia al caffè della mia moka. Finalmente ho una moka tutta mia, ma fa un caffè che farebbe rivoltare lo stomaco a chiunque. La birra, invece, è gradevole, fresca al punto giusto. Oggi parlando con un amico mi ha detto che le donne sono tutte esaltate, che dovrebbero “ricala’ dalla pianta” perché sono delle spaccacojoni, fiche moscissime e quant’altro. Era solo particolarmente agitato. Del resto ha lasciato la sua pseudo-rompicojoni-ficamoscissima-quant’altro-tracuiimmatura con un messaggio di posta elettronica, struggente eh, per carità!, però sempre di e.mail trattasi. Oddio! E’ inusuale perché l’ha fatto lui, con tutte quelle sue delicatezze da spartitraffico che chiede il numero di telefono anche alla fruttivendola per scusarsi che domani pioverà e la frutta potrà risentirne… Valli a capire gli uomini. Con loro si deve adottare la filosofia dei rozzi spartani, l’anti-intellettualismo, per intenderci… “Non dovevano chiedersi perché, dovevano soltanto obbedire e morire”. Mah! Mi vien da ridere, quando il giudizio è solo un misero processo alle idee fraintese. Spesso mi sono ritrovata nelle vesti di Socrate (povero Socrate!). Le mie idee, come le sue, si possono leggere “ad ogni angolo di strada”. Nessuna intercettazione servirebbe per sapere come vivo e ciò che penso. Ecco la vera libertà. Ma occorre cicuta dei nostri tempi per sopravvivere, un tempo serviva cicuta per morire. Il paradosso e la vergogna del processo a Socrate fu che in una città celebre per la libertà di parola si processò un filosofo colpevole soltanto di un unico crimine: aver esercitato il suo diritto alla libertà di parola, che mai invocò quale principio per difendersi. dom, 10 luglio 2011 17:42
Infedelta'
Ieri sera ho chiesto ad un conoscente: sei infedele? E lui mi ha risposto: sì, non posso farci niente, anche se avessi al mio fianco la più bella donna del mondo la tradirei, perché nel tradimento c’è la conquista e la natura dell’uomo richiede tali tipi di conferme. E’ più forte di me. E per infedeltà non intendo solo andare a letto con un’altra. Sono rimasta un attimo interdetta ma ho trovato nelle sue parole la franchezza che appartiene a pochi uomini, poiché nella stragrande maggioranza gli stessi coprono discorsi di mille parole e tentativi di convincimento relativi al loro essere ancestrali e puri. Di sporcizia, ahimé, ne è pieno il mondo e su questo nulla quaestio, ognuno si tiene la propria e qualche volta quella altrui. Io sono stata tradita e non sono gelosa. Contraddizione? No! Io sono stata tradita è un dato di fatto, reiteratamente è altro dato di fatto. Io non sono gelosa è una "crudele" verità, in quanto con i miei comportamenti dimostro il contrario; invece, sono semplicemente stronza e non amo essere presa per i fondelli, pertanto se avverto un qualcosa o vengo a conoscenza di un intrallazzo a mio danno divento una iena, pur senza proferire parola. Perché parlare non serve. E’ necessario ma anche sufficiente mettere l’altro nella condizione di spiegare, aprirsi; se l’altro non lo fa evidentemente è vigliacco. E di vigliacchi, ahinoi, coinvolgo un po’ l’universalità, ne è pieno il mondo e anche su questo nulla da dire, ognuno se vuole si tiene il proprio vigliacco turnista e quando non vuole più evita accuratamente di avere a che fare con lo stesso. E’ uno sporco mondo, gridava Bukowski. Quando conosciamo qualcuno/a pensiamo sempre di avere a che fare con un soggetto diverso, nuovo, e quando pensiamo all’infedeltà ci diciamo: non c’è problema, lo sono stati in passato, oggi no, questa persona non lo è. Più passa il tempo e più comprendo che l’unico essere perfetto per me stessa su questa terra sono io. Domanda: io sono infedele? Messa di fronte all’infedeltà altrui (in qualità di terza) io scappo perché mi calo nei panni dell’altra persona (la donna ufficiale), nella sua sofferenza a me conosciuta. Messa di fronte alla mia infedeltà (in qualità di infedele) io scappo perché mi calo nei panni dell’altra persona (il mio amato), nella sofferenza che potrebbe provare, a me conosciuta. Messa di fronte alla sua infedeltà (in qualità di cornuta) io mi immobilizzo perché mi calo nei panni della mia persona, nella sofferenza a me conosciuta e aspetto. Aspetto di capire se chi ho di fronte è stato preso da un raptus omicida per cui ha tentato di uccidere il nostro rapporto o se è, come detto, un vigliacco. Quando scopro che è un vigliacco ho una sorta di pietà congenita e divento una statua di cera, aspetto solo di essere accesa dalla ragione e di sciogliermi definitivamente fino a scomparire. Non reagisco con alcuna vendetta o con alcun taglio drastico. No. Preferisco “il tempo di morire”, perché a poco poco la sofferenza si stempera e il distacco non è faticoso. In tema di distacchi, quelli veri, io sono ferrata. Ci sono visi che non incontrerò mai più perché non credo nel paradiso anche se amo Cristo per corrispondenza. Al di là di questo, credo che ognuno debba essere lasciato in pace e né io né altri dobbiamo giudicare un uomo a cui piace mettersi con una puttana anziché con una donna "per bene" (non perbene, inteso come vivere un rapporto con serietà). Il sesso ognuno lo vede a proprio modo. L’amore è altra cosa, appaga. Non lascia spazio a tormenti, ansie e cedimenti. Quando due persone sono innamorate non si feriscono in tutti i modi, non parlano sempre delle stesse cose, vanno oltre e in quell’oltre c’è l’estremo piacere di condividere i piccoli attimi delle loro noiose o attivissime giornate. Hanno voglia di stare insieme, coccolarsi, leggersi. Chi ama rifiuta la distanza, non può stare per troppo tempo senza vedere l'altro, a meno che gli impegni di vita lo richiedano. Quando si allungano le distanze fisiche è tutto mentalmente e emotivamente distante. E' così. Nell’amore c’è qualcosa di inspiegabilmente curativo. E di certo non perderò tempo nel tentativo di descriverlo perché non avrebbe senso alcuna parola, nessun argomentare potrebbe essere esaustivo nel dipingere un’emozione. Mi sento stupida anche a farle queste precisazioni. Mi sento molto stupida. Ecco! Ho appena risposto alla domanda del post precedente. Mi piace scrivere per questo. Perché ogni volta mi sento letteralmente vicina alla certezza che pensando non riesco a cogliere e parlando non riesco a comunicare. Di solito mentre scrivo non faccio mai errori, quando la mia testa mi porta a farli è perché è totalmente sbagliato il discorso, è un correttore automatico dei miei pensieri. Il giorno che accadrà di nuovo capirò che tutto il mio argomentare era fasullo. gio, 07 luglio 2011 23:02
Un letto di passaggio
Nel corso della storia il sonno della ragione ha generato ogni sorta di mostri. E il mostro di certo è nascosto anche in me. Un mostro silenzioso che spesso non ha parlato per viltà, ma altre volte, le più solite, non ha parlato per evitare di scendere allo stesso livello di chi ha di fronte. E’ un’esperienza eterna: qualunque donna con un minimo di onestà morale ed intellettuale deve tacere come nella più realistica situazione angosciosa. Mi sono sempre chiesta cosa avesse una donna stupida rispetto a me; invero, più frequentemente ho cercato in me stessa la stupidità, certa di trovarla. Per dirla con i saggi, chi sta male non lo sa; per colmo di sventura, quindi, se io fossi stupida non lo saprei. Tuttavia, quando osservo il genere umano ho la stessa inappetenza che ho nei momenti di maggior sazietà o di più alto nervosismo. Ed è una condizione particolarissima, perché non so mai se trattasi di stomaco chiuso o di stomaco pieno. Di solito l’inappetenza ce l’ho quando non ho la risposta finale, quando sono ancora in grado di parlare agli altri; viceversa, quando regna il silenzio in me è come se interrompessi la conversazione per il bene di ciò in cui credo, per tutti i buoni valori che mi contraddistinguono, per non calarmi nei panni luridi del prossimo. Ed è un uso che non ritengo errato; è la condizione, per dirla con gli eruditi, di un soggetto che languisce in carcere senza che gli siano state rese note né l’accusa formulata, né le prove raccolte, però ci sta perché ci deve stare, è la legge. Una sorta di costrizione preventiva che si avverte principalmente sulla bocca dello stomaco. Beh, c’è anche da dire che non sono bravissima con le parole. O le getto a fiumi lontano dal corpo, deteriorandole, falsandole, svilendole, appesantendole o sminuendole a seconda della circostanza, oppure le conservo nella loro integrità, come con una sorta di zavorra, pure, non mescolate con elementi esterni, intatte, e le conosco solo io. E tutto ciò mi sembra abbastanza. Anzi, è più che abbastanza. Avevo tanto da scrivere, troppo nella mente. E’ proprio vero che la parola chiude il pensiero. Questa sì, è una bella verità. Stasera vado a dormire presto. Il sonno finalmente è tornato con tutta la sua energia. Chiudo questo giorno con le parole di un libro, come sempre. “Al termine d’un viaggio per raggiungere l’amante, un uomo capisce che la vera notte d’amore è quella che ha passato in uno scomodo scompartimento di seconda classe correndo verso di lei.” lun, 04 luglio 2011 06:26
Cuore e ragione
Non ci sono troppi ragionamenti. Non c’è mai una logica in tutto quello che mi circonda. Le cose accadono perché devono accadere, è così e basta. Un tempo mi chiedevo perché determinate persone scegliessero proprio me per i loro loschi fini, oggi penso di essere stata io a scegliere loro, perché non so conoscere altro, le identifico, le sento familiari, e non potrebbe essere diversamente. In questa casa vuota ho due piccoli specchi. Nella mia casa piena ho dei grandi specchi. Non so cosa sia meglio o peggio. Alice vorrebbe ancora una volta guardarsi, scrutarsi e rispondere. Tutto ciò non è possibile nello spazio angusto che mi circonda. Cosa ci combina la vita. A volte pensiamo di conoscere il nostro oggi e il nostro domani più del nostro ieri e invece è solo una misera condizione mentale che noi ci imponiamo per sopportare il peso del tempo e l’incognita di quel che sarà di “noi”. Il problema si pone nell’agitazione, mai nella pacatezza. Il problema in pochi riescono ad affrontarlo, spesso è meglio fuggire, tutto torna a proprio favore ed è un gesto così liberatorio che quasi quasi mi rincresce non averlo fatto io. In questo momento vado a ruota libera di pensieri, ho il peso del mondo addosso. Non mi sento più in grado di parlare neppure a me stessa, figuriamoci agli altri. Ed è profonda questa vertigine, l’assenza di "linguaggio" mi uccide. Io vivo di parole, mi nutro di parole, campo di parole. Non averle significa non essere, smarrirsi, cessare. Un tempo riuscivo benissimo ad entrare in polemica con me stessa e con gli altri, cercavo spunto ovunque pur di aprire un dibattito introspettivo e perdermi nelle innumerevoli riflessioni, sbagliate o meno ma vive… navigare nell’essenza di una me che, oggi, sempre meno ritrovo e comprendo. Mi spoglio. Provo a vedere se con la nudità riesco a riconoscermi. Nulla! E’ quel vuoto che immaginavo. E il silenzio del vuoto mi uccide. Tag:
wasted time
ven, 03 giugno 2011 14:23
mar, 31 maggio 2011 17:55
Pensieri banali
Sono stanca anche di scrivere, tanto svuotarsi non serve granché, soprattutto quando le scelte non dipendono da noi e si deve sottostare ad esse perché il rispetto verso gli altri viene prima di quello per noi stessi. Dai scrivi, fa bene! Ok scrivo, sperando mi passi la voglia di sbattere la testa contro il muro, per tutta l’insoddisfazione che oggi mi divora lo stomaco e per altre mille ragioni di minor conto ma pur sempre influenti sul mio stato d’animo. Cosa scrivi? Scrivo qualsiasi pensiero affolli la mia mente, qualsiasi cosa che non riguardi politica, omicidi, televisione, famiglia, sperpero di denaro per questo o quello… in sintesi, le righe che seguiranno verteranno principalmente sul discorso amore e sulle enormi difficoltà che insorgono tra due persone quando si inizia una relazione, non necessariamente sentimentale. Sorvolando sul caso per caso, ci sono rapporti che nascono con una semplicità straordinaria e in pochi rari casi durano per sempre, diversamente da quelli che nascono con enormi difficoltà e se vanno avanti è solo per il buon senso delle parti in causa; infine, ci sono rapporti che nascono morti o che dovrebbero essere abortiti subito dopo il concepimento. In quest’ultima ipotesi il discorso è un po’ complesso in quanto importa una concreta riflessione sui soggetti in questione (p. es. se trattasi di sola paura o di mancanza di volontà degli stessi) senza scadere in uno sterile argomentare o su un giudizio privo di obiettività. A prescindere dalle varie vesti da dare ad una relazione, quando “non è cosa” il gioco andrebbe interrotto subito, sostituendo in brevissimo tempo (per evitare strascichi di sorta) l’oggetto (o soggetto, nella benaugurata ipotesi) del piacere. Basterebbe soltanto dichiarare ognuno la propria incapacità di mettersi in gioco oltre l’interesse, il feeling fisico, guardandosi con serenità (evitando toni crudi) nelle palle degli occhi; pena altrimenti la noia mortale che ne deriva e a cui si riduce ogni momento trascorso insieme, la “botta” d’ansia che assale ad ogni isterico tentativo di entrare in un posto inaccessibile qual è l’interiorità dell’altro. Facile da dire. Difficile da attuare. Basterebbe, ma non sempre lo si fa. Soprattutto noi donne che siamo geneticamente portate a “puntarci” sull’altro, anche quando sappiamo che non bastano le buone intenzioni, che ogni nostro tentativo è una minaccia al già precario equilibrio, un attacco armato alla libertà altrui (così è se vi pare!). Dovremmo fare come gli uomini, essere più pratici, isolare la donna, distorcere lo stato delle cose, distruggerla pezzo pezzo, predilire persone meno complicate, meno coinvolgenti e meno minatorie. Dovremmo scrivere meno di amore e del nostro domani, delimitare il territorio, rispondere a tortura con tortura, non permettere all’orgoglio di prendere il sopravvento e farci diventare odiose. Altrimenti finiamo per restare ferme sul ponte - sprovviste di dinamite per farlo saltare in aria - a coprirci di illusioni quando incontriamo qualcuno e pensiamo di aver trovato la soluzione di tutte le cose, di stringere nelle mani qualcosa di autentico. Non ho mai pensato di dover arrivare chissà dove. Mi hanno insegnato (oltre al rispetto verso gli altri) che amare sarebbe stato semplice. Oggi mi trovo a non aver paura di niente, neanche di morire; quel che non riesce a darmi pace è la mia incapacità di esprimermi, di dire quel che penso e sento. Ecco! Questo mi secca e mi rode. Io riesco a divertire, insegnare, nutrire gli altri ma non riesco mai a farmi accettare in modo genuino. Per dirla con qualcuno, sento negli altri una sfiducia, un disagio, un antagonismo irrimediabile. Anche quando si tratta solo di passare una serata piacevole, l’atmosfera ad un certo punto diventa sgradevole e non importa se va a chiudere un momento di divertimento, risate, passione… accade e basta; accade quel qualcosa che fa tremare il lampadario. Esattamente questo. Punto. Scrivendo, dove sono arrivata? Da nessuna parte. Un omaggio ai miei più grandi amori virtuali (uno di loro è felice, l'altro è triste). Marco Cappato (clicca) mar, 24 maggio 2011 15:51
Veleno
Una ragazza chiede a Gloria di accompagnarla a casa perché non si sente bene. “Ho esagerato con la vodka, ti prego portami via” Benedetto si offre di scortare entrambe. E’ troppo tardi e lui starebbe in pena. Così si avviano verso la casa di Marica e durante il tragitto incontrano Max. Max è un loro conoscente, sta giù di corda perché ha trascorso una serata noiosissima che avrebbe dovuto non prolungare fino a quell’ora o quantomeno avrebbe potuto chiamarli per stare tutti assieme. Quando si è amici ci si organizza prima con frasi del tipo “Ehi, io esco con Gisella, semmai ci becchiamo in giro”, oppure “Tu cosa fai? Ah ok, allora siccome io vado di là con Genoveffa semmai ci sentiamo o vediamo dopo”. Insomma, quando si è amici c’è molta solidarietà, nessuno lascerebbe un Max qualsiasi nella merda. Ma tra loro non c’era stata alcuna telefonata, e Gloria avrebbe potuto chiamarlo, che ne so, durante la mattinata, svegliandolo con un pretesto qualsiasi, oppure nel pomeriggio, come anche verso le venti, giusto per capire cosa avrebbe fatto durante la sera in modo tale da organizzarsi. La mente di Gloria, così, comincia una lenta processione di pensieri ed è solo grazie al continuo lamentarsi di Marica che riesce ad interrompere quel supplizio e a ricondursi alla vita di quella calda sera d’estate. Giunti sotto casa, Ben conduce Marica fino al portone e poi torna con Gloria nel locale dove avrebbero trascorso con gli altri amici quel che restava della notte. Gloria, però, è un po’ infastidita dalla folla. Dà un’occhiata a Benedetto e gli dice che sarebbe arrivata presto. Guardandosi intorno, si dirige verso la spiaggia, sceglie con cura la sdraio più appartata e si siede. “E’ fantastico! Se non ci fosse questa musica fastidiosa sarebbe perfetto, potrei anche addormentarmi e eviterei di ascoltare anche le voci rumorose… ma sono voci reali o le immagino soltanto? Guarda tu se mi tocca fare sempre il San Tommaso della situazione, anche quando sto in un posto meraviglioso come questo…” Si accende una sigaretta. Il cielo è pieno di strane luci. Il cielo, al mare, è sempre pieno di strane luci. Si alza e va verso l’acqua, lasciandosi musica e brusio alle spalle. Il mare è lievemente agitato, si sentono le onde che sbattono sulla riva: è davvero molto breve la loro vita, il tempo di incresparsi e di morire. Tutto questo provoca in Gloria un senso di inquietudine per cui torna a sedersi dove era prima. Respira lentamente, inspira e espira aria, e piano piano si rilassa. All’improvviso percepisce la presenza di qualcuno dietro di sé. Il cuore accelera i battiti, non sa se voltarsi o far finta di ignorare il soggetto. Non si muove. Non può muoversi. Dopo qualche secondo avverte la presenza di questa persona sopra alla sua testa, si sta stringendo sempre di più a lei. Continua a restare immobile, nervosa e impaurita. Una mano raggiunge la sua bocca, la sfiora delicatamente, un tocco molto sensuale. Gloria si sgonfia come un palloncino; la tensione scende di colpo perché conosce quella mano e il suo odore, la conosce come fosse sua, come se le fosse attaccata al corpo da sempre. E’ per questo che non reagisce. Non ha voglia di reagire. E lascia a quella mano l’esplorazione di ogni parte del suo viso, del suo collo. E’ eccitata, un’eccitazione che conosce molto bene e che non può prolungarsi oltre perché la porterebbe alla pazzia, così afferra la mano, la porta verso la sua bocca e comincia a baciarla, ad annusarla, a tirarla verso sé. Insieme alla mano si avvicina anche l’uomo; è lui, lo riconosce nella penombra. E’ lui. Lo avrebbe riconosciuto anche da cieca. Si stringono, nessuno dei due dice una parola, ma le loro bocche non riescono a staccarsi. La bacia ovunque, la accarezza ovunque. E’ il loro linguaggio. C’è qualcosa di velenoso tra i due che li porterà alla morte, ma fare sesso insieme è così fantastico da convincerli ogni volta del contrario. Il fatto è che Gloria non può e non vuole considerarsi una donna da scopare. Prende ogni cosa con passione, anche le cose piccole, come per esempio una scopata, dove deve per forza metterci l’anima. “Ti prego stai fermo. Non possiamo fare questo, è sbagliato. Non ce la faccio. Non ce la voglio fare. Dopotutto sono una donna, non una puttana. Quando mi rendo conto che te ne vai, si apre un gran vuoto e mi sembra di cadere, cadere in un profondo spazio buio. E questo è peggio delle lacrime, più profondo del mio tirarmi indietro, del dolore, della pena.” Lui non le dà ascolto. Si mette in ginocchio sulla sabbia, le apre la camicetta, i jeans che sfila via, poi le apre anche i piccoli petali, delicatamente. Le parole di Gloria diventano sempre più impercettibili, ormai geme soltanto, geme di piacere. Le sue gambe stanno stringendo il collo dell’uomo che avrebbe voluto per sempre lì con sé. lun, 23 maggio 2011 16:02
Ciao Miss Welby
Ciao london radical (cliccate per accedere). Continuo ad amarti e a leggerti. Carino il tuo ultimo post, anzi lo riporto fedelmente :-). Ogni volta che una qualche manager di call center mi vede usare il mouse con la mano sinistra, mi chiede se sono mancina. Al contrario, è proprio perché so scrivere solo con la destra che la tengo libera per scrivere appunti, mentre con la sinistra basta premere un paio di tasti. Per essere ambidestri occorre il quoziente di intelligenza di un genio come Leonardo da Vinci, e io purtroppo mi fermo sotto di un bel po'. Invece per fare la manager di un call center il quoziente di intelligenza deve essere rigorosamente sotto zero. --- Un vecchio racconto di Alice, risalente a quando più o meno abbiamo conosciuto te. sab, 21 maggio 2011 17:41
1a giornata nazionale per la restituzione dei contributi silenti
20 maggio 2011 - Ascoli Piceno, Piazza del Popolo. La firma "super partes" del nostro sindaco. sab, 21 maggio 2011 17:15
Everyday I write the diary
Dicono che per ognuno di noi ci sia un’anima gemella. “Dicono”, ma Gloria non crede in queste cose. Per lei esistono tante metà quanti sono gli scherzi del caso. E comunque anche a voler ipotizzare un briciolo di verità in detto assunto, Gloria sfigata com’è sceglierebbe l’amico dell’anima gemella, o quello seduto dietro, non di certo la persona creata, secondo i più illustri filosofi, per lei. La prova certa di tutto ciò è data dal suo precedente matrimonio con Claudio, un uomo che lei ha amato per venti lunghi anni e che l’ha portata ad avvizzire, accartocciarsi, sparire ai margini della propria vita. Ha trascorso oltre metà della sua esistenza tra quattro mura domestiche, lavoro, figlia, un po’ come quegli orribili criceti che non ci schifano solo perché non si chiamano topi e che girano, girano e girano sulla ruota senza mai andare da nessuna parte. Liberarsi di Claudio fu un’impresa piuttosto ardua, ebbe non poche noie per via della separazione che praticamente avvenne a ridosso della conoscenza di Giorgio. Le donne spesso acquisiscono saggezza quando riescono a trovare una seppur illusione di felicità. Di colpo diventano imprevedibili, piene di sé, agguerrite; non badano agli affetti, alla cura della casa, praticamente tornano adolescenti, rinnovano il guardaroba, cambiano profumo, taglio di capelli... Gloria sta pensando a tutte queste cose, ma poi le ripiombano in testa i discorsi sconclusionati di Giorgio e resta quasi paralizzata di fronte alla sua patente immaturità. Giorgio non è stato solo un’illusione, lui è stato un incredibile e fatale errore. Non avrebbe mai dovuto dar così tanto a quell’uomo. Lui è troppo distante da lei, dai suoi pensieri, dal suo modo di vivere; a Giorgio interessano avventure di poco conto con donne scervellate, fameliche e infantili quanto lui, come la gelataia del chioschetto ambulante, la ragazza del bazar e quell’altra della jeanseria. Non può di certo stare con una donna come Gloria. Le elucubrazioni mentali di Gloria vengono interrotte dal suono del campanello. “Driiin, Driiin…” Sono i suoi amici, i salvatori, quelli che se crollassero tutti i palazzi della città correrebbero a cercarla per portarla in salvo, che percepiscono la sua tristezza e capitano sempre nel momento giusto per cavarle un sorriso. Gloria appena li vede è felice; cerca di stringerli tutti in un unico abbraccio, poi li fa accomodare per qualche istante in soggiorno, giusto il tempo di vestirsi. E’ contenta di uscire, togliersi quei pensieri dalla testa, anche se stanno andando in un pub di periferia, in uno di quei luoghi rustici, rumorosi e puzzolenti di birra. Stefano la abbraccia per tutto il tragitto. E’ uno dei suoi più cari amici, un ragazzo molto attento alle questioni di Gloria, simpatico e generoso. Non hanno mai litigato, il loro è sempre stato un rapporto perfetto. Ad un tratto, però, si accorge che gli occhi di Stefano la guardano in maniera differente… non è più soltanto ammirazione. E’ qualcosa di diverso, di cui lei non si è mai accorta; se non una volta quando si baciarono. Un bacio cui Gloria, tuttavia, non diede troppo peso. Lui era per definizione di tutti lo “sciupafemmine” del gruppo e pertanto avvezzo a baciare chiunque soprattutto quando aveva una buona dose di alcool in circolo nel sangue. Gloria con Stefano è sempre stata libera; per lui non ha avuto mai segreti e di lui ha sempre conosciuto ogni cosa, ogni intimità, praticamente tutto… tutto tranne il modo di fare sesso. “Che strano! In tutti questi anni non ho mai pensato all’eventualità di fare sesso con lui, nonostante sia un bel ragazzo e di opportunità ce ne siano state innumerevoli” Questo pensiero la riporta a Giorgio, alla possibilità di ferirlo, ma il pensiero è brevissimo perché lui è stato chiaro con lei, non vuole coinvolgimenti, sta bene così… lei sarebbe la donna giusta per tutti, posata, intellettualmente stimolante etc., ma a lui in questo momento non interessa, perché ha la testa gonfia di altro. “Che idiota!”, pensa Gloria. In quell’istante si avvicina Stefano e le chiede “mi vuoi bene?”. “Certo che te ne voglio!” E lui: “io di più, io ti adoro!” E’ vero, lui l’adora e non perde occasione per ricordaglielo. Ma questa volta è diverso, il discorso non si esaurisce con “io ti adoro!”; lui si avvicina ancora di più e le dice: “dovremmo fare l’amore io e te, forse ci piacerebbe e ci innamoreremmo”. Gloria si pietrifica. Hanno avuto lo stesso pensiero. Nel medesimo luogo e momento hanno pensato la stessa cosa. Ciononostante, sorride e sta zitta. Da una parte sa di avere di fronte un amico e dall’altra parte ha il terrore di provare attrazione per una persona che da anni è uno dei pochi punti fermi della propria vita e che pensava fino a quel momento di non poter mai desiderare. Ragiona anche sull’eventualità che quel suo (forse) desiderio sia soltanto una ripicca verso Giorgio. Del resto non ci sarebbe nulla di male, lui non ha fatto alcunché per aiutare Gloria a tenersi a galla, anzi, ogni giorno le ha dato un motivo in più per andare a fondo, senza rispetto, con un’indelicatezza quasi offensiva. Mentre Gloria guarda altrove cercando di terminare il pensiero e di schivare lo sguardo di Stefano, lui la stringe ed inizia a riempirla di baci in fronte, sulla guancia, in testa, sulle braccia. Lei rimane sconcertata, si fa prendere dall’agitazione, si guarda intorno; altre volte, quando Stefano si è comportato così lei lo ha sempre ricambiato con slancio, invece stavolta è diverso, sente il gelo, il distacco, l’imbarazzo. Riproietta immediatamente ogni sua riflessione su Giorgio, sull’uomo che, nonostante tutto, a prescindere dai modi giusti o sbagliati, le ha fatto prendere la rincorsa, l’ha fatta nuovamente sentire nel pieno terremoto dell’adolescenza, pur se ancora una volta fallibile di fronte ai sentimenti. Osserva le donne intorno. Sono tutte uguali a lei. Quanto meno l’uomo gli dà retta, tanto più esse corrono dietro all’uomo. Nelle donne c’è qualcosa di perverso, in fondo sono tutte masochiste, sia che abbiano un cervello sia che abbiano soltanto la fica. Finché agiranno in questo modo non troveranno mai un uomo bisognoso di esse prima che di amici, di computer, o del nulla. Gloria in pochi minuti fa una serie di interminabili conversazioni amletiche nelle quali cerca di stabilire che cosa sia peggio, se un uomo come Giorgio o andare a letto con un amico. Giorgio è d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla; osserva il proprio destino nel modo in cui qualsiasi essere umano è solito osservare una giornata di pioggia. Stefano, invece, ha con sé l’inattaccabile quiete degli uomini che si sentono al loro posto. Gloria d’un tratto capisce che sono sbagliati entrambi, come lo è anche lei. Con Stefano avrebbe una storia stabile e lei non la vuole. Con Giorgio avrebbe una storia bislacca e lei non la vuole. Così resta murata nel silenzio per circa un’oretta, poi va in bagno si guarda allo specchio, osserva se stessa attentamente ed esclama: “come fa un uomo ad innamorarsi di me? Sono arrapante come una statua del presepe!”. Tutto ciò la induce a pensare che se un uomo è fortunato non si innamorerà mai di lei. ven, 20 maggio 2011 13:25
Giocare
Si incontrarono una sera di primavera. Gloria prima di arrivare all’appuntamento si fermò a contemplare il cielo. Erano le 19. Da quel punto non si poteva vedere il tramonto ma quella sera il cielo assunse delle tinte bellissime e i riflessi sull’acqua la stregarono. Quel “non tramonto”, oserei dire “confezionato”, stava a significare tante cose che in quel momento Gloria non capì. Lei passò a prendere Giorgio. Lui salì in macchina, si osservarono un istante, giusto il tempo per lui di chiudere la portiera e per lei di ingranare la marcia e ripartire. Durante il tragitto conversarono come due vecchi amici, nonostante tra i due vi fosse un buco di un’intera vita vissuta e sconosciuta all’altro. Dopo poco tempo, raggiunsero una piccola e modesta pizzeria sul mare, dove cenarono. Giorgio trascorse tutto il tempo a raccontarsi, a parlare delle tante donne che avevano affollato la sua vita, Gloria si limitò ad annuire, pensando che alla fine avrebbe trovato il trampolino di lancio per inserirsi nel discorso e dire la sua, e tutto diversamente dal solito poiché lei era una donna simpatica, estroversa e pimpante, come per dire: una persona con la battuta sempre pronta in tasca. Passò del tempo. Si incontrarono anche nei giorni successivi. Gloria era contenta, entusiasta di vederlo. Lo avrebbe raggiunto ovunque. I momenti che trascorreva in compagnia di Giorgio avevano calore, il sapore della spensieratezza; ogni volta che si recava ai loro appuntamenti confermava a se stessa l’emozione per quell’uomo, un’emozione che sapeva di buono, energica. Improvvisamente, però, i loro incontri si diradarono sempre di più: qualsiasi compagnia sarebbe stata più interessante. L’interesse di Giorgio diminuì e in Gloria si interruppero dialogo e sentimenti. Un giorno chiesero spiegazioni l’una all’altro. Cominciarono a fare il gioco del rovescio. Provate ad immaginare tanti bambini in cerchio. 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9 … tocca a Gloria. Gloria si alza e dice: la mia parola è “cuore” e indica Giorgio. Mentre gli altri contano il tempo, Giorgio dice “erouc”, cuore al rovescio. Ne sceglie poi una nuova: “sesso”. Subito indica Alice che immediatamente dice “osses” e subito dopo Alice dice “sentimenti” e indica Marco che in men che non si dica urla “itnemitnes” e subito dopo Marco dice “corpo” e indica Gloria che in due istanti strilla “oproc”. A questo punto Gloria dice “basta” e indica Giorgio, ma Giorgio fa scorrere il tempo e non risponde. Non ce la fa. Giorgio perde. Il gioco del rovescio altro non è che prendere un termine (corrispondente all’essenza più segreta) e rovesciarlo. E’ un gioco che capovolgendo (proprio come gli specchi) l’immediata esperienza del reale, apre alla giusta prospettiva. Gloria, così, esce dalla cornice e vede tutto in modo chiaro. Non vi sono più dubbi, incertezze, moltiplicazioni dei finali e dei punti di vista. Stavolta lo sguardo è deciso, è un occhio nudo di chi sa "cosa occorre" ad un “noi” mai arrangiato neppure, sebbene idealizzato tra i tanti “plurali” possibili e forse neanche tanto sbagliati. E’ il canto finale del loro dialogo tra sordi, dell’inutile ricerca di un problema nel problema, di chi è “disordinato” nell’espressione. A Gloria non interessa più un "dobbiamo parlare". Adesso come adesso, qualunque piega prenda il resto della sua vita, è ora di sollecitare il momento, di sgomberare la soffitta, buttare via ogni cosa del passato e finalmente aprirsi ad un dialogo interessante con un uomo in grado di apprezzarne tutte le qualità. mer, 18 maggio 2011 18:42
L'amore ballerino
Torno al blog, nel mio retrobottega. Non ne posso più di “facebookare”; già solo il tenere la pagina aperta mi irrita. Leggo sfoghi di questo e quello, sfoghi principalmente amorosi, e poi quelle stesse persone che nel pomeriggio frignano su una pagina virtuale la sera te le trovi in giro a braccetto con un’altra donna, non quella dello sfogo, per intendersi. Perché l’amore è così. L’amore è una fissità e molto spesso è solo nella testa di chi non è amato abbastanza. Non esistono più gli amori di un tempo (perdonatemi la frase da corridoio). Non esiste più il Cesare Pavese che aspettava, con lo stesso impermeabile e con lo stesso ombrello, sotto la pioggia fitta, con il volto coperto da un giornale, per ore e ore, davanti ad una scuola di danza, la sua amata ballerina. Esistono solo parole e parole, ma non di una poesia. mer, 18 maggio 2011 14:32
Per Alice, scrivere equivale ad una seduta dallo psicanalista
Perduta in quel caffè
Non posso iniziare questo racconto senza una buona tazza di caffè amaro e bollente come piace a me. E lo faccio in via del tutto eccezionale, poiché è sera e io abitualmente bevo un unico caffè quando mi sveglio. Il primo pensiero che mi viene in mente è il bar dove da giovane lavoravo per mantenermi all’università. Si chiamava “Caffè…qualcosa”, era gestito da due ragazzi che io sostituivo durante le ore serali e frequentato da clienti anziani che giammai si sarebbero distratti dalle loro vernecchie di quartiere per parlare con me. Motivo per cui le ore non passavano mai. Mi sentivo spesso presa, non so perché, da un malessere indefinito, da una stanchezza che neppure il sonno più profondo riusciva a soddisfare, da una sorta di incomunicabilità anche con gli oggetti più familiari di quell’ambiente, una noia mortale, insomma! Ogni tanto per distrarmi da questo costante torpore mi dedicavo al gioco della mia amica Silvia “Capisci se un uomo è interessante nel momento in cui ha una tazzina di caffè tra le mani”. Stando alle sue spiegazioni, quando un uomo addolcisce il caffè con più di una bustina di zucchero è il classico mammone, desideroso di amore incondizionato; quando, invece, lo beve amaro è molto abile sessualmente (diretto, maschio); quando lo zucchera poco e gira lentamente il cucchiaino nella tazza è un uomo dotato di equilibrio, avvezzo ai preliminari e capace di appagare la donna da diversi punti di vista. L’uomo è comunque da “scartare” se lecca il cucchiaino prima di appoggiarlo sul piattino. Insomma, mi divertivo così, l’omicidio del tempo, quando le parole consistevano esclusivamente in “Buongiorno, un caffè” e “Grazie! Quanto le devo?”. Sono trascorsi diversi anni. Adesso di certo, durante il giorno, le parole non mancano, ne ho bocca e orecchie costantemente intasate. Oggi la solitudine mi deprime e la compagnia mi opprime. Il mio tran tran quotidiano mi costringe a pensare continuamente all’affanno, al peso, agli impegni. Ricordo con nostalgia la lentezza di certi momenti, sembrava che tutto fosse sottratto alla continuità del tempo. Mi sbagliavo, è chiaro! Dopo questa premessa posso cominciare il racconto. Scrivere, per me, è un po’ come viaggiare. Quando mi trovo un foglio bianco davanti parto per un viaggio di cui spesso non conosco la destinazione. La prima volta che chiesi a mio padre “papà noi siamo poveri?”, mi rispose “nessuno di noi è povero, ognuno di noi ha sempre una gran ricchezza: la sua storia da raccontare!” Quella che segue è una storia vera, verissima, è la mia vita a spezzoni, così come mi torna in mente, a tratti, senza una sequenza temporale, anzi, che sembra quasi appartenere a un’altra epoca, a un altro mondo. Quando ero piccola mi chiamavano Lucifero. Dicevano di me - io sono di tutt’altro parere - che ero una bambina molto vivace e con una pistola che spuntava dalla bocca, pronta per sparare. In realtà ero una bimba deliziosa e taciturna che trascorreva gran parte del tempo a giocare da sola, dentro una stanza; intere giornate rinchiusa nell’antibagno a inventare storie per le mie bambole, mestieri, amori, oppure a piangere quando improvvisamente temevo di poter perdere da un momento all’altro mia madre. Non so il perché ma ero legatissima all’odore dei suoi vestiti. Indossavo sempre qualcosa di cui lei si era spogliata. Sembrava quasi una sorta di tentativo di rientrare in quel grembo caldo che mi aveva ospitato nei miei primi mesi di vita. Si capisce, quindi, che già all’epoca ero una persona incompresa e poco comunicativa. Con mio padre non avevo un bel legame, lui mi adorava e io lo odiavo. Era molto aggressivo in casa, tra lui e mia madre non c’era quel rapporto che propriamente si potrebbe definire di reciproca assistenza morale. Ognuno dei due inveiva contro l’altro e a pagarne le spese eravamo io e mio fratello. Il giorno che lui se ne andò il mio odio si trasformò nel più crudele dei rimpianti. Avevo quindici anni e da quel momento in poi non vidi più mio padre. Al suo funerale piansi ininterrottamente e continuai per tutto il pomeriggio. C’era qualcosa che sembrava uscirmi dal petto, strapparmi la pelle, il viso, un dolore violentissimo che ancora oggi mi fa disperare. Dopo qualche giorno mi resi conto che in tutto quel tempo io non avevo ingerito cibo. Cominciai così ad avere il rifiuto di tutto ciò che era commestibile: la punizione che mi ero inferta per quei pensieri che non avrei mai dovuto avere, contrari alla morale, che mai e poi mai sarebbero dovuti appartenere ad una figlia. Trascorsi dei mesi terribili. Ero magrissima, non studiavo, non avevo più alcun interesse per niente; l’unico momento del giorno in cui mi sentivo viva era quando mi allenavo e correvo fino a cadere sfinita in ginocchio per terra. Trovavo giovamento solo nello sforzo fisico, era un atto liberatorio; mi alleggeriva di quel fardello che mi angosciava e che mi faceva detestare me stessa. Negli anni a venire non c’è stato giorno in cui quel dolore non si sia ripresentato in qualche forma. La più evidente è la mancanza ancora oggi di un legame duraturo. Eppure ho vissuto storie d’amore significative e lunghe, ma tutte terminate in modo più o meno simile. Il rapporto più importante, per ironia della sorte, è nato prendendo un caffè al mare. Dopo pochi giorni di frequentazione ero contentissima, pensavo finalmente di aver trovato l’uomo giusto per me (fissità tipica di tutte le donne che paragonano un compagno ad un abito) anche se fino a quel momento non avevo mai pensato a dare una definizione seppure sommaria dell’amore. Era una storia che andava fuori da ogni schema, avremmo potuto vivere in un posto isolato dal mondo, senza regole, esistevamo solo noi due. Il resto, o lo distruggevamo o ci distruggeva. Non lo lasciavo vivere. Ero gelosa di tutto quanto: il passato, i suoi pensieri, il suo presente, il suo futuro. Mettevo in dubbio ogni sua parola e al tempo stesso lui voleva che tutta la mia vita fosse incentrata su di lui. Un incastro. E’ finita quando lui ha scelto lei. E mentre lo odiavo pensavo che prima o poi saremmo tornati insieme, che lo avrei rivisto per un caffè, amato con tutto il cuore per tutta la vita e che, pur di evitarmi il dolore fortissimo del distacco, avrei preferito saperlo morto da qualche parte, lontano definitivamente da me, così non avrei più avuto la voglia irresistibile di rivederlo. Dopo di lui ho conosciuto un’altra persona che mi ha lasciato solo un profondo senso di vuoto, anzi no, un incolmabile e profondo senso di vuoto. Tuttavia, tornare con lui, oggi, significherebbe perdersi ancora una volta, non avere più contatto con la realtà e non capire più il significato delle cose. Quando stavamo insieme era una questione di odore, era estrema passione, l’unica cosa calda e luminosa. Cercavo sempre di trattenerlo al mio fianco, trascorrendo tutto il tempo chiusi in casa, abbracciati sul letto. Più lo stringevo e più mi sentivo minacciata dall’attimo dopo, anche se non immediato, in cui avrei dovuto salutarlo. Questo amore, inutile specificarlo, era l’eredità di mio padre. Non mi ha lasciato altro se non questo modo contorto di amare. E’ questa anche la ragione per cui non ho mai messo in conto di avere un figlio, anzi una figlia. Ci sono persone che arrivano all’ultimo giorno di gravidanza e ancora non hanno chiaro in mente il nome del loro bambino, io invece lo so da sempre ed è Irene. Che bello sarebbe stato crescerla, notare le nostre somiglianze. Svegliarmi e addormentarmi con lei. Insegnarle a cadere e rialzarsi, vestirla, vederla sorridere. Pesare a lei, amarla oltre me stessa. Ammalarmi di amore per lei. E, invece, niente! Mi appoggio dappertutto, lasciando in ogni dove tracce di me, mentre le giornate si susseguono nevroticamente. Stasera c’è una luna bellissima. E’ piena. E’, per dirla con le parole di qualcuno, un buco di culo spalancato in mezzo al cielo! Quando penso al “culo” mi viene un’associazione immediata: la mia “voglia” di caffè tatuata a vita sul sedere e il mio lavoro. C’è chi è più fortunato e chi lo è meno (io sono meno fortunata da troppo tempo perché ho dovuto sempre cavarmela da sola, con le mie forze e con la mia dignità). Non ho mai guardato qualcuno dall’alto, eppure spesso mi sono ritrovata a sopportare la presunzione, la spavalderia degli altri e a piegarmi ogni volta di fronte all’indecenza di chi, pur di mettermi in una condizione di inferiorità, ha fatto ricorso a tutte le mosse meschine e non, comprese le più scontate e avvilenti. Incurante, tuttavia, ho radicato in me il dovere morale di presumere la probità degli altri, di contribuire altrimenti alla loro integrazione nel mondo degli onesti, di non giudicarli mai. Lavoro presso un’associazione che si occupa di aiuto a stranieri, tossicodipendenti e prostitute. Proprio oggi, parlando con una ragazza durante la pausa caffè, ho appreso che di recente una nostra assistita si è tolta la vita. Due anni fa era venuta da noi e ci aveva raccontato la sua storia. Era stata da poco vittima di una violenza sessuale; una sera, mentre usciva da un club privato, un uomo iniziò a pedinarla e nella via più scura della città la prese e la spinse dentro il portone di un palazzo antico. Chiara non riuscì a difendersi. L’uomo la imbavagliò, le strappò la gonna (era estate) e la violentò. Non penetrò soltanto il suo sesso, penetrò la sua anima, il suo cervello, la sua dignità. Penetrò la donna incapace di opporsi perché dotata di forze ridotte rispetto all'uomo. Poi se ne andò, lasciandola lì, sull'angolo, ai piedi delle scale. Quando venne da noi tentò un approccio particolare con me. Sembrò quasi una ricerca disperata di amicizia a cui non diedi peso. Per quanto noi ci sforziamo di guardare l’altro alla pari non riusciamo mai ad andare oltre il rapporto di lavoro quando interagiamo con i nostri clienti. Loro sono soltanto soggetti da inserire o reinserire socialmente e noi, nel nostro piccolo, siamo i canali attraverso i quali tutto ciò è possibile. Oggi penso che se quel giorno non l’avessi abbandonata probabilmente in futuro avrebbe sofferto meno per ogni abbandono; il mio comportamento è stato una concausa dell’evento. I delitti, invero, sono un male, uno dei tanti modi di fare il male. Calpestare i diritti e le libertà del prossimo non consiste ovviamente solo nel compiere quelle azioni che sono proibite dal codice: il male si fa anche senza compiere reati. Sant’Iddio! Perché devo sentirmi in colpa per tutto? Come ogni volta comincio a correre su una strada piena di curve assurde, in aperta campagna, e vedo cadaveri ovunque, che reclamavano la loro vita. Poi il viaggio termina. E immagino di avere ancora qui con me tutte le persone che ho amato tra cui mio padre. Pensa papà se tu fossi ancora vivo. Adesso saremmo seduti nel più lussuoso caffè di questa città, dove mi portavi da piccina a prendere il gelato. Ti leggerei il tuo giornale, ritaglierei ogni articolo come facevi tu, per poi riporlo in quel cassetto che abbiamo bruciato insieme ai tuoi abiti. Ce ne andremmo in qualche trattoria sul mare, anche in inverno; saresti orgoglioso di me e di ciò che sono ora. Non mi negheresti più la libertà che reclamavo a tredici, quattordici, quindici anni, e che ora mi avanza. Oggi saremmo entrambi adulti. Tu saresti invecchiato, mi chiederesti consigli, e saresti nel contempo il mio bambino da accudire. Ti accompagnerei con la macchina dal barbiere, ti porterei al parco con i nipotini, ti leggerei montagne di libri, strillandoti le parole nell’orecchio se non senti. Quando ti penso mi sento al tuo fianco, diventiamo tutti e due immortali. Entrambe le nostre anime si incontrano. Le mie parole non cadono nel vuoto perché ci sei tu a salvarle. Quando penso a qualcun altro mi accorgo di aver soltanto perso un’infinità di tempo a colpevolizzare me stessa, a cercare in me la ragione dell’insuccesso. A volte le storie d’amore e d’amicizia cominciano dalla fine e noi non sappiamo riconoscerle. Altre volte ci ritroviamo a vivere l’ennesima tediosa storia d’amore o di amicizia dall’intuibile epilogo. Nell’uno e nell’altro caso rimettiamo in discussione noi stessi, le vecchie emozioni ci rincorrono insieme ai ricordi e non c’è verso di andare avanti. (continua) Ora vado a dormire, il caffè ha smesso di esercitare su di me ogni effetto eccitante. Sono stanca morta. Ho solo voglia di riposare. mer, 18 maggio 2011 13:12
Il caso di Ana CatarinaMILANO - Dopo una lunga battaglia legale durata oltre due anni il tribunale del lavoro di Vila Velha, nello stato dell'Espírito Santo, Brasile, ha riconosciuto a Ana Catarina Silvares Bezerra, contabile trentaseienne e madre di tre figli, di essere affetta da un raro disturbo sessuale che la obbliga a ricercare l'orgasmo ripetute volte durante la giornata. Per questo la Corte ha stabilito che la brasiliana ha diritto, ogni due ore, a una pausa di 15 minuti e durante il break può guardare materiale pornografico utilizzando il computer aziendale.
Francesco Tortora (www.corriere.it) ven, 29 aprile 2011 17:59
Vecchi 'scritti' di Alice sempre relativamente all'educazione sessuale
Mia madre aveva un'amica, "dirimpettaia", morta qualche anno fa a causa di un male incurabile che l'ha divorata lentamente. (Forse ne ho già parlato ma se non l'avessi ancora fatto dico soltanto che vivendo la sua agonia iniziai a considerare la morte come un rimedio agli insulti del dolore, e anche lei deve averla pensata come me visto che rifiutò farmaci e cibo fino all'ultimo respiro) Lei e la mia genitrice trascorrevano tempo su tempo a chiacchierare, soprattutto di sera; a loro piaceva guardare la tv in compagnia, e come consuetudine io portavo le mie bamboline e mi isolavo completamente dal brusio immergendomi nel paese delle meraviglie. In realtà la mia era soltanto una difesa in quanto le stesse quando il discorso si rendeva interessante abbassavano il tono della voce fino ad escludermi totalmente e quindi… nulla, il rimedio era il gioco. Un giorno, casualmente, ad una delle due sfuggì la parola "mestruazioni" e io curiosa come tutti i bimbi del mondo non esitai neppure un attimo a chiedere: "mamma, cos'è la mestruazione?". Mia madre, con un sorriso storpiato, mi rispose: "è una malattia!". Lì per lì non badai troppo al vocabolario e solo quando arrivai al mio ciclo mestruale rischiai di svenire in preda ad una crisi di panico. Insomma, ebbi un quasi infarto di cui ancora sento gli scompensi cardiaci e ricordo perfettamente che la prima cosa che feci fu quella di chiamare la mia amica Daniela per confidarmi. Così la povera ragazza mi spiegò che non trattavasi di malattia mortale ma di ciclo del sistema di donna. -"Ciclo del sistema di donna? E cosa dovrei fare?" -"Corri in farmacia e vai a comprarti degli assorbenti! Ma scusami, Ale, tua madre non ce li ha?" -"Assorbenti? E chi li ha mai visti!" (La mia santa donna-mamma pur di non farmi perdere la verginità dell'anima chissà dove li ficcava) Fatto sta che decisi di andare in farmacia per comprarne una scatola. Rubacchiai dei soldi destinati alla spesa e non dissi niente. Tuttavia, qualcuno più furbo di me non si fece scappare la spazzatura "sotterrata" in fondo in fondo, e così la domenica successiva, in campagna, fu organizzata una sorta di festa: una volta terminato il pranzo mia nonna mi baciò e mi disse "finalmente anche tu sei diventata signorina!". Non ricordo bene ma forse "crepai" di vergogna e da quel giorno in poi decisi di nascondere ogni piccola modificazione del mio corpo, compreso lo sviluppo del seno (indossavo sempre maglie larghissime e mi chiudevo in bagno a sette mandate). Questo racconto stupidissimo per dire cosa? Per dire che con i figli ci deve essere dialogo o che qualcosa in più deve essere loro insegnato anche da chi è competente perché non sempre i genitori hanno il tempo e le parole giuste per farlo. ven, 29 aprile 2011 17:39
Vecchi 'scritti' di Alice per dire 'sì all'educazione sessuale nelle scuole'Alice si masturba senza sapere di cosa si tratti. Ale: ciao Alice, buongiorno! Ali: ciao Ale, ‘giorno. Come sei abbronzata! Ale: sì, abbastanza. Per quel poco che posso resistere al sole. Quest’anno detesto il mare. Ali: anche io, è un’estate senza infamia e senza lode. Ale: che vuol dire? Ali: è un’estate! Ale: ho capito, ma che significa? Ali: nulla. Ale: ho l’impressione di averti disturbato, cosa stavi facendo? Ali: mi stavo masturbando. Ale: cheeeeeeeeee? Ali: hai capito bene, mi stavo masturbando! Ale: ma sei scema? Ali: perché? Tu non lo fai mai? Ale: ehmmm, non so cosa risponderti. Mi metti in difficoltà. Non mi sembra un discorso affrontabile così su due piedi. Ali: ti fai problemi di questo tipo? E che donna libera saresti? Ale: per me la masturbazione è un atto, un comportamento (se così possiamo definirlo), intimissimo e di certo non mi riesce spontaneo parlarne. Ali: e che male ci sarebbe? Ale: penso nessuno se l’argomento fosse poi utile a qualche fine. Mi spiego. Sono indubbiamente favorevole all’educazione sessuale, ma fatta da persone competenti e con un certo tenore dialettico. Ali: sì, questo ok, ma tra due amiche possiamo anche parlarne tranquillamente senza imporci uno schema e anche senza valutarne l’utilità. Ale: non so, se vuoi possiamo parlarne. Raccontami pure, se ci tieni. Ali: non c’è molto da raccontare, è un’abitudine che ho sin da sempre. Quando sono nervosa faccio le carezzine alla patatina. Ale: Aliceeeeeeee!!! Ali: èèèèèèèèèèèèèèèèè, mi hai detto poc’anzi che posso raccontarti. Ale: sì, ma parlane in modo serio. Ali: e quale sarebbe il modo serio? Aspe’, ora ci provo! Carissima Alessandra, quando sono molto tesa e ho i nervi a fior di pelle ho l’esigenza irrefrenabile di masturbarmi, ossia di accarezzare dapprima con dolcezza e poi in maniera più “violenta” la mia pipilla. Ale: bloccati! Ho capito. E poi ti passa? Ali: cosa? Ale: il nervosismo. Ali: dipende, a volte dopo diversi orgasmi. Ale: cioè? Ali: beh, innanzitutto è bene dire che esistono tipi diversi di orgasmo: c’è quello clitorideo che posso raggiungere in piena autonomia stimolando il clitoride. Poi c’è quello vaginale che si raggiunge con minor facilità perché si necessita di un’ottima penetrazione… Ale: cioè vuoi dirmi che quello vaginale non lo raggiungi da sola e mai insieme a quello clitorideo? Ali: c’è una posizione del sesso in cui accade che gli orgasmi vengano raggiunti insieme ed è… Ale: shhh, parla piano. Ali: e chi ci sente? Ale: magari c’è qualcuno di là. Ali: guarda che siamo sole. Ale: ok, ma tu parla piano. Ali: insomma ti dicevo… quando sono tesa inizio a toccarmi la patatina e vado alla ricerca del famoso punto “G”. Ale: ahahahahahahhhhhhhh, mi fai morire! Il mio, comunque, si chiama “M”. Ali: come “M”? Ale: il mio si chiama “M”, hai capito bene. Ali: si chiama per tutte punto “G”, dal nome di un ginecologo tedesco, un tale Grafenberg. Come fa il tuo a chiamarsi “M”? Spiegami! Ale: il mio si chiama “M” e basta. E secondo me è tutta una stronzata questo punto “G”. Ali: ma se me ne parlavi sempre anche tu… Ale: lo so, ma poi ho scoperto che non esiste. Ali: ahhh, ma allora ti masturbi, brutta zozzona! Ale: no no, che mi masturbo. Mi sono documentata. Tantissimi ginecologi negano l’esistenza del punto “G”. E non confondere il clitoride con il punto in questione. Ali: sì sì, lo so. Ale: sì? La solita capisciona! Ali: e come mai il tuo si chiama “M”? Ale: perché non avendo trovato quello “G” ne ho scovato uno “M”. Ali: ahahahah, e dov’è collocato? Ale: “… Più precisamente il Punto M è posto sulla parete anteriore della vagina, nel suo terzo inferiore, corrispondente anatomicamente a un manicotto di tessuto erettile (simile ai corpi cavernosi del pene, presente nel sesso femminile anche a livello della clitoride) che circonda l'uretra, quindi è la proiezione vaginale di una struttura posta in profondità (a circa 1 cm dalla mucosa). Per individuarlo si può utilizzare come punto l'osso pubico: il Punto M si trova nella vagina all'incirca a questo livello, ma la sua individuazione risulta piuttosto difficile, a causa delle sue ridotte dimensioni e dello spessore della parete vaginale, che a volte ne impedisce del tutto l’apprezzamento. La stimolazione di questa zona ne causa l'inturgidimento col meccanismo di cattura ematica, tipico dei corpi cavernosi, e, al momento dell'orgasmo, si può accompagnare l'emissione di un fiotto di liquido di natura trasudatizia. Le migliori condizioni per l’esplorazione del Punto M si presentano quindi solamente quando la donna è in stato di piena eccitazione sessuale, allorché il Punto M si inturgidisce ed aumenta le proprie dimensioni, tuttavia la complessità del meccanismo della libido femminile non rende facilmente riproducibile questa condizione in laboratorio...” Ali: cosa stai leggendo? Questo è il Punto G. Stai confondendo tutto. Aleeeeeeee riprenditi! Il caldo ti dà alla testa. Ale: sto leggendo ciò che ho trovato su wikipedia. Ali: per leggere quello che hai trovato cos’hai dovuto cercare? Ale: punto M! Ali: sei sicura? Ale: sì! Ali: ora provo. Ale: prova prova. Ali: tu sei scema! Con la chiave di ricerca “Punto M” su Google non viene fuori questo articolo. Ale: vabbè, mi sarò sbagliata. Ali: ahi ahi… mia dolce Ale! Ale: insomma, riprendi il discorso... da quando inizi a toccarti poi che succede? Ali: succede che mi eccito. Ale: ma a cosa pensi? Farai dei pensieri... Ali: sì, come Albachiara… “con una mano una mano ti sfiori, tu sola nella tua stanza e tutto il mondo fuori” Ale: dài, piantala! Voglio capire. Ali: penso a tante cose, a volte basta solo una bella musica. Ale: tipo? Ali: qualche musica con cui ho fatto sesso… Ale: musica con cui hai fatto sesso? Ali: certo, non parlo di “Respiro” di Franco Simone, bensì dei Gotan Project, dei Pink Floyd… Ale: Pink Floyd??? Io li ascolto sempre al buio, a mo’ di sballata, e di certo non mi viene in mente di stimolarmi il clitoride. Ali: a me sì… fantastico! Ale: e quando orgasmi cosa succede? Ali: che mi sento le gambe tremare, la pancia contrarre, il cervello svuotarsi… Ale: e quanto dura? Ali: dipende. A volte dura pochissimo e ho bisogno di masturbarmi di nuovo subito dopo; in altre occasioni è più prolungato ed è sufficiente quell’unica volta. Ale: e ti piace? Ali: beh, mi piace di più il sesso “in coppia”! Ale: e non ti sei mai masturbata in coppia? Ali: sì, ma si deve avere una grande intimità con l’altro per giungere alla masturbazione in coppia. Ale: il petting mi sembra sia questo, o no? Ali: io mi riferivo all’autoerotismo l’una di fronte all’altro. Ale: ahhhhh, quindi che ti masturbi di fronte ad un uomo che a sua volta si masturba? Ali: sì. Ale: in silenzio? Ali: se si è proprio intimi intimi raccontando delle scenette erotiche o magari delle perversioni sessuali… Ale: basta basta, finiscila qui. Mi stai facendo rivoltare lo stomaco! Ali: per così poco? Se vuoi continuo. Ale: no no, vado a pranzo! Ali: a pranzo? Ale: perché tu non mangi? Ali: no, ora sono mezza eccitata e quindi… ops! Ale: quindi? Ali: quindi… farò pensieri strani! Ale: VERGOGNA! Ali: andrò a confessarmi! Ale: ah ok, allora fai pure. Bacio. Ali: smuaaaaaaack! mer, 27 aprile 2011 16:47
Alice e il terzo occhio
A: Non c’è verso di contraddire la natura. Ogni uomo, prima di te, ha due donne: la mamma e l’ex. Tempo pochi momenti di assoluto piacere e una delle due spunta fuori, anche dall’oltretomba, come una dannazione. E non c’è amore che regga, non ci sono strategie, non ci sono streghe che frugano nell’anima. Mi fanno ridere certe donne che consultano i tarocchi per avere la risposta da dare alla loro vita sentimentale. Mi fanno ridere perché se qualche sedicente cartomante avesse avuto davvero il terzo occhio lo avrebbe certamente riservato in primis alla propria persona. Invece, nonostante le loro doti di veggenza e il consiglio delle carte, sono spesso più infelici delle consultanti. Alice: Io una volta ci andai dalla cartomante. Mi mise le mani in testa, poi aprì le carte e mi disse che nel bel mezzo del cammino della mia vita avrei incontrato un politico e me ne sarei innamorata perdutamente. Io ci credo, almeno fino ai 35 anni, poi… Tu pensa che gusto, diventerei imagologo J. Sai quelli che mettono le parole in bocca e le mosse in testa ai politici? Io sarei la grande donna al fianco del grande uomo. Anche Hitler ne aveva uno. A: Ali’ ma perché dici tutte ‘ste cazzate? Cosa vuol dire imagologo? Alice: Apri il vocabolario e leggitelo! A: Non è il mio primo pensiero. Alice: Uhhh, la donna che non si scompone. Che sa tutto. Che prende decisioni drastiche e a rischio di morire le porta avanti. La donna delle rinunce. Sai cosa penso di te? Che sei una merda! Sei una vigliacca! Sei brava a scappare, ad andare via, tornare a te stessa, riavvolgere la tua vita. Ma poi? Ti guardi? A: Tanto cosa insisto a fare? Lo schema è lo stesso, le fondamenta sono quelle, cambiano le mosse ma c’è quasi una divina concatenazione tra passato e presente, una dimostrazione matematica, una sofferenza ritmica, ciclica, a cui non si può ovviare e pertanto è meglio la rinuncia alla sconfitta. Alice: Che illusa! Non capisci che la rinuncia è di per sé una sconfitta? A: Sì, ma la decido io. dom, 17 aprile 2011 18:28
Anni fa, ti dissi...
Mi infetto di te. Ognuno di noi dovrebbe annotare da qualche parte i dettagli dei propri stati d’animo, nell’immediatezza però, senza indugiare troppo. Provo a forzare la memoria. Perché ho pensato all’infezione? Perché, per quanto la ragione voglia moderare i miei passi, il resto del corpo va per conto suo, come quando ci si infetta volutamente di qualcosa nonostante se ne conoscano le conseguenze; o come quando ci si infetta e basta, senza quel minimo di previsione in quanto sprovvisti dei necessari anticorpi o in quanto poco diligenti, o per tante altre fottutissime ragioni che la mente e la natura non contrastano. Questo preambolo, tuttavia, non mi riporta al punto da cui ho preso le mosse. E’ infetto, a suo modo, di altro. E allora come posso tornare al pensiero di quel momento con la mente di quel momento? Cristo perché siamo così complicati? Basta un niente per rovinare tutto e un niente per generare tutto. Ok, mi sforzo! Punctum dolens. Sono arrivata a dire “Mi infetto di te” nel momento in cui ho pensato di non essere tagliata per il rapporto “a due”. E l’ho pensato nell’istante in cui mi sono ritrovata ad indugiare ancora una volta di fronte a te, ferma sulla porta di ingresso. Ho detto “Mi infetto di te” sperando che tu mi sentissi e mi chiedessi “Entra se vuoi, altrimenti resta pure lì, ma siediti davanti a me e parliamone… aprimi la tua mente, tira fuori tutto, davvero tutto, ti prego!”. E invece niente. Non ti sei accorto delle mie parole. Perché tu sei un po’ così, squisitamente svampito, pieno di distrazioni e, al tempo stesso, saturo di fissità. Quando ti ho conosciuto ho notato soltanto che eri un ragazzotto pallido e delicato, dai modi distinti, timido in apparenza, reduce da qualcosa che ti aveva portato e ti stavo portando a sciupare momenti importanti della tua vita e a sperperare il prezioso tempo col pretesto di diventare come altri. A questo immediato ritratto è seguita subito una sorta di familiarità disarmante con le tue abitudini di vita, ho incastrato ogni mio impegno con i tuoi, come se tutto quel che mi riguardava potesse attendere. E mi sono ritrovata, a distanza di anni, davanti ad uno scarto insuperato tra quel che ho visto e quello che realmente sei. Come ogni giorno, tu fai la tua parte e io la mia; c’è molta contraddizione tra il tuo vivere quotidiano e il nostro “piccolo” tempo. Ciò che abbiamo generato è questo paralizzante vuoto di fronte a noi, che mai nessuna emozione, nessuna idea, nessuna qualsivoglia impressione sono riuscite e riusciranno a modificare. Quel che resta di me è la caricatura di una donna spaesata e impacciata, che, nonostante l’incedere del tempo, non è riuscita a spingersi/ti oltre questa lacerante tortuosità. Eppure ti ho amato, in modo lento ma l’ho fatto. Ho analizzato ogni crescita, stasi o regressione del mio amore per te attraverso una moviola. Non è bastato, però. Per compiere qualsiasi azione si debbono avere adeguate capacità, altrimenti quell’azione si rivelerà un fallimento o, bene che vada, un misero tentativo. Avrei una vistosa quantità di argomenti e ricordi di cui parlarti per spiegarti il perché di questa mia inettitudine, ma ho il cervello stanco, pieno di pensieri stanchi, e sono sicura che il mio silenzio saprà dirti più cose di qualsiasi altra parola che io possa aggiungere da questo momento in poi. sab, 09 aprile 2011 11:54
Quanto tempo!
A volte rileggo ciò che ho scritto nel corso degli anni, i miei pensieri sbandati, ironici, fantasiosi, e vedo me stessa ferma, immobile come una statua. Provo a cercare con una meticolosità avvilente un cambiamento ma non ve n’è traccia. E’ sempre tutto dannatamente e inspiegabilmente uguale, sia dentro che fuori di me. Mi frullano in testa parole che danno un senso di liberazione come quelle che mi diceva A.: “se c’è qualcosa che nella tua unica vita puoi cambiare… azionati e vai verso la meta”. In questa frase che ho ridotto all’essenza ci sono due grandi certezze della mia esistenza: la prima che la mia è un’unica vita; la seconda che non mi sono mai azionata, attendendo ogni volta di inciampare in quel buono capace di affrancarmi dalla pigrizia semi-catatonica che mi caratterizza. Scusante. Se fino ad oggi non ho realizzato quel che volevo, non accadrà di certo domani. Avrei già realizzato. Punto. E dove mi arrampico? Cosa devo fare? Da dove comincio? Oggi posso solo continuare. C’è sporcizia ovunque. Il tempo corre, corre, e a me sembra che sia fermo. Altre volte ho l’esigenza di trattenere “l’attimo” e farlo mio, perché è incantevole, diversamente solito, ma poi mi cresce qualcosa dentro, come una tristezza che va dritta al cuore. E niente! Qualunque cosa succeda in un giorno arriva sempre la fine di quel giorno. Arriva la luna con i suoi due volti. Ho voglia di fumare e non ho le sigarette. Non sono impaziente di fumare, posso resistere. Da qui capisco me stessa, la mia straordinaria capacità di vivere nell’attesa. “Pieno” e “vuoto”. Ingoio un disperato senso di solitudine, lo mescolo allo smarrimento degli altri di cui mi circondo sempre più frequentemente. Sono sola. Altra certezza. Si nasce e si muore soli. In mezzo c’è un gran traffico e tanta solitudine. Dietro l’assordante verbosità degli altri non trovo altro che doppiezza e banalità di linguaggio, o meglio di contenuto. Eppure esistono migliaia di parole che non conosco. Passo gran parte del mio tempo ad ascoltare, nessuno si siede di fronte a me chiedendomi “come stai?”, “posso far qualcosa per te?”, “se ti va, possiamo parlarne”. Io vomito nel cesso, gli altri mi vomitano addosso. mer, 08 settembre 2010 14:10
Auguri Danieleeeeeeee
Gianfranco Fini? E' "incollato alla sedia", lo dice il portavoce del Pdl Daniele Capezzone, che alle sedie non è incollato perché, parafrasando Neri Marcoré quando lo imitava, "zompa" come nulla fosse da una poltrona all'altra.
Le critiche servono "anche" per confermare la propria opinione (suvvia, positiva) su di lui. Anche “zompereccio”, noi ti vogliamo bene lo stesso. Buon compleanno dall’intero staff sab, 04 settembre 2010 15:14
Work in progress
Fin da piccola ho sempre avuto l’abitudine (sana o insana?) di lasciare pensieri ovunque, anche sulle pareti della mia camera. All’età di quattordici anni mio padre mi comprò una macchina da scrivere - fu uno dei suoi ultimi regali e la mia condanna. Dopo pochi anni la macchina da scrivere smise di funzionare e costrinsi mia madre a comprarmi il primo computer: uno scatolone lento e rumoroso. Da quel momento in poi abbandonai carta e penna, se non per brevi appunti. A siglare il tutto, il decollo di internet: siti, messaggistica, e.mail… Che meraviglia! Avevo tutto a portata di mano, uno spazio infinito a casa mia, in ufficio. Potevo leggere notizie fresche sul Corriere della sera senza dover uscire, seguire la politica passo passo con un click, viaggiare in “ognidove”, parlare con tutti i miei amici nei ritagli di tempo… Ero entrata senza rendermene conto in una logica strana, nel paradosso del virtuale. Non aveva più senso andare a Trieste a trovare Betta. Betta si era trasferita a casa mia, anzi a volte mi disturbava anziché mancarmi. Per non parlare delle conoscenze virtuali... ma questa è un'altra storia e la foto è più che mai illuminante. :-) Stanca delle nuove (e vecchie) conoscenze mi ritagliai un piccolo spazio nel grande spazio virtuale e decisi di creare dei diari online, dei vomitatoi, tra cui Igattidialice. In questo blog (in cui allo stato ci sono LAVORI IN CORSO) ho racchiuso la mia inquietudine. Alice e Alessandra sono due donne che non si incontreranno mai: una è particolarmente severa con se stessa e con gli altri, ligia al dovere e fortemente razionale, l’altra è un’eterna fanciulla, istintiva, fragile e giocherellona. gio, 02 settembre 2010 13:19
In attesa...
Uno sguardo al presente. Mi sembra un’area di passaggio. Uno sguardo alle pagine dell'agenda. Ogni appuntamento è fissato ad una data prossima. Domani è sicuramente un giorno promettente. Prendo coscienza: i pensieri di oggi sono gli stessi di ieri. gio, 24 giugno 2010 11:25
Cinque minuti di te e di meIeri ho dato un’occhiata ai temi degli esami di maturità e mi sono chiesta quale avrei scelto… senz’altro “La ricerca della felicità”. Bypassando il concetto di felicità che per me è semplicemente l’istante in cui un’emozione sfiora il picco più alto, e pertanto raggiungibile solo per brevi attimi, credo fermamente che la nostra ricerca affannosa debba passare necessariamente attraverso l’apertura totale di noi stessi verso gli altri. L’individualismo, a mio avviso, conduce soltanto all’impoverimento, all’esaltazione del singolo a dispetto del prossimo. E per prossimo intendo chiunque, minoranza o altro che sia. Non a caso, infatti, nella traccia d’esame è stato inserito l’art. 3 della nostra Costituzione, disciplinante l’uguaglianza formale e sostanziale tra gli individui. Non a caso, altresì, è stato fornito il principio elementare secondo il quale siamo tutti figli di un unico Dio, uguali dinanzi all’amore. E per somma logica è solo grazie al confronto che riusciamo ad affrancare il nostro essere, ma principalmente il nostro intelletto, e a non renderlo schiavo di qualsivoglia forma di discriminazione o pregiudizio. Quando incontro un uomo di un’altra nazionalità ed instauro un rapporto d’amicizia con lo stesso, io mi sento arricchita di conoscenza e non penso neppure per un istante che quell’individuo non sia degno di vivere, lavorare o semplicemente condividere il mio Paese. Ogni volta che mi trovo di fronte un soggetto con una fede diversa dalla mia, non mi sento migliore o peggiore, è un momento che sfrutto per riconsiderare il mio Dio, dentro di me. E parimenti per tutte le “minoranze”, che io non vedo come tali, bensì quali soggetti che lo Stato dovrebbe proteggere maggiormente proprio alla luce di quel disposto normativo che tanto ci piace ficcare ovunque ma che in certi casi è semplicemente lettera morta. Nella ricerca disperata di felicità non possiamo ignorare, inoltre, la "meravigliosa" possibilità (che in realtà a volte coincide con una sorta di illusione) di acquistare tutto denutrendoci così del “desiderio razionale”, del famoso sogno, insomma. Ci ricopriamo costantemente di oggetti, beni, e paradossalmente niente ci appaga realmente, niente conduce a quella felicità che in termini di durata coincide con l’essere sereni. Siamo alla costante ricerca di un qualcosa che crediamo essere o chiamarsi felicità, mentre in realtà il nostro cercare è soltanto un’affannosa fuga da noi stessi, dai valori e ideali che abbiamo perso nel corso degli anni e che già solo per questo ci conduce altrove. Tag:
felicita'
mar, 18 maggio 2010 17:29
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Galassia radicale
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(Marco Pannella
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Il blog di Marco Perduca Il Blog di Piero Welby
Emma Bonino
Giulia Innocenzi
M. Antonietta Coscioni
Ass. Luca Coscioni
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Diario di un digiuno
Diario di un digiuno
Marco Pannella
Nota editoriale a cura di Albert Gardin
Il 15 dicembre 1972 viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge sull’obiezione di coscienza: un nuovo diritto civile è stato faticosamente affermato in Italia! Protagonista di questa battaglia è la pattuglia radicale guidata da un uomo eccezionale: Marco Pannella. Era dal 1949 che ci si batteva per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza; da allora i tribunali militari italiani continuavano a mietere condanne di quanti si rifiutavano di indossare l’uniforme. Fu una mozione della più piccola formazione politica italiana, il partito radicale, a decretare la fine di questo stato di cose: “digiuno ad oltranza per liberare gli obiettori di coscienza”. Il 1° ottobre 1972 si passò dal detto al fatto. Ricordo ancora che in pochi attimi, tra i militanti radicali che frequentavano la caotica – perché attivissima – sede del PR di via Torre Argentina 18 a Roma, venivano reclutati i nuovi digiunatori. Tanti non sapevano o non ricordavano che quel giorno doveva avere inizio quella nuova lotta, ma accettavano con entusiasmo di far parte della cordata kamikaze. S’incominciò così; giorno dopo giorno la battaglia si gonfiò, prese importanza, divenne determinante. In quaranta giorni di digiuno – trentanove per la precisione – si riuscì a mettere il Governo ed i partiti con le spalle al muro, a far approvare dal Parlamento la legge sull’obiezione di coscienza. Ancora una volta i radicali “fra l’indifferenza della comunità nazionale”, come titolava allora “L’Espresso”, erano riusciti a strappare al regime una riforma civile. Il diario di Marco Pannella costituisce un prezioso documento storico che ci permette di ricordare, o di capire, la genesi dei processi di trasformazione in senso civile del nostro sistema. E’ un documento che va letto anche in una altro modo: non solo storico ma politico; esso rappresenta una sezione precisa dell’azione di Marco Pannella: pensiero, alleanze, mezzi politici, strategia, valori, ecc. E non è poco, se è vero – come io credo – che Marco Pannella, pur essendo personaggio notissimo, rimane paradossalmente sconosciuto dal punto di vista filosofico, in senso lato del termine. L’edizione di questo diario, come scopo non secondario, vuole contribuire a far conoscere più da vicino un protagonista della scena politica italiana ed internazionale, nelle sue dimensioni reali, nella sua “giornata tipo”.
(“diario di un digiuno”, Editoria Universitaria Venezia, 1994) Delitto e castigo
In Delitto e castigo confluiscono tutte le problematiche che avevano tormentato Dostoevskij: i conflitti e problemi di tipo sociale (l’alcolismo, la prostituzione, la miseria, l’usura, l’inurbamento, etc.); le questioni etiche (il problema del bene e del male, dell’autorità e del diritto, della giustizia, del delitto e del castigo, del potere dell’uomo sull’uomo, e così via); la questione dell’onirico e dello strano, che irrompe sulla scena dei sogni, nei deliri e nelle conversazioni deliranti disseminati nell’opera. Grande attenzione è dedicata all’annotazione del poco cibo che circola in Delitto e castigo: nei tre giorni precedenti il delitto Raskòl’nikov, privato del vitto dalla padrona di casa, inghiotte in tutto qualche cucchiaiata di minestra, qualche sorso di tè, un piròg salato, e beve un bicchiere di birra e della vodka, poca. A questo stato di semidigiuno, dopo il drammatico quarto giorno caratterizzato dalla visita del commissariato e a Razumichin e dal manifestarsi della malattia di Raskòl’nikov, fa seguito la fase culminante della malattia stessa e del delirio, anch’essa della durata di tre giorni, nel corso dei quali Raskòl’nikov digiuna completamente. Le giornate successive restano in tono col panorama alimentare fin qui descritto, ai limiti della sopravvivenza, ed è proprio quest’anoressia indotta che consente lo svilupparsi abnorme del pensiero, l’attività frenetica e incontrollata della mente, l’insorgere del delirio, della visione. La fame diventa così uno strumento di esplorazione, una delle tante sonde utilizzate da Dostoevskij per scandagliare la realtà. Raskòl, in russo, significa “scisma”, ed è il termine col quale si indica la grande frattura apertasi nel Seicento all’interno della Chiesa ortodossa russa. A seguito di tale scisma si venne a formare una sorta di religione parallela, disseminata per tutta la Russia, per tutte le classi sociali, anche se era generalmente nel popolo che trovava le sue radici più profonde e più vive. I raskòl’niki, o “vecchi credenti”, osservavano rigorosamente i rituali precedenti alla Riforma, rifiutavano le riforme della Chiesa ufficiale, ed erano pronti a qualsiasi sacrificio e a subire qualsiasi persecuzione pur di restare fedeli alle loro convinzioni. Ancora oggi è ignota la sorte dei milioni di vecchi credenti scomparsi nei lager staliniani, in quanto potenziali portatori di dissenso e di rigore morale. In Delitto e castigo Raskòl’nikov si porta dunque nel cuore, nel nome stesso, l’idea dello scisma: Raskòl’nikov è lo “scismatico”: ma da chi, e da che cosa? E perché? Nel romanzo il termine “scismatico” ricorre a proposito dell’imbianchino Mikolka, un mite personaggio coinvolto casualmente nel delitto (raccoglie un paio di orecchini caduti a Raskòl’nikov dopo l’omicidio della vecchia, e cerca di venderli) e sconvolto a tal punto dagli avvenimenti da arrivare ad autoaccusarsi dell’omicidio, Mikolka è indicato col termine raskol’nik, anche se di un tipo particolare (si tratta infatti di un settario), e tra lui e Raskòl’nikov si viene a creare fin dall’inizio un legame particolare. … Ma radicalmente diversa è la reazione psicologica di fronte al delitto. La grande rimozione di Raskòl’nikov, che fino all’ultimo respinge e non comprende l’idea della colpa, sembra passare, capovolta, sulle spalle di Mikolka, che del delitto non commesso si fa carico, inventando circostanze e prove atte a provarne la colpevolezza, e questo per portare a compimento la sua teoria, la sua impresa, per affermare la necessità della sofferenza e dell’accettazione della sofferenza. Nei due scismatici il passaggio dalla teoria alla prassi prende forme e dà risultati diversi. Se per Raskòl’nikov tale passaggio è fallimentare (“Ha ucciso, ma non è nemmeno riuscito a rubare”…), in Mikolka il passaggio è trionfale, è il riscatto da un periodo esistenzialmente buio e lontano da Dio,, segnato dall’alcolismo e culminato in un tentativo di suicidio. Ma in che cosa consiste, dunque, lo scisma di Raskòl’nikov? La spaccatura che in lui si è generata è tra l’individuo e il genere umano. Anche prima di compiere il suo delitto Raskòl’nikov rifuggiva il prossimo: evitava i compagni, e andava progressivamente riducendo gli spazi di relazioni sociali… Nel delitto, Raskòl’nikov scopre la propria essenza di “pidocchio”, di insetto insignificante incapace di reggere fino in fondo la parte intrapresa, e quindi pura macchina distruttiva e sanguinaria, incapace di trasformare il male in bene, il sangue in beneficio. Quello che manca a Raskòl’nikov è proprio l’elemento rigenerante, è la capacità di trasformazione, che invece non è negata a Mikolka. … Se nei Fratelli Karamàzov il parricidio è il principio disgregatore della vita dei personaggi, il matricidio adombrato in Delitto e castigo ha invece la funzione opposta, ricompone la personalità scissa, placa lo scisma interiore tra l’individuo e la collettività. Grazie all’estremo sacrificio materno, il principio femminile, che in Dostoevskij spesso assume valenze altamente positive, redime effettivamente il delitto e mitiga il castigo: alla fine del tunnel della ri-generazione, Raskòl’nikov troverà Sònecka, “l’eterna Sònecka”, ferma accanto al portone dell’ospedale, mite paziente, sottomessa e pur portatrice di valori etici grandiosi. “Cercate di capirmi” scrive Dostoevskij nelle sue Note invernali su impressioni estive del 1863: “il sacrificio di tutto se stesso a beneficio degli altri, il sacrificio volontario, assolutamente cosciente e non costretto in alcun modo, è a parer mio il segno della massima evoluzione della personalità, della sua massima potenza, del suo massimo autocontrollo, della massima libertà della propria volontà.”
Frasi tratte dall’Introduzione di Serena Prina, al capolavoro di Dostoevskij “Delitto e castigo”, con uno scritto di Pier Paolo Pasolini, Oscar Mondadori "Prologo" di un libro che mi e' rimasto dentro
Vi si racconta di un uomo (un campagnolo, lo definisce Kafka) che un giorno avverte l’esigenza di guardare in faccia la legge, di vedere com’è fatta. La legge abita in un palazzo ampio e maestoso; la porta è aperta, ma c’è un guardiano che sbarra il passo ai curiosi. L’uomo lo prega, lo blandisce, cerca di corromperlo: invano. “Del resto”, dice il guardaportone, “se anche ti lasciassi passare, in ciascuno dei saloni del palazzo incontreresti altri guardiani, molto più temibili di me. Io stesso non riesco a sostenere già la vista del terzo”. Però il campagnolo non si dà per vinto, e decide d’aspettare; passano così giorni, mesi, anni. Quando l’uomo, ormai diventato molto vecchio, sta infine per morire, trova la forza di rivolgere un’ultima domanda al suo avversario: gli chiede come mai in tutto quel tempo nessun altro abbia cercato di giungere al cospetto della legge, che pure dovrebbe essere accessibile ad ognuno e da ognuno conosciuta. “Da qui non potevi entrare che tu solo”, risponde il guardaportone “perché quest’ingresso era destinato proprio a te. Adesso posso chiuderlo”. Quella porta – si direbbe – rimane ancora inesorabilmente chiusa; e non soltanto per i più umili e incolti, bensì pure per gli stessi addetti ai lavori, per gli avvocati, per gli uomini di legge. Nel 1992 il Consiglio nazionale dei commercialisti ha diffuso un appello per la restituzione di qualche grado di certezza alla legislazione tributaria, dove di certezza ce n’è talmente poca che le stesse leggi tributarie dichiarano di non applicarsi ai casi maggiormente controversi; quattro anni prima la Corte costituzionale – dinanzi al caotico succedersi di normative mal formulate e perciò mal applicate dagli organi amministrativi e giudiziari – aveva sancito la resa dello Stato, rinunziando a pretendere il rispetto del principio sul quale riposa l’autorità di ogni ordinamento giuridico di questo mondo: ignorantia iuris non excusat. Viceversa l’ignoranza del diritto “scusa”, ha dovuto ammettere la Corte: o perlomeno costituisce un’esimente quando il fatto illecito sia previsto da norme tanto intricate da non lasciarsi decifrare. Tant’è che in circostanze simili le nostre due più alte magistrature amministrative (Consiglio di Stato e Corte dei Conti) hanno assolto sia funzionari sia politici accusati di aver provocato un danno all’erario, sottoscrivendo atti illegittimi. Non è più in questione allora la critica verso il linguaggio oscuro e involuto del diritto, verso i suoi troppi tecnicismi, che dai tempi di Montaigne in poi ha risuonato molte volte nella cultura occidentale: in Italia (ma non solo; e in questo caso il male comune non consola) il sistema giuridico parrebbe piuttosto popolato da fantasmi, che della legge hanno l’apparenza, ma non anche il corpo, la sostanza. Non c’è sicurezza circa la quantità delle norme in vigore; circa i loro reciproci rapporti; ed ovviamente circa il significato che esse assumono, di per sé considerate ovvero lette in relazione alle altre norme. Insomma la legge è malata, e in modo grave. Di più: questa malattia ha ormai messo in crisi il rapporto fra le istituzioni e i cittadini, alimentando un sentimento di disaffezione e di ripulsa verso tutto ciò che è pubblico, di tutti. Uno Stato arcigno e tiranno lo si può combattere, uno Stato amico lo si serve, se necessario, anche con le armi; ma di uno Stato che non si sa che cosa vuole, in ultimo ci si disinteressa e basta. Non gli si dà più ascolto, e ciascuno fa per conto proprio. Non c’è davvero nessun nesso fra la condizione di degrado nella quale ormai cronicamente versa la legislazione italiana e l’evasione fiscale, che da noi è tra le più elevate nel mondo industrializzato? Ed è ancora un’altra coincidenza che i tempi della giustizia in Italia si siano allungati in modo insopportabile, tanto da farci meritare la censura di vari organismi internazionali? Per dirla con una battuta: il sacrificio di Socrate, che scelse di morire pur di non infrangere la legge, è un momento fra i più alti nella storia dell’umanità; ma Socrate avrebbe bevuto egualmente la cicuta se le norme che gli fu rimproverato di violare fossero state ambigue, incerte, altalenanti? Si suole ripetere che l’uscita dal mondo del pressappoco, e al contempo l’ingresso nell’universo della precisione, risalgono al XVII secolo; dopo d’allora la scienza ha celebrato ovunque i propri fasti, sino a permettere l’edificazione di una società altamente tecnologica qual è quella in cui viviamo. Ciascuno può sperimentare tuttavia come ciò non abbia impedito affatto la degenerazione delle nostre leggi, quantomeno rispetto al modello di chiarezza progettato nell’epoca dei lumi. In qualche misura certamente ciò dipende dalla pochezza del linguaggio, che è poi la materia prima di cui sono fatte le leggi: diceva Borges (attribuendo però il concetto a un altro, com’era del resto suo costume) che accadono più cose in dieci minuti di quante possa esprimere l’intero vocabolario di Shakespeare. In parte ciò dipende inoltre dalla complessità dei rapporti e dei fenomeni che oggigiorno la legge deve regolare; e anche questo è un prezzo versato sull’altare del progresso. Bisognerà dunque rassegnarsi a un diritto capriccioso e impenetrabile come il dio Siva venerato dagli indù? Può darsi; ma intanto questo stato di cose stimola una folla di domande. Per gli studiosi: dov’è situata la soglia che divide la legge chiara da quella oscuramente formulata? E cosa accade quando il diritto oltrepassa questa soglia? Per i politici: come porre rimedio ai molti guasti della legislazione? E infine per tutti noi, quali semplici utenti del diritto e “cittadini”: come difendersi di fronte a normative irte di trabocchetti e doppifondi, che sembrano fatte apposta per scoraggiare chi in buona fede intenda rispettarle? Ecco, è precisamente da quest’insieme di domande che prendono corpo le pagine che seguono: da un’esigenza e da questione, se si vuole, formali, nel senso che riguardano la legge non tanto per che cosa dice quanto piuttosto per come lo dice. Ma la forma, come osservava Montesquieu, è garanzia di libertà.
(Per continuare la lettura, anche in versioni aggiornate, "La legge oscura, Come e perché non funziona", Ainis, Laterza 1997) Interpretare
Il verbo “interpretare”, come i sostantivi “interpretazione” ed “interprete”, appartengono sia al linguaggio ordinario che a linguaggi tecnicizzati. Tra gli usi tecnicizzati sono molto importanti quelli propri del linguaggio giuridico (“interpretare una legge”, “interpretare una sentenza”, “interpretare un contratto”), del linguaggio critico-artistico (“interpretare una tragedia”, “interpretare una sinfonia”), del linguaggio psico-analitico (“interpretare un sogno”, “interpretare un lapsus”). L’attribuzione da parte dell’interprete a un documento legislativo del senso più immediato e intuitivo viene detta interpretazione “dichiarativa”. Il canone metodologico in claris non fit interpretatio prescrive di attenersi, ovunque sia possibile, se la lettera della legge non è oscura, ad una interpretazione dichiarativa. L’attività interpretativa – libera naturalmente a chiunque – assume valore vincolante soltanto quando sia compiuta dai giudici dello Stato nell’esercizio della funzione giurisdizionale (c.d. interpretazione giudiziale). L’interpretazione della disposizione, attraverso cui il giudice giunge alla decisione del caso sottoposto al suo esame, svolge il suo ruolo autoritativo nei confronti delle soli parti del giudizio, che sono le sole destinatarie del provvedimento del giudice. Peraltro una sentenza è idonea ad assumere anche valore di precedente nei confronti di altri casi simili, in quanto l’interpretazione di una disposizione normativa sottesa alla sentenza e le argomentazioni logico-giuridiche che ne costituiscono la motivazione possono essere assunte a modello da parte di altri giudici a fini della soluzione di casi analoghi. Il valore di un precedente, nel nostro ordinamento, è però limitato alla persuasività logica ed argomentativa del criterio di decisione, poiché nessuna norma attribuisce ai precedenti giurisprudenziali forza vincolante ai fini della decisione di successivi casi analoghi; pertanto ciascun giudice è sempre libero di adottare l’interpretazione che ritenga preferibile, anche eventualmente in contrasto con pronunce della Cassazione, che è il massimo organo giudicante, o con una precedente prassi giurisprudenziale costante. Tuttavia l’interpretazione giudiziale ha di fatto sempre una notevole autorità a causa delle tendenze alla consolidazione della giurisprudenza che sono profondamente radicate ovunque i giudici sono professionali ed inquadrati in una magistratura istituzionalizzata come corpo, in qualche senso autonomo, dell’apparato burocratico… Già i Romani sottolineavano che scire leges non esta verba earum tenere sed vim ac potestatem; e l’art. 12, comma 1, disp. prel. cod. civ. espressamente impone di valutare non soltanto il “significato proprio delle parole secondo la connessione di esse” (c.d. interpretazione letterale), ma anche la ratio legis. (Andrea TORRENTE e Piero SCHLESINGER, in Manuale di Diritto Privato, XVIII Edizione, Giuffrè) Un film per tutti
Come
"E’ strano che cosa ti combina il tempo quando sei in prigione, puoi startene a fissare per ore il muro che gocciola, gocciola, gocciola, gocciola… Ti sembra un’eternità e poi in un batter d’occhio sono passati tre anni. Insomma, quello che voglio dire… no, non so che cazzo voglio dire…" (Nel nome del padre) "La cosa peggiore che può capitare ad un uomo che trascorre molto tempo da solo è quella di non avere immaginazione. La vita già di per sé noiosa e ripetitiva diventa, in mancanza di fantasia, uno spettacolo mortale." (Le conseguenze dell'amore)
Quando
Giorgio Gaber QUANDO SARO' CAPACE D'AMARE
Articolo 3
Il principio di eguaglianza
L’eguaglianza formale. A norma del I comma dell’art. 3 Cost., “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. In via preliminare, va precisato che, sebbene soggetto lessicale della disposizione siano “tutti i cittadini”, è opinione ormai comune (confortata, d’altra parte, dal disposto dell’art. 2 Cost., a noma del quale “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”) che soggetto giuridico siano anche, per alcune situazioni, gli stranieri e gli apolidi. La “pari dignità sociale” consacrata nella norma in esame sta a significare che non esistono più distinzioni in base al titolo, al grado od all’appartenenza ad una classe sociale (per cui, di conseguenza, la XIV disp. trans. e fin. dispone che “I titoli nobiliari non sono riconosciuti”) ma che l’unico titolo di dignità, in una Repubblica fondata sul lavoro, è ormai da rinvenire nello svolgere una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (art. 4, comma II, Cost.). Il riconoscimento del principio di eguaglianza davanti alla legge (contenuto già nelle costituzioni liberali del 1800; v., ad esempio, l’art. 24 dello Statuto albertino: “Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo e grado, sono eguali dinanzi alla legge”) è adesso arricchito e rafforzato dalla previsione costituzionale delle situazioni di fatto alle quali deve essere applicato. Infatti, sia per la trascorsa esperienza autoritaria (si pensi alle discriminazioni, avvenute in regime fascista, sulla base dell’appartenenza alla razza ebraica o ad una minoranza linguistica, ovvero, ancora, per le opinioni politiche o per la fede religiosa) sia per l’evoluzione della coscienza sociale (che vede ormai le donne poste sullo stesso piano degli uomini), l’Assemblea costituente ritenne che fosse necessario prestabilire dei limiti ben precisi alla attività dei pubblici poteri, al fine di evitare incertezze interpretative, che sarebbero state sempre possibili qualora il principio fosse stato enunciato puramente e semplicemente, lasciando, per ciò stesso, un certo margine di discrezionalità al legislatore. Occorre, a questo punto, chiedersi quale sia il significato e la portata del principio di eguaglianza. Ora, la norma contenuta nell’art. 3, comma I, vale a statuire che il legislatore (ma – come vedremo – non esso soltanto) non può operare discriminazioni fra i cittadini (e, più generalmente, fra i soggetti dell’ordinamento), a seconda del loro sesso, della loro razza, lingua, religione, delle loro opinioni politiche e delle loro condizioni personali e sociali. Ciò non significa però – si badi bene – assoluta parità di trattamento, sia perché possono esistere circostanze obiettive che la impediscono sia perché la stessa Costituzione ha apportato delle deroghe al principio, ritenendo che esso dovesse cedere di fronte ad un altro valore riconosciuto prevalente. […] Il principio, inoltre, non può significare assoluta parità di trattamento anche perché, se così fosse, contraddirebbe se stesso. E’ evidente, infatti, che in tanto il principio può dirsi integralmente applicato in quanto la legge tratti in modo eguale situazioni eguali e in modo diverso situazioni diverse. Tuttavia, lasciare alla assoluta discrezionalità del legislatore la valutazione della diversità delle situazioni avrebbe potuto trasformare tale discrezionalità in arbitrio; senza dire che, in regime di costituzione rigida, le scelte del legislatore non sono del tutto libere nel fine ma sono vincolate alle disposizioni costituzionali ed al raggiungimento dei fini in esse determinati. Per cui la Corte costituzionale (che in un primo tempo aveva ritenuta legittima la disparità di trattamento in presenza di situazioni diverse, senza alcuna specificazione) ha successivamente precisato che l’art. 3 mira ad impedire che a danno dei cittadini siano dalle leggi operate discriminazioni arbitrarie, senza che la disposizione obblighi il legislatore a fissare per tutti una identica disciplina; di modo che gli è consentito di adeguare le norme giuridiche ai vari aspetti della vita sociale e, in conseguenza, di dettare norme diverse per situazioni diverse. Tale principio – sempre secondo la Corte – rientra nel piano di una inderogabile esigenza di logica legislativa. Un ordinamento che non distingua situazioni da situazioni e tutte le consideri allo stesso modo non è nemmeno pensabile: finirebbe col non disporre regola alcuna (sent. n. 217 del 1972; ed in questo senso, fra le altre, la sent. n. 62 del 1972, secondo la quale il legislatore può disciplinare in modo eguale le situazioni eguali ed in modo diverso quelle differenti sempre che in contrario non ricorrano logiche e razionali giustificazioni; e la sent. n. 200 del 1972, secondo la quale la discrezionalità legislativa trova sempre un limite nella ragionevolezza delle statuizioni volte a giustificare la disparità di trattamento tra cittadini). L’uso del canone della ragionevolezza da parte della Corte costituzionale mira a valutare le discipline normative che contengono o determinano disparità di trattamento tra categorie di soggetti in modo che siano soddisfatte tre esigenze diverse: a) la salvaguardia della discrezionalità del legislatore; b) la tutela del principio di pari trattamento in situazioni uguali (esame della norma sotto controllo alla luce di un tertium comparationis, costituito dalla (e) norma (e) regolatrice (i) di situazioni uguali o assimilabili; c) il bilanciamento di valori costituzionali diversi e contrastanti, allo scopo di individuare un equilibrio valido per la fattispecie normativa considerata. Lo strumento del giudizio di ragionevolezza è molto utile per consentire alla Corte flessibilità di analisi e di decisione in situazioni complesse e mutevoli, in cui la riconduzione ad unità di discipline normative frammentarie non può essere realizzata con mezzi logici e formali, ma con ragionamenti di tipo empirico, legati alla concretezza storica dell’ordinamento. […] Altro problema è quello relativo all’applicabilità del principio di eguaglianza formale a situazioni di fatto diverse da quelle espressamente indicate nell’art. 3. Ad esso va data soluzione positiva ove si considerino le ragioni storico-politiche che hanno indotto il Costituente a precisare le situazioni che non ammettono disparità di trattamento ed ove si rifletta che la legge può operare discriminazioni fra i cittadini che si trovino in situazioni diverse da quelle previste nell’art. 3 o parificarli fra loro tutte le volte che la disparità o la parità di trattamento trovino il loro fondamento in motivi logici e razionali o si rendano necessarie per il perseguimento di fini costituzionali. Quanto, poi, ai destinatari della norma, sembra che essa si rivolga non soltanto al legislatore ma anche agli amministratori ed ai giudici che sono chiamati ad osservarla, nell’esercizio del loro potere discrezionale, in sede di attuazione e di applicazione (e, dunque, di interpretazione) della legge. Essa trova applicazione, inoltre, anche nei confronti delle persone giuridiche e delle associazioni di fatto e nei rapporti di diritto privato, soprattutto quando questi si svolgano nell’ambito di formazioni sociali, intervenendo in tal caso il principio contenuto nell’art. 2 Cost., secondo il quale “i diritti inviolabili dell’uomo” (dei quali la eguaglianza costituisce il presupposto essenziale) sono in esse riconosciuti e garantiti (MORTATI).
L’eguaglianza sostanziale. Il passaggio dallo Stato di diritto (che vede affermato il principio dell’eguale soggezione alla legge di tutti i cittadini) allo Stato sociale è segnato, nella nostra Costituzione, dal II comma dell’art. 3, che enuncia uno dei principi fondamentali in essa contenuti e che assume il valore di canone interpretativo dell’intero sistema. Il principio di eguaglianza formale rischierebbe, infatti, di rimanere (almeno in parte) una pura affermazione teorica se non fosse integrato da quello di eguaglianza sostanziale. La lettera dell’art. 3, comma II, è, al riguardo, molto chiara: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Il Costituente ha cioè riconosciuto che non è sufficiente stabilire il principio dell’eguaglianza giuridica dei cittadini (art. 3, comma I), quando esistono ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la loro libertà ed eguaglianza, impedendo che siano effettive; ed ha, pertanto, coerentemente assegnato alla Repubblica (vale a dire al legislatore ed a tutti i pubblici poteri) il compito di rimuovere siffatti ostacoli, affinché tutti i cittadini (ed, in particolare, i lavoratori che si trovino in situazione di inferiorità a causa delle loro condizioni economiche e sociali) siano posti sullo stesso punto di partenza, abbiano le medesime opportunità, possano godere, tutti alla pari, dei medesimi diritti loro formalmente riconosciuti dalla Costituzione. Che valore ha, infatti, riconoscere il diritto al lavoro (art. 4), quando, di fatto, esistono larghe sacche di disoccupazione; […]. Il carattere innovativo del principio in esame dovrebbe, a questo punto, apparire evidente. Esso mira a promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i cittadini alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese in un regime di effettiva libertà ed eguaglianza, di modo che le discriminazioni fra i cittadini si operino non a causa delle loro condizioni economiche e sociali bensì soltanto per le loro capacità naturali […]. Il principio di eguaglianza sostanziale ha carattere programmatico; esso, cioè, si indirizza al legislatore ed agli altri pubblici poteri, non soltanto dello Stato-soggetto ma anche degli enti – soprattutto territoriali, per le competenze ad essi attribuite (si pensi, in particolare, alle regioni) – diversi dallo Stato e li impegna a porre in essere tutte le misure idonee a conseguire i fini da esso indicati (od a non porre in essere misure contrastanti con il raggiungimento di detti fini). Ciò, però, non sminuisce per nulla il suo significato. Ed, infatti, se la Costituzione si fosse limitata a statuire – come conseguenza di un diverso modo di intendere il valore della persona umana e l’organizzazione politica, economica e sociale del Paese – il principio dell’eguaglianza formale (proprio, come si è detto, della società liberale ottocentesca), noi avremmo avuto un diverso tipo di Stato. Fondato, sì, sul diritto, ma non giuridicamente impegnato ad eliminare – mediante la sua azione – le condizioni di privilegio e ad assicurare la piena e libera espansione della persona umana, ponendo a tal fine le necessarie premesse, vale a dire la liberazione dal bisogno, l’eguaglianza sostanziale, la partecipazione effettiva di tutti i cittadini alla vita associata. Il principio in esame viene, inoltre, precisato in tutta una serie di norme che valgono sia a meglio specificarlo in relazione a determinate situazioni, sia a porre alcuni limiti all’autorità privata a tutela della libertà e della dignità della persona umana e per stabilire equi rapporti sociali, sia, infine, a imporre a carico dello Stato obblighi a favore di categorie di cittadini che si trovino in particolari condizioni di inferiorità economica e sociale. (Temistocle Martines, Giuffrè 1997) Tropico del...
E sentite questo: “Tutti mi cercano, tutti mi vogliono parlare, tutti chiedono di me a me e agli altri. Uno mi domanda come sto, se mi son rimesso, se mi è tornato l’appetito, se vado a far passeggiate; un altro mi chiede se lavoro, se ho finito quel tal libro, se ne comincerò uno nuovo.” “Quello sparuto scimmiotto tedesco vuol tradurre le opere mie: quella stravolta ragazza russa vuole che le scriva la mia vita; la signora americana vuol sapere le mie ultime notizie; il signore americano mi manda la carrozza alla porta perché vada a mangiare e a confidarmi con lui; il mio compagno di scuola e di chiacchiere di dieci anni fa vuole ch’io gli legga quel che via via scrivo; l’amico pittore pretende ch’io stia fermo davanti a lui per ore e ore a farmi il ritratto; il giornalista vuol sapere dove sto di casa; l’amico mistico in che stato è l’anima mia; l’amico pratico come è pieno il mio portafogli; il presidente della società ordina ch’io faccia un discorso; la signora spirituale si raccomanda ch’io vada a prendere il tè a casa sua più spesso che posso per conoscere il mio parere su Gesù Cristo e sul chiromante arrivato in questi giorni…” “Ma cosa son diventato, perdio! Che diritto avete voi altri d’ingombrar la mia vita, di rubare il mio tempo, di frugarmi nell’anima, di succhiarmi il pensiero, di volermi vostro compagno, confidente e informatore? Per chi mi avete preso? Son forse un attore salariato per recitare tutte le sere, dinanzi ai vostri musi da schiaffi, la commedia dell’intelligenza? Son forse uno schiavo comprato e pagato che debba inchinarmi ai vostri capricci di sfaccendati e offrire in omaggio tutto quello che so e fo?” “Io sono un uomo che vorrebbe vivere una vita eroica e render più sopportabile il mondo ai suoi occhi. Se in qualche momento di debolezza, di abbandono o di bisogno, scaglio nel mondo qualche sdegno raffreddato in parole, qualche sogno infagottato in immagini, pigliatelo o buttatelo via, ma non mi seccate.” “Sono un uomo libero; ho bisogno della libertà, ho bisogno di star solo, ho bisogno di rimuginare fra me e me le mie vergogne e le mie tristezze, di godermi il sole e i sassi della strada senza compagnia e senza discorsi, colla sola musica del mio cuore. Cosa volete da me? Quel ch’io voglio dire lo stampo; quel che voglio dare lo do. La vostra curiosità mi fa stomaco; i vostri complimenti mi umiliano; il vostro tè mi avvelena. Non debbo nulla a nessuno e ho da fare i miei conti soltanto con Dio; se esiste”.
Henry Miller, Tropico del cancro Il gatto
(foto di un tale)
Nel cervello mi passeggia,
così tenero è il suo timbro discreto;
Voce che penetra e stilla (Baudelaire, I fiori del male) La fodera del mondo!
Quando moriro', vedro' la fodera del mondo. L'altra parte, dietro l'uccello, la montagna, il tramonto. Il vero significato che vorra' essere letto. Cio' che era inconciliabile, si conciliera'. E sara' compreso cio' che era incomprensibile. Ma se non c'e' una fodera del mondo? Se il tordo sul ramo non e' affatto un segno ma solo un tordo sul ramo, se il giorno e la notte si susseguono senza badare ad un senso e non c'e' nulla sulla terra, oltre questa terra? Se cosi' fosse, resterebbe ancora la parola suscitata un giorno da effimere labbra, che corre e corre, messaggero instancabile, nei campi interstellari, nei vortici galattici e protesta, chiama, grida. (C. Milosz) Lettura sull'Indifferenza
INDIFFERENTI - Antonio Gramsci Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani" (1). Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica. L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. "La Città futura", pp. 1-1 Raccolto in SG, 78-80.
(1) Cfr. Friedrich Hebbel, Diario, trad. e introduzione di Scipio Slataper, Carabba, Lanciano 19I2 ("Cultura dell'anima"), p. 82: "Vivere significa esser partigiani" (riflessione n. 2127). Questo stesso pensiero di Hebbel era stato pubblicato nel numero del "Grido del Popolo" del 27 maggio 1916, insieme con le seguenti due "riflessioni" tratte dalla medesima opera: " 1. Un prigioniero è un predicatore della libertà. 2. Alla gioventù si rimprovera spesso di credere che il mondo cominci appena con essa. Ma la vecchiaia crede anche più spesso che il mondo cessi con lei. Cos'è peggio? "
Pippo non lo sa
Pippo non lo sa, (Kramer - Sartelli - Panzeri, rivisitata) I miei racconti
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